Ha adescato centinaia di ragazzine in chat, condannato un giudice minorile

Il magistrato, in servizio al Tribunale di Napoli, contattava le sue vittime via social mandando loro messaggi a sfondo sessuale. Per lui dieci mesi di carcere e interdizione dai pubblici uffici legati ai minori

pedofilia online

Contattava le ragazzine via social inviando loro messaggi espliciti a sfondo sessuale.

Utilizzando un profilo fake, un giudice onorario del Tribunale dei minori di Napoli ha così adescato per anni centinaia di giovanissime vittime e per questo è stato condannato a dieci mesi di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici legati ai minori dal giudice monocratico di Roma, che ha esaminato il procedimento per competenza territoriale. 

Profilo fake – Il magistrato, 47 anni, utilizzava sempre lo stesso modus operandi, secondo quanto accertato dagli inquirenti. Per abbordare virtualmente le ragazzine si presentava con il nome di Cristiano esordendo con un “sei bellissima e sexy” per passare poi a proposte sessualmente esplicite. 

Nove contatti al giorno – I fatti risalgono agli anni 2016-2017 e, secondo gli inquirenti, i dialoghi avvenivano con differenti utenze (non è stato possibile risalire all’identificazione di tutti i profili, che non compaiono nel capo d’imputazione). L’uomo aveva una media di nove contatti al giorno per un totale di quasi 20mila messaggi. Si trattava, hanno accertato le indagini, di un comportamento ossessivo, tanto che l’uomo non si fermava neanche quando le ragazzine cercavano di fermare e allontanare quelle illecite attenzioni affermando di essere minorenni. 

Identificate solo due tra le decine di vittime – Il giudice onorario cercava da anni le sue prede in rete e solo l’intervento degli investigatori ha evitato che riuscisse a incontrare realmente le vittime. Nei suoi confronti è quindi scattata l’accusa di adescamento di minori. L’analisi dei dispositivi che utilizzava ha permesso di identificare solo due vittime ma gli inquirenti sono convinti che decine di giovanissime siano finite nella sua rete. 

La onlus anti-pedofilia: “Reato odioso” – “Quando siamo venuti a conoscenza di tale condotta – dice Roberto Mirabile, presidente della onlus La Caramella Buona -, abbiamo valutato quanto in nostro possesso e deciso di costituirci parte civile al processo, perché combattiamo la pedofilia da 25 anni e lo facciamo con ancora più forza quando a macchiarsi di questo reato sia un soggetto che dovrebbe proteggere i bambini e non importunarli. Grazie al lavoro del nostro avvocato Monica Nassisi, siamo riusciti a confermare con forza il quadro accusatorio e il giudice ha condannato l’imputato nonostante il pm d’aula ne avesse richiesto l’assoluzione”. 

Il giudice ha disposto anche un risarcimento in favore della parte civile. “E’ una soddisfazione in quanto questo procedimento, inizialmente, era diretto verso l’archiviazione – chiarisce la legale Nassisi -. Pertanto la condanna segna un grande risultato; non parliamo di successo poiché sappiamo bene che, quando le vittime sono bambini, è la società tutta a perdere, ma noi restiamo in prima linea per garantire loro tutela e restituire giustizia”. 

Quando il corrotto è il magistrato

«Il magistrato che si fa corrompere dovrebbe essere giudicato per tradimento, perché il danno per l’istituzione giudiziaria è inestimabile».

Nella Giornata Internazionale contro la corruzione che ricorre oggi puntiamo i riflettori sui casi di corruzione all’interno della magistratura, sempre più all’ordine del giorno e prima causa della sfiducia dei cittadini nei confronti dell’intera categoria.

Ad eccezione del Palazzo di Giustizia di Foggia, in tutta la Puglia non vi è un foro che non sia stato colpito da un’ indagine.

Tribunale Bari. ANM: individuare unica sede per uffici penali |  Associazione Nazionale Magistrati

Imputati informati sui procedimenti penali, ritardi nei depositi, processi falsati, scarcerazioni improvvise in cambio di mazzette, regali, prestazioni sessuali. L’ultimoscandalo è emerso a giugno 2021 e ha visto la condanna dell’ex gip Antonio Savasta e il pm Emilio Arnesano. Colpiti da misure cautelari anche l’ex Procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo, il giudice civile Gianmarco Galliano e l’Ex gip di Bari Giuseppe De Benedictis“Ricavare il più rilevante profitto possibile” era il motto dell’ex pm di Trani Michele Nardi, condannato a più di sedici anni per associazione a delinquere. 

La legge è uguale per tutti ed anche i magistrati che commettono reati devono affrontare i tre gradi di giudizio, oltre alla pronuncia dello stesso Consiglio Superiore della Magistratura che decide, prima della sentenza definitiva, se lasciare il soggetto in carica, trasferirlo, sospenderlo o radiarlo definitivamente. 

Discredito dell’amministrazione giudiziaria

Le bufere giudiziarie con protagonisti magistrati coinvolgono sempre più fori e sezioni interne, nessuna esclusa.

Avvengono ovunque, anche nel tribunale dove i giudici Falcone e Borsellino hanno sancito il cambiamento della storia d’Italia, pagato con la propria vita

A due passi dall’aula bunker, l’ex giudice e presidente della sezione misure di prevenzione Silavana Saguto, per anni simbolo dell’antimafia palermitana, e non solo, si gestiva i beni confiscati alle cosche compiendo affari illeciti.

Ref: https://www.blmagazine.it/quando-il-corrotto-e-il-magistrato/

Giustizia in Italia: mille innocenti in carcere all’anno, ma i giudici non pagano mai

«Ci aspettiamo che all’interno della riforma del Consiglio superiore della magistratura (la discussione alla Camera inizierà la prossima settimana, ndr) sia finalmente introdotta la responsabilità dei magistrati. Oggi oltre il 99% delle toghe ha una valutazione positiva, un dato che stride con le migliaia di persone che ogni anno, da innocenti, finiscono in carcere». A dirlo sono i giornalisti Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, fondatori di “Errorigiudiziari.com”, l’associazione che da circa dieci anni cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’ingiusta detenzione. «L’intervento del capo dello Stato», proseguono, «sul punto ci trova assolutamente d’accordo ma ora la palla passa al legislatore: si può applaudire Mattarella cento volte ma se poi non lavori come devi tutto è destinato a rimare solo sulla carta».

Lattanzi e Maimone sul loro sito pubblicano una statistica degli errori giudiziari e delle somme erogate dal ministero dell’Economia a titolo di risarcimento. Dagli ultimi dati disponibili contenuti nella relazione 2017-2019 della Corte dei Conti emerge un progressivo aumento della spesa pubblica per i casi di errori giudiziari per ingiusta detenzione, passata da 38 a 48 milioni di euro. «Ufficialmente» sono mille l’anno i casi di persone arrestate ingiustamente, ma il vero numero è dieci volte di più. A spiegarlo è l’ex vice ministro della Giustizia Enrico Costa (Azione). «Il 90% delle ingiuste detenzioni», ricorda Costa, non viene risarcito dallo Stato sulla base del presupposto che l’arrestato ha «contribuito» colposamente all’errore del giudice, avvalendosi, ad esempio, della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio. Una facoltà prevista del codice». Per poter fare domanda di risarcimento, poi, serve una sentenza definitiva di assoluzione. Se il reato si è prescritto prima, come capita spessissimo, il periodo trascorso in custodia cautelare è destinato a finire a tarallucci e vino. La normativa, con questi paletti stringenti, è fatta apposta per scoraggiare la richiesta dei risarcimenti ed evitare spese aggiuntive per lo Stato. Ogni giorno dietro le sbarre viene risarcito con 250 euro.

Per fare un esempio, Raffaele Sollecito, assolto dall’accusa di omicidio di Meredith, non ha mai preso un euro per i 4 anni trascorsi agli arresti. Fino al 2017, inoltre, non esisteva una norma che obbligasse l’esecutivo a indicare il numero di persone sottoposte al carcere preventivo, quindi senza alcuna sentenza di condanna. Il legislatore, solo con la riforma delle misure cautelari del 2017, ha previsto che nella relazione che il governo deve presentare annualmente al Parlamento sull’applicazione delle misure cautelari personali, debba dare conto dei dati relativi alle sentenze di riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione pronunciate nell’anno precedente, «con specificazione delle ragioni di accoglimento delle domande e dell’entità delle riparazioni, nonché i dati relativi al numero di procedimenti disciplinari iniziati nei riguardi dei magistrati per le accertate ingiuste detenzioni, con indicazione dell’esito, ove conclusi». I dati, comunque, ad oggi«sono incompleti», prosegue ancora Costa. E quanti sono, infine, i magistrati chiamati a risarcire i propri errori? Dal 2010 al 2021 ci sono state solo otto condanne, con un solo magistrato chiamato a mettere mano al portafoglio. Cifra? 10mila euro

Rif: https://www.liberoquotidiano.it/news/giustizia/30371862/giustizia-italia-mille-innocenti-carcere-anno-giudici-non-pagano-mai.html

Magistrati indagati o condannati in quasi tutte le province: l’anno orribile della giustizia pugliese tra sesso, mazzette, armi e favori

Magistrati indagati o condannati in quasi tutte le province: l’anno orribile della giustizia pugliese tra sesso, mazzette, armi e favori
‘ex gip Antonio Savasta e i pm Emilio Arnesano e Michele Nardi condannati per accuse pesanti. L’ex procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo, il giudice civile Gianmarco Galliano e l’ex gip di Bari Giuseppe De Benedictis colpiti da misure cautelari in quattro distinte indagini che ruotano attorno a favori in cambio di appoggi lobbistici, soldi e regalie. Ad eccezione di Foggia, in Puglia non c’è Palazzo di giustizia che non sia stato colpito da almeno un’inchiesta negli ultimi anni

C’è chi era disposto a “inquinare e falsare processi” per “qualche rapporto sessuale” o “un significativo sconto nell’acquisto di una barca”. Chi era pronto a sistemare una sentenza civile in cambio di una “sponsorizzazione” fittizia per la sua barca a vela. Altri ne avevano fatto un “sistema”, trasferito da Trani a Taranto e che avrebbe lambito uno dei processi più importanti d’Italia, quello dell’ex Ilva. Qualcun altro aveva un solo obiettivo: “Ricavare il più rilevante profitto possibile”. E poi c’era chi, come l’ex gip di Bari Giuseppe De Benedictis, nascondeva 60mila euro in contanti nelle prese elettriche della sua abitazione. Mazzette in cambio di scarcerazioni facili. Per non parlare dell’arsenale da guerra che avrebbe occultato nelle campagne di Andria. Se lo scandalo Palamara ha imbarazzato l’intera categoria a livello nazionale, gli ultimi anni sono stati complicati soprattutto per i giudici pugliesi. A eccezione di Foggia, infatti, non c’è Palazzo di giustizia che non sia stato colpito da almeno un’inchiesta.

“SESSO E FAVORI” A LECCE
A Lecce l’ex pubblico ministero Emilio Arnesano – condannato a 9 anni di reclusione – ha permesso di ricostruire come l’ex magistrato “asserviva totalmente l’esercizio della sua funzione giudiziaria ad interessi privati per trarne miserevoli vantaggi”. Nelle 120 pagine scritte per argomentare la pena inflitta, il presidente del collegio potentino Federico Sergi, spiega che alcuni degli episodi venuti a galla grazie alle indagini rappresentano “l’acme dello squallore” per “la ferita inferta al prestigio della Magistratura” che Arnesano ha utilizzato “come uno strumento di scambio per ottenere favori sessuali”. Nelle carte emerge come, per ottenere sesso da una avvocatessa leccese, abbia addirittura archiviato l’accusa di evasione per un detenuto che era accusato di omicidio. I giudici scrivono che l’ex pm “non si poneva neppure il problema di valutare per quale reato fosse detenuto l’arrestato, quindi la personalità dell’arrestato e la sua conseguente pericolosità sociale”. Dagli atti infatti risultava che il cliente dell’avvocatessa “stava scontando una pena per vari reati, tra cui l’omicidio: una valutazione diligente di un caso simile avrebbe condotto all’esercizio dell’azione penale per il delitto di evasione, essendo a dir poco inverosimile che un condannato per omicidio possa ignorare la durata di un permesso premio concessogli”. Ma non c’era solo il sesso come merce di scambio per ottenere il suo interessamento. I giudici lucani hanno infatti condannato anche gli ex vertici dell’Asl salentina: 3 anni e 8 mesi all’ex direttore generale Ottavio Narracci e 5 anni per Carlo Siciliano responsabile di Medicina del Lavoro dell’ospedale leccese. Per Narracci l’accusa è di aver corrotto il magistrato per pilotare un processo nel quale era accusato di peculato. In cambio dei suoi interessamenti a favore dei due medici, Arnesano avrebbe ottenuto gratuitamente due battute di caccia e uno sconto di 17mila euro sulla barca di dieci metri comprata da Siciliano oltre all’assunzione per un certo periodo di parenti e amici dell’ex magistrato.

IL PREZZO DI UNA SENTENZA A BRINDISI
Cause pilotate, consulenze per centinaia di migliaia di euro, orologi e macchine costose, sponsorizzazioni fittizie ad associazioni sportive fatte da privati in favore della sua barca a vela. Sono queste le utilità che – secondo la procura di Potenza – avrebbe intascato il giudice civile di Brindisi Gianmarco Galianoarrestato a gennaio scorso con l’accusa di aver ottenuto denaro grazie alle cause di risarcimento per decessi per incidenti stradali o addirittura per la disabilità di un bambino causata da una malformazione seguita a una presunta colpa medica. Nell’inchiesta, che conta un totale di 21 indagati, sono coinvolti a piede libero altri due magistrati, Francesco Giliberti e Giuseppe Marseglia.

SULLA PELLE DEGLI OPERAI MORTI A TARANTO
“Per gli amici, i favori. Per gli altri, la legge”. Carlo Maria Capristo, ex procuratore capo di Trani e di Taranto, aveva una sorta di regola d’oro. E sulla base di quella massima gestiva la sua funzione di magistrato inquirente “orientata nel senso tipicamente corruttivo-collusivo” secondo il gip Potenza che ha disposto nei suoi confronti pochi giorni fa l’obbligo di dimora. “Un asservimento durevole della funzione giudiziaria” per ricevere in cambio “sia un sostegno lobbistico alle sue aspirazioni di carriera che benefici materiali”. Accanto a Capristo c’era l’avvocato Piero Amara: il legale, finito in carcere, era già stato arrestato per i falsi dossier su Eni. Dopo il primo arresto per le pressioni sulla pm di Trani Silvia Curione, questa volta Capristo è accusato di aver insinuato amici avvocati nelle grandi vicende giudiziarie che la procura ionica conduce contro l’ex Ilva. Oltre ad Amara, nel collegio difensivo dell’Ilva in As, ci sono le nomine dell’avvocato Giacomo Ragno, già condannato per il “Sistema Trani” come difensore di alcuni dirigenti dell’Ilva imputanti nel maxi processo Ambiente svenduto. Ma è soprattutto nei procedimenti penali per la morte di due operai che è apparsa la drammaticità della vicenda. Capristo, infatti, tramite il consulente Ilva e suo amico Nicola Nicoletti, avrebbe fatto nominare avvocati a lui vicini per difendere i dirigenti accusati di omicidio colpo per gli indenti mortali di Giacomo Campo e Alessandro Morricella. Una nomina che avrebbe, secondo l’accusa, garantito agli imputati una strada privilegiata per la chiusura del procedimento penale. E ai familiari degli operai, invece, la dimostrazione dell’assenza di giustizia.

IL SISTEMA TRANI
“Ricavare il più rilevante profitto possibile”. È questo secondo il tribunale di Leccel’obiettivo dell’ex gip di Trani Michele Nardi, condannato a novembre 2020 a 16 anni e 9 mesi di carcere perché ritenuto a capo di associazione a delinquere che in cambio di denaro e regali costosi orientata le inchieste. Oltre al carcere per Nardi è stata disposta anche l’estinzione del rapporto di lavoro con lo Stato e la confisca di beni, in solido con altri imputati, per un valore complessivo di 2 milioni e 200mila euro. Nella stessa vicenda sono coinvolti altri due magistrati tranesi giudicati con rito abbreviato: l’ex pubblico ministero Antonio Savastacondannato a 10 anni, e Luigi Scimè condannato a 4 anni e anche lui costretto a lasciare la toga. I fatti ruotano intorno all’imprenditore barese Flavio D’introno che in cambio di aiuto per numerose e burrascose vicende giudiziarie che lo vedono alla sbarra per usura e altri reati sovvenziona “sistematicamente” Nardi e Savasta “in cambio della tutela dei suoi interessi nell’ambito di numerose vicende giudiziarie penali, tributarie e civili”. A questi si aggiunge poi anche un ispettore di polizia, Vincenzo Di Chiaro, ritenuto “longa manus operativa tanto di Savasta quanto di D’Introno” e condannato a oltre 9 anni di carcere. Nardi – secondo il tribunale – è colui che stabilisce le regole organizzative dell’associazione e che stabilisce la ripartizione dei profitti, tanto che riserva a sé una percentuale fissa su tutte le “pratiche” che saranno gestite dal gruppo. Savasta agisce attivando le più disparate iniziative giudiziarie, tutte portate avanti con “una evidente distorsione dei poteri e doveri connessi alla pubblica funzione” perché “costantemente piegati al soddisfacimento di interessi privati”. Di Chiaro ha avuto, sempre secondo i giudici, il compito di predisporre false relazioni di servizio e comunicazioni di reato, tutte puntualmente “canalizzate” in modo tale da farle pervenire direttamente a Savasta. Quello che emerge è un quadro caratterizzato “da gravissime pressioni, omissioni, alterazioni di dati processuali, falsificazione di prove e di documenti, persino di interi fascicoli processuali nel contesto di uno stabile asservimento delle pubbliche funzioni ad interessi privati”. Nella vicenda è stato condannato a 4 anni di reclusione anche l’imprenditore Luigi D’Agostinoex socio di Tiziano Renzi che, in accordo con Savasta, avrebbe versato tangenti nel 2015 e controllato le dichiarazioni di alcuni testimoni in un’indagine sui reati fiscali di società riconducibili a se stesso affinché non venisse mai fuori il suo nome. E di nuovo compare il nome dell’avvocato Giacomo Ragno, condannato a 2 anni e 8 mesi, per aver individuato e messo a disposizione del sistema un uomo disposto a fornire false dichiarazioni e salvare D’introno da una delle vicende che lo coinvolgevano.

ARMI E DENARO A BARI
“Delinque fino all’ultimo momento, e oltre” l’ex gip di Bari Giuseppe De Benedictisfinito in carcere con l’accusa di corruzione in atti giudiziari insieme all’avvocato penalista Giancarlo Chiarello. Anche a Bari, il motore della devianza del magistrato è il denaro: mazzette in cambio di scarcerazioni di indagati. Non importa il calibro del criminale: più sono colpevoli e più alta è la somma da pagare. Persino elementi di spicco della criminalità organizzata barese e foggianariescono a lasciare il carcere grazie a De Benedictis e all’avvocato Chiarello, collettore di denaro per conto del giudice a cui destinava le richieste di scarcerazione. “Un’amicizia fondata su un illecito mercimonio della funzione giurisdizionale” che non si è affievolita nemmeno di fronte alla certezza che presto sarebbero stati arrestati. La loro “proclività a delinquere – si legge negli atti d’inchiesta – non è scemata neanche davanti alla consapevolezza del Chiariello di essere oggetto delle propalazione accusatorie dei collaboratori di giustizia e del De Benedictis di essere sottoposto ad indagine da parte della Procura di Lecce e che, in attesa della prevista restrizione cautelare, non disdegna l’ennesima dazione corruttiva”. Incassare, insomma, fino all’ultimo euro. Prima della tempesta. Durante le perquisizioni i carabinieri riescono a ritrovare 60mila euro nascosti nelle prese elettrichedell’abitazione del giudice. Ma soprattutto la somma di 1 milione e 300mila euroin contanti nascosti in tre zaini a casa del figlio dell’avvocato Chiarello. Ma c’è di più. Parallelamente anche la Squadra mobile di Bari sta indagando su quel magistrato che ama le armi. Nelle campagne di Andria i poliziotti scoprono un vero e proprio arsenale composto da mitragliette Uzi, fucili kalashnikov, mitragliatori d’assalto come M12 e Ar15, novantanove pistole, mine anticarro, bombe a mano, altri fucili, carabine di precisione, più circa 3.400 detonatori e 10 silenziatori per bombe a mano. De Benedictis e un caporal maggiore dell’esercito vengono descritti dal gip di Lecce come “autentici trafficanti in armi da guerra”. Di chi sono quelle armi? Del giudice, in gran parte, ma gli inquirenti non escludono che pistole, fucili e mitragliatori che siano in realtà “di soggetti terzi appartenenti a persone orbitanti nell’ambito della criminalità organizzata locale”.

GLI ANTICORPI
La magistratura possiede “gli anticorpi necessari per colpire i comportamenti devianti” e ha “ancora una volta nella nostra regione, dimostrato di saper guardare al proprio interno e individuare le più gravi criticità”. Sono le parole utilizzate dal procuratore di Lecce Leonardo Leone de Castris, dopo l’arresto di De Benedictis. Eppure nell’opinione pubblica qualcosa sta cambiando. I tanti magistrati onesti che quotidianamente svolgono il loro lavoro, devono imparare a difendersi dai loro stessi colleghi infedeli. E non solo con indagini e processi. Il procuratore di Potenza Francesco Curcio – che indaga sui magistrati di Lecce, Brindisi e Taranto – ha ribattezzato i suoi colleghi travolti da bufere giudiziarie “gli Arnesano” che “ci sono, ci sono stati, probabilmente continueranno ad esserci”. Perché? Perché all’interno della magistratura sopravvive un “girare la testa, un certo voltare la testa dall’altra parte, un certo modo corporativo di intendere il nostro mestiere” che diventa ”il terreno, il sostrato su cui Arnesano e gli Arnesano possono delinquere”. E quindi è la stessa magistratura che deve potenziare quegli anticorpi, rimettendo in discussione anche i criteri di valutazione e di assegnazione di responsabilità ai magistrati che sono diventate spesso una prassi consolidata in grado di creare “guasti giganteschi”. Per Curcio “i reati commessi da Arnesano sono, a mio avviso, la perfetta espressione di un modo di intendere l’attività di magistrato”: la “conquista di una postazione” che, una volta raggiunta priva alcuni colleghi di “interesse per l’attività che svolge” e di “amore per le cose che fa, per le carte che deve studiare”. Incentivi che evidentemente qualcuno ha trovato altrove: nel sesso, nel denaro, nel potere.


Rif: https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/06/15/magistrati-indagati-o-condannati-in-quasi-tutte-le-province-lanno-orribile-della-giustizia-pugliese-tra-sesso-mazzette-armi-e-favori/6226447/

Undici magistrati indagati, la Procura di Milano sta crollando 

Mai così tanti, nemmeno ai tempi di Tangentopoli quando una parte del pool di «Mani Pulite», a cominciare da Antonio Di Pietro, finì dall’olimpo degli eroi alla dannazione degli accusati, perfino di corruzione, il reato per cui quei magistrati misero a soqquadro il Paese a metà degli anni Novanta. Sono nove i pubblici ministeri di Milano, e diventano undici considerando la fresca pensionata Ilda Boccassini, tra poco in libreria con le sue memorie, e l’ex, proprio del pool, Piercamillo Davigo, a essere indagati dalla Procura di Brescia che per competenza territoriale si occupa delle presunte violazioni di legge dei vicini colleghi. Un numero esorbitante tanto più che per anni non ce ne sono praticamente stati, se non in casi molto particolari, come quello del pm Ferdinando Esposito, indagato e condannato per induzione indebita. Quasi tutti i procuratori che hanno guidato Brescia sono ex di Milano e, questa è sempre stata la considerazione comune tra gli addetti ai lavori, forse non molto inclini a mettere sotto inchiesta toghe di loro diretta conoscenza.

Anche questa volta il capo è un ex, Francesco Prete, ma le condizioni sono cambiate con la «casa» della Procura di Milano che sta crollando, distrutta prima di tutto dalle faide interne. Il grosso degli indagati rientra nel procedimento nato dai verbali dell’avvocato Pietro Amara sulla presunta Loggia Ungheria, dal procuratore Francesco Greco, agli aggiunti Fabio De Pasquale e Laura Pedio, ai sostituti Sergio Spadaro (da qualche settimana assegnato alla neonata Procura europea) e Paolo Storari, le cui dichiarazioni hanno inguaiato i colleghi. I reati per loro sono, a vario titolo, omissione d’atti d’ufficio e rivelazione di segreto d’ufficio. In più c’è l’ex Dottor Sottile del pool, Davigo, a cui un avvocato milanese, Jacopo Pensa, ha dedicato una poesia diventata virale in cui lo sbeffeggia per il suo «antigarantismo» («Io non godo proprio mai / se qualcuno sta nei guai / ma se lui da sempre dice / che l’avviso fa felice / perché è come una malia / a tutela della garanzia / io aderisco al sentimento / e anch’io sono contento»).

Poi ci sono quattro pm iscritti nel registro bresciano per altri fatti. Alberto Nobili, responsabile dell’antiterrorismo, è indagato, assieme alla ex moglie Ilda Boccassini, per abuso d’ufficio in relazione a un incidente automobilistico mortale che coinvolse la figlia dei due. Per questa vicenda Brescia ha già chiesto l’archiviazione. Sempre quest’estate si è saputo che i pm esperti in reati finanziari Stefano Civardi, Giordano Baggio e Mauro Clerici sono indagati per omissione in atti d’ufficio perché non avrebbero approfondito abbastanza la posizione di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, ex vertici di Mps, in una delle tante indagini sulle difficoltà della banca senese.

Rif: https://www.iltempo.it/attualita/2021/09/23/news/magistrati-procura-milano-indagati-brescia-reati-distruzione-crollo-faide-interne-greco-davigo-28783966/

Come difendersi contro i giudici corrotti?

Come i normali cittadini, anche i giudici possono essere corrotti. Tuttavia, sussiste una sorta di rispetto quasi servile che la politica e i singoli tributano a chi esercita la funzione giudiziaria.

Ciò, sicuramente, accresce, anziché tenere a bada, la corruzione in ambito giudiziario. In questo articolo affronteremo la questione relativa al “come difendersi contro i giudici corrotti”. Cioè, il normale cittadino ha strumenti per difendersi contro un giudice che abusa della sua funzione, facendo della stessa una specie di scambio, vantaggio-favori o danaro-favori?

Può accadere, infatti, che un giudice accetti un favore (danaro o altra utilità) per ribaltare una sentenza, allungare i tempi di un processo. O trasmettere delle informazioni a favore di una parte.

A fronte di ciò, cosa è possibile fare?

Anzitutto, specifichiamo che, in ipotesi, il giudice risponde della sua condotta al Consiglio Superiore della Magistratura. E quest’ultimo ha il potere di comminare sanzioni disciplinari.

Di conseguenza, se si vogliono far valere condotte illecite, si può presentare un esposto al CSM, che aprirà un procedimento disciplinare con udienza pubblica. Tuttavia, si può anche direttamente andare sul pesante e denunciare il giudice per corruzione.

Tale scelta, però, presuppone che si possa provare quanto si sostiene in merito alla corruzione. E ciò, non è sempre facile. In siffatta ipotesi, la denuncia dovrà essere presentata alla Procura della Repubblica. Così come si fa nei confronti di un qualunque altro cittadino che abbia commesso un reato.

Comunque, tra la prima e la seconda ipotesi c’è una differenza, considerato che dinanzi al CSM si possono far valere tutti i tipi di illecito posti in essere dal giudice, mentre innanzi alla Procura, soltanto le condotte integranti reato.

Reato di corruzione

Sicché, alla domanda: “come difendersi contro i giudici corrotti?”, occorre preliminarmente chiarire quando ricorra, tecnicamente, la corruzione, sul piano penale.

Ebbene, il reato di corruzione in atti giudiziari, ex art. 319 ter del c.p., si ha quando il giudice, in qualità di pubblico ufficiale (quindi nell’esercizio delle sue funzioni) riceve indebitamente per sé o per un terzo, del denaro o altra utilità o ne accetti la promessa, al fine di danneggiare una delle parti in un processo civile, penale o amministrativo, compiendo un atto contrario ai suoi doveri.

Ne deriva che il giudice è corrotto quando accetta una mazzetta, una vacanza o un qualsiasi regalo, promettendo, in cambio, di alterare le carte di un processo, di rinviare un’udienza o di omettere l’emanazione di un atto dovuto.

Inoltre, è tale anche quello che accetti soltanto la promessa di uno dei vantaggi appena descritti.

Quindi, è sufficiente che si possa provare che lo stesso aveva accettato “l’affare”.

La pena stabilita per detto reato, è quella della reclusione da 6 a 12 anni. Quando il magistrato ha agito per favorire o danneggiare una parte.

Se, invece, dal comportamento illecito del giudice, deriva un’ingiusta condanna del cittadino, con pena inferiore a 5 anni, il magistrato rischia la reclusione da 6 a 14 anni.

Infine, se la pena a cui viene condannato ingiustamente il cittadino, superi i 5 anni o arrivi all’ergastolo, la pena per il giudice varia dagli 8 ai 20 anni.

Questi sono i dati alla mano ma, di fatto, anche di fronte a enormi abusi, si tende sempre a occultare i reati, o comunque, gli illeciti commessi da siffatta categoria.

Quanti cittadini, infatti, hanno finora avuto il coraggio di denunciare l’abuso di un giudice?

Rif: https://www.proiezionidiborsa.it/come-difendersi-contro-i-giudici-corrotti/

Giustizia, la credibilità calpestata da chi giudica: ecco la magistratura italiana

 Toghe

l mugnaio Arnold insistette fino a Berlino, per trovare un giudice che fosse capace di fare giustizia. L’amministrazione della giustizia è una delle funzioni centrali della vita civile, da sempre. E ci si fa ricorso per questioni essenziali. Vita o morte? Sì, ma anche vita o morte economica, familiare, d’impresa. Il racconto ambientato nella seconda metà del Settecento, al quale si attribuisce verità storica, oppone un uomo del popolo a un aristocratico tedesco, il barone von Gersdorf. Questi era capace di controllare l’amministrazione della giustizia nel suo territorio, anche contro le buone ragioni. Il nobiluomo deviò un corso d’acqua per alimentare la propria pesciera, a tutto danno del mulino, che non poté più essere alimentato e utilizzato. Dopo aver visto respinte le sue istanze dai giudici locali Arnold decise di rivolgersi al giudice supremo, il sovrano Federico il Grande, andando fino a Berlino. Esaminando il caso, Federico diede ragione al mugnaio e incarcerò i giudici corrotti dal barone. Se il giudice supremo è il sovrano, c’è da augurarsi che la dinastia abbia prodotto un buon frutto. Ma quando il giudice supremo è stato nominato in modo illecito? Vantaggi e svantaggi delle Istituzioni democratiche. Il potere giudiziario distinto dal potere esecutivo è principio di libertà. A patto che non ci si trovi nella condizione in cui è piombata la Corte di Cassazione, l’organo al vertice della giurisdizione ordinaria italiana.

NOMINA ILLEGITTIMA
E’ notizia di pochi giorni fa. Il Consiglio di Stato ha giudicato illegittima la nomina del presidente della Corte Suprema, e del suo vice. Pietro Curzio e Margherita Cassano sono stati nominati dal Csm un anno e mezzo fa, nel luglio 2020. Le scelte adottate dal Csm sono state definite “irragionevoli e gravemente carenti”. Siamo in una situazione senza precedenti. Il vertice della magistratura risulta illegittimo. Che immagine riceve la Giustizia, quando chi deve giudicare è stato giudicato illegittimo? E quali conseguenze dovrebbe sostenere chi ha fatto nomine “irragionevoli”?

NUOVA BATTAGLIA
Un’accusa forte al Csm, che sta attraversando un momento di criticità evidente. Consiglieri sotto inchiesta e dimissionari, nomine illegittime, l’organo di autogoverno dei giudici ha provato a resistere contro la sentenza del Consiglio di Stato, ribadendo la nomina di Curzio e Cassano, per consentire di avviare oggi l’anno giudiziario. Nessuno si augura di assistere a una nuova battaglia di corsi e controricorsi come quella che segnò la fine di Michele Prestipino alla Procura di Roma. A quale privato cittadino è consentito di fare ricorso contro il Consiglio di Stato? Eppure, il Csm ritiene di poter andare oltre il massimo grado della giustizia amministrativa. Di certo è che uno scontro rinnovato tra le più alte cariche dello Stato è un attentato troppo forte alla credibilità della Magistratura e della sua ormai mal dissimulata “guerra per bande”. In questi anni non si è avvertita nemmeno la presenza del sommo arbitro, il Capo dello Stato, che è presidente di diritto del Csm. Tutto è accaduto senza un suo intervento. Che Paese ci aspetta, se chi è chiamato a vigilare sulla legittimità non sa amministrare sé stesso e le sue competenze nel rispetto delle norme e delle leggi? Se fossimo marziani potremmo sorridere, ma siamo immersi nella realtà della contraddizione. Ne va di mezzo la vita dei cittadini, delle famiglie, delle imprese. Ne va di mezzo la credibilità delle Istituzioni. 

rif: https://www.liberoquotidiano.it/news/economia/30180466/giustizia-credibilita-chi-giudica-magistratura.html

Quando il corrotto è il magistrato

«Il magistrato che si fa corrompere dovrebbe essere giudicato per tradimento, perché il danno per l’istituzione giudiziaria è inestimabile».

Nella Giornata Internazionale contro la corruzione che ricorre oggi puntiamo i riflettori sui casi di corruzione all’interno della magistratura, sempre più all’ordine del giorno e prima causa della sfiducia dei cittadini nei confronti dell’intera categoria.

Ad eccezione del Palazzo di Giustizia di Foggia, in tutta la Puglia non vi è un foro che non sia stato colpito da un’ indagine.

Tribunale Bari. ANM: individuare unica sede per uffici penali |  Associazione Nazionale Magistrati

Imputati informati sui procedimenti penali, ritardi nei depositi, processi falsati, scarcerazioni improvvise in cambio di mazzette, regali, prestazioni sessuali. L’ultimo scandalo è emerso a giugno 2021 e ha visto la condanna dell’ex gip Antonio Savasta e il pm Emilio Arnesano. Colpiti da misure cautelari anche l’ex Procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo, il giudice civile Gianmarco Galliano e l’Ex gip di Bari Giuseppe De Benedictis“Ricavare il più rilevante profitto possibile” era il motto dell’ex pm di Trani Michele Nardi, condannato a più di sedici anni per associazione a delinquere.

La legge è uguale per tutti ed anche i magistrati che commettono reati devono affrontare i tre gradi di giudizio, oltre alla pronuncia dello stesso Consiglio Superiore della Magistratura che decide, prima della sentenza definitiva, se lasciare il soggetto in carica, trasferirlo, sospenderlo o radiarlo definitivamente.

Discredito dell’amministrazione giudiziaria

Le bufere giudiziarie con protagonisti magistrati coinvolgono sempre più fori e sezioni interne, nessuna esclusa.

Avvengono ovunque, anche nel tribunale dove i giudici Falcone e Borsellino hanno sancito il cambiamento della storia d’Italia, pagato con la propria vita.

A due passi dall’aula bunker, l’ex giudice e presidente della sezione misure di prevenzione Silavana Saguto, per anni simbolo dell’antimafia palermitana, e non solo, si gestiva i beni confiscati alle cosche compiendo affari illeciti.

Truffa e falso, chiesti 5 anni per l'ex giudice Saguto - Live Sicilia

Radiata e condannata, secondo le carte della sentenza, la Saguto avrebbe messo in atto una “grave distorsione – per tempi, modalità e protrazione delle condotte – delle funzioni giudiziarie da avere arrecato, oltre che danni patrimoniali ingentissimi all’erario e alle amministrazioni giudiziarie, anche un discredito gravissimo all’amministrazione della giustizia”. Intanto, la sua storia è stata raccontata anche da una docuserie Netflix e nonostante le sentenze, l’ex giudice continua a proclamarsi innocente.

Risposte tardive

Dati alla mano, nello scorso anno sono state avviate 81 azioni disciplinari nei confronti di 79 magistrati, di cui il 43% pm e il 57% giudici, ma il problema che emerge da questo fenomeno è che non sempre il CSM, il Ministero della Giustizia e il Procuratore Generale offrono una risposta adeguata e in tempi brevi.

Questo porta a una costante perdita di credibilità della magistratura creando un danno irreparabile per tutti i professionisti del settore che lavorano bene. Una risposta tardiva da parte delle istituzioni è una mancanza anche nei confronti di tutti coloro che sono morti in nome della giustizia.

Rif: https://www.blmagazine.it/quando-il-corrotto-e-il-magistrato/

Anm è un’associazione di clan incostituzionale, Palamaragate ha scoperchiato sistema corrotto e illegale

Anm è un’associazione di clan incostituzionale, Palamaragate ha scoperchiato sistema corrotto e illegale

Se esistesse ancora il premio Stalin (che temo sia stato abolito nel 1956) l’edizione del 2020 avrebbe un vincitore sicuro: il Csm.Cioè l’organo di autogoverno della magistratura, presieduto dal presidente della Repubblica. Il Csm ha celebrato in un tempo brevissimo, e quindi battendo ogni record di rapidità, il processo disciplinare a Luca Palamara, che in passato è stato uno degli dei della magistratura italiana: lo ha svolto senza accettare i testimoni a difesa, senza prove, fondandosi su pochissime intercettazioni ottenute coi Trojan (sono state accettate solo le intercettazioni illegali), negando ogni diritto della difesa e rifiutandosi di svolgere una inchiesta su ciò che Palamara ha denunciato, e cioè un sistema corrotto che domina la magistratura, ne stabilisce le gerarchie, determina la distribuzione dei poteri e – purtroppo – anche l’esito di molti processi, facendo strame dei diritti degli imputati e dell’esigenza di diritto e verità.

Rif:https://www.ilriformista.it/anm-e-unassociazione-di-clan-incostituzionale-palamaragate-ha-scoperchiato-sistema-corrotto-e-illegale-166875/

Magistratopoli, uno schifo così non l’avevo neanche immaginato

Magistratopoli, uno schifo così non l’avevo neanche immaginato

No, non è il mio album di famiglia, quello che sto sfogliando con un po’ di disgusto e che racconta storie di giornalisti e magistrati. Il disgusto è dovuto prima di tutto al fatto che si tratta di intercettazioni, cioè di colpi alle spalle nei confronti di persone che intrattengono conversazioni personali. Mi dà fastidio leggerle, è un’intrusione nei fatti altrui. Il secondo motivo dei miei sentimenti così negativi è dato dalla volgarità d’animo che emerge dal mondo della magistratura più politica e sindacalizzata. Che nel “mondo dei Palamara” si svolgessero intrallazzi, tradimenti, complotti e attacchi alla giugulare, non so perché, ma non mi stupisce. Noi lo chiamiamo il “Partito dei pm”, e ovviamente non riguarda solo il dottor Luca Palamara, che in questa storia, soprattutto nella sua parte giudiziaria, è forse più vittima che carnefice. Ma forse l’abbiamo nobilitato, il “mondo dei Palamara”, dandogli la denominazione di partito. Forse la parte più inedita di queste conversazioni carpite da uno strumentino che si chiama trojan e che ricorda metodi da Ovra, non è la lotta politica, furibonda, che si svolge tra magistrati alla vigilia elettorale delle nomine, ma proprio la volgarità.

La risata grassa, il darsi di gomito come fanno certi uomini al passare di una bella ragazza di cui non è il viso la parte che interessa. La bella ragazza di queste intercettazioni sul “mondo dei Palamara” è proprio il giornalista. Leggere quel che i togati dicono tra loro sul mondo dell’informazione, sullo spregiudicato uso che loro ne fanno e intendono farne, è ancora più imbarazzante di quanto non sia apprendere quante volte si vedono e si sentono e concordano gli articoli da far uscire i pubblici ministeri con i loro amici cronisti. Io stessa ho svolto per molti anni la mia attività di giornalista al Palazzo di giustizia, in gran parte a Milano, un poco anche a Roma. Anzi, ho cominciato a scrivere su un giornale proprio come cronista giudiziaria. È normale che nel posto di lavoro, nel luogo dove vai ogni giorno si costruiscano rapporti, nascano amicizie. A volte anche storie d’amore. Poi va anche detto che la prima fonte delle notizie che riguardano la giustizia è il magistrato, il pubblico ministero, per la precisione. Poi naturalmente ci sono gli avvocati, le forze dell’ordine, i cancellieri, i segretari, eccetera eccetera. Ma il pubblico ministero è il dominus, la bocca della verità, il miele di ogni cronista giudiziario. E ogni pm sa di contare qualcosa solo nel momento in cui i giornalisti cominciano a bussare alla sua porta, e sa di esser diventato un divo quando si sposta nei corridoi del palazzo di giustizia inseguito dal codazzo dei cronisti.

Ricordo, molti anni fa, un pubblico ministero arrivato dal sud d’Italia. Era serio e riservato. Poi un giorno, un suo collega con cui avevo preso ad avere un po’ di confidenza, mi raccontò che quel magistrato aveva appuntamento con un sarto. “Sai, gli aveva confidato, ora dovrò vestirmi meglio, perché con questa nuova inchiesta che sto conducendo dovrò incontrare i giornalisti”. Mi aveva fatto tenerezza, ma anche un po’ paura, quasi un certo mondo stesse per cambiare. Cambiò davvero tutto, con gli anni di Tangentopoli e l’arrivo di Di Pietro, nel 1992, mentre io mi avviavo a fare un altro mestiere in Parlamento e lasciavo definitivamente il Palazzaccio di Milano. Cambiò tutto, e oggi ci risiamo, daccapo. Leggere le conversazioni tra giornalisti, alcuni dei quali famosi, e un magistrato intercettato, conoscere le loro trame per orientare l’informazione per un verso piuttosto che per l’altro, e i siluri tra colleghi e le spiate, tutto questo lascia sconcertati. Ma fa venir voglia di scappare a gambe levate senza poter nascondere il disgusto per il chiacchiericcio volgare tra magistrati.

Quando dicono che quel giornalista lì è uomo dei servizi segreti, che quell’altro è legato ai poteri forti, che quella è avvicinabile, e si chiedono se non sia meglio scavalcare il cronista e puntare ai vertici del quotidiano. Per quale scopo? Per rendere l’informazione prigioniera una volta di più del potere giudiziario. E il giornalista è posto in totale passività, come l’inconsapevole bella ragazza che passava per strada davanti a un gruppo di maschi voraci. No, non è il mio album di famiglia. Ho fatto la cronista giudiziaria per tanti anni, sono stata amica di molti magistrati e di avvocati. Sempre con reciproco rispetto. Uno schifo così non l’avevo neanche immaginato. Però voglio proprio raccontarvela questa storia di giornalisti e magistrati che ho visto e vissuto da molto vicino per vari decenni.

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