Corruzione, giudici e funzionari pilotavano sentenze: altri sette arresti

Corruzione, giudici e funzionari pilotavano sentenze: altri sette  arresti


SALERNO
 – Una mazzetta da 10 mila euro per aggiustare una sentenza su un ricorso da 35 milioni di euro presentato da un imprenditore dell’Agro nocerino sarnese. E’ quanto emerge dall’inchiesta “Ground zero 2” che ha portato in manette sette persone tra giudici tributari e imprenditori delle province di Avellino e Salerno. E’ il prosieguo di una precedente inchiesta che aveva portato agli arresti 14 persone sempre per corruzione in atti giudiziari nell’ambito delle indagini sulla Commissione Tributaria di Salerno. Alcuni indagati, arrestati precedentemente, hanno svelato ulteriori episodi di corruzione.

L’iter di ulteriori dieci sentenze di secondo grado pronunciate dalla Commissione Tributaria Regionale Sezione distaccata di Salerno, risulterebbe essere stato pilotato in cambio di denaro. Tra gli arrestati un professionista di Avellino il quale, dopo aver ricoperto per anni l’incarico di giudice tributario a Salerno, da settembre dello scorso anno fa parte del Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria. I fatti a lui contestati, concorso in cinque episodi di corruzione in atti giudiziari, sono stati commessi non in qualità di giudice tributario o consigliere, ma come intermediario corruttore che operava avvalendosi della conoscenza diretta del personale amministrativo e dei giudici tributari di Salerno.

Tra gli arrestati compaiono anche un giudice tributario non togato, un segretario della Commissione Tributaria Provinciale, un produttore televisivo dell’Avellinese, altre quattro persone, tra cui imprenditori e commercialisti della provincia. Tra i capi di accusa vi sono la cancellazione di un debito con l’Erario di oltre 35 milioni di euro ottenuto da una società di Sarno; per un’altra società di Angri, invece, l’indebito vantaggio ottenuto supererebbe i cinque milioni; per una terza società avellinese, infine, la somma contestata dal Fisco e annullata dai giudici raggiungerebbe quasi il milione. Sale così a venti il numero complessivo di provvedimenti di secondo grado, al centro dell’inchiesta, che sarebbero stati pilotati dal 2016 a maggio di quest’anno.

rif: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2019/10/18/news/corruzione_giudici_e_funzionari_pilotavano_sentenze_altri_sette_arresti-238862409/

Giudici pilotavano sentenze, arresti

 © ANSA

SALERNO, 18 OTT – Nuovi arresti nell’ambito delle indagini sulla Commissione Tributaria di Salerno. Carcere per altri sette indagati tra giudici, funzionari, commercialisti ed imprenditori. Non si ferma, dunque, l’indagine che lo scorso 15 maggio ha portato all’arresto di 14 persone.
    Alcuni indagati, arrestati precedentemente, hanno svelato ulteriori episodi di corruzione. L’iter di ulteriori dieci sentenze di secondo grado pronunciate dalla Commissione Tributaria Regionale Sezione distaccata di Salerno, risulterebbe essere stato pilotato in cambio di denaro. Tra gli arrestati un professionista di Avellino il quale, dopo aver ricoperto per anni l’incarico di giudice tributario a Salerno, da settembre dello scorso anno fa parte del Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria. I fatti contestati, concorso in 5 episodi di corruzione in atti giudiziari, sono stati commessi non in qualità di giudice tributario o consigliere, ma come intermediario corruttore che operava avvalendosi della conoscenza del personale.

Rif: http://www.ansa.it/campania/notizie/2019/10/18/giudici-pilotavano-sentenze-arresti_baf7b9e1-4d05-48d5-b33e-187ba18aac03.html

Le “toghe sporche” si lavano in streaming. Va in scena il processo alle correnti

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All’Anm si presentano i 16 pm candidati a prendere il posto di Spina e Lepre al Csm: qualche nome noto, molti volti nuovi. Duro affondo di Di Matteo sulla “mafia” nel sistema

“La mia non è una candidatura calata dall’alto”, “io non ho mai ricoperto incarichi associativi”, “io sono indipendente, non appartengo a nessuna corrente”. A sentir parlare molti dei 16 candidati alle elezioni suppletive del Csmsembra che vogliano difendersi, per certi versi in via preventiva, dall’accusa di appartenere a un’associazione di magistrati. Somiglia a un processo, con tanto di accusa e difesa, con le correnti sul banco degli imputati il dibattito tra i pubblici ministeri che aspirano a prendere il posto di Luigi Spina e Antonio Lepre, due dei quanto magistrati che hanno lasciato l’organo di autogoverno delle toghe sulla scia del caso Palamara.

I 16 pm, provenienti da tutta Italia, si sono presentati ai colleghi, che hanno potuto ascoltarli in streaming, nella sede dell’Anm, al sesto piano della corte di Cassazione, a Roma. Quindici minuti a testa per parlare di programmi, dare la propria opinione sulla riforma della giustizia, raccontarsi ai colleghi. Ma più che sui programmi, tutti più o meno simili, senza differenze di rilievo, ciascuno di loro nel suo intervento si è soffermato sul ruolo del magistrato e sulle sue responsabilità, e sul peso delle correnti. Proprio su quest’ultimo tema sono emerse le divergenze tra chi le additava come il male assoluto e chi, invece, difendeva le associazioni tra toghe come luogo di confronto e di scambio di idee.

Più duro di tutti Nino Di Matteo. Il pm siciliano, oggi alla Direzione nazionale antimafia, ha lanciato accuse pesanti: “L’appartenenza a una corrente o a una cordata di magistrati è l’unico mezzo per fare carriera, ottenere incarichi, o avere tutela quando si è attaccati o isolati, e questo è un criterio molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso”. Nessun altro è arrivato a fare questo paragone, ma la denuncia della logica spartitoria tra correnti è giunta da più parti: “Io sono procuratore aggiunto a Milano – ha detto la pm Tiziana Siciliano, che nel capoluogo lombardo si è occupata, tra l’altro,della morte di dj Fabo e del Ruby ter – ho presentato la domanda sei volte per avere questo incarico. Ogni volta mi veniva detto che sarebbe stato molto difficile ottenerlo se non fossi andata a parlare con le persone giuste, nei corridoi giusti. Non l’ho mai fatto”. Parafrasando Francesco Saverio Borrelli, ex procuratore capo di Milano morto il 21 luglio, ha concluso il suo intervento con un’esortazione ai colleghi: “Trasparenza, trasparenza, trasparenza”.

A chi, come Grazia Errede, sostituto procuratore a Bari, invitava a non demonizzare le correnti e a ricordare che la responsabilità, penale e non, è personale, ha risposto Anna Chiara Fasano, giovane pm che lavora al tribunale di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno: “Io invece demonizzo – dice – non mi sono mai avvicinata alle correnti e credo che la responsabilità sia di tutta l’associazione intera, non solo del singolo”. Una linea simile è stata espressa da Francesco De Tommasi, sostituto procuratore a Milano: “Le correnti hanno occupato tutto, dal Csm al ministero della giustizia. Si spartiscono incarichi in maniera clientelare”, ha sostenuto.

Di sottrarre toghe e Csm al “gioco/giogo correntizio” ha parlato il candidato in quota Unicost, Francesco De Falco, sostituto procuratore di Napoli che si è occupato tra l’altro dell’inchiesta sulla paranza dei bambini. Alessandro Milita, procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere che ha lavorato, tra le altre cose, al contrasto al clan dei Casalesi e della morte di Tiziana Cantone, ha lanciato una provocazione: “Sembra che Unicost e Magistratura Indipendente (rispettivamente la corrente centrista alla quale apparteneva, prima di essere espulso, Luca Palamara, e Magistratura Indipendente, la corrente di moderati di cui facevano parte alcuni dei consiglieri che hanno lasciato il Csm, ndr) siano sparite”, ha ironizzato. E ai candidati che appartengono o sono vicini a queste due compagini ha detto: “Ditelo che siete di una corrente, altrimenti le opzioni sono due. O le correnti si sono ritirate o hanno deciso le candidature al chiuso di una riunione”. Non ha nascosto la sua appartenenza Antonio D’Amato, procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere che, però, ha precisato: “La mia candidatura non è calata dall’alto”. Alcuni candidati hanno sottolineato di non aver mai fatto attività associativa, ma di essere iscritti o di aderire ideologicamente ad Area: tra questi Paola Cameran, pm in corte d’Appello a Venezia, e Simona Maisto, sostituto a Roma. 

Candidati a uno dei posti vacanti nell’organo di autogoverno della magistratura sono anche anche Andrea Laurino, sostituto procuratore ad Ancona, Alessandro Crini, in funzione a Pisa che ha indagato sulla morte di Emanuele Scieri e Lorenzo Lerario, della corte d’Appello di Bari.

Non solo prese di distanze nei confronti dell’associazionismo: c’è chi ha rivendicato di aver fatto associazionismo, di provenire da una corrente. Tra loro ci sono Anna Canepa, storico volto di Magistratura democratica, sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia, Gabriele Mazzotta, procuratore aggiunto a Firenze, anche lui tra i magistrati progressisti, e Fabrizio Vanorio, della Dda di Napoli, da anni membro di Area, il soggetto che riunisce Md e Movimento per la giustizia. “Fare associazione significa occuparsi degli altri, uscire dalla propria stanza”. Una rivendicazione, questa, che esorta a salvare il buono delle correnti. Ora o mai più. Perché, come più di un candidato ha avvertito, alla luce dello scandalo Palamara, alla magistratura dopo le elezioni suppletive del Csm non sarà data una seconda chance per risollevare la sua credibilità.

rif:https://www.huffingtonpost.it/entry/le-toghe-sporche-si-lavano-in-streaming_it_5d7e5042e4b077dcbd5fface

I dinosauri del Sinedrio della magistratura non si arrendono

Domenica mattina, presso la sede dell’Associazione nazionale magistrati, in vista delle elezioni suppletive dei due nuovi togati che dovranno essere eletti al Consiglio superiore della magistratura dopo le dimissioni di Luigi Spina (Unicost) e Antonio Lepre (Mi) susseguite agli scandali emersi nell’inchiesta di Perugia sull’ex presidente dell’Anm Luca Palamara (accusato di corruzione), si sono tenute le audizioni dei sedici magistrati candidati consiglieri. Ognuno di loro ha presentato la propria “visione” su quelli che dovrebbero essere i compiti dell’organo superiore della magistratura, ma anche evidenziando ciò che fin qui non è stato fatto. Tra questi vi era anche il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di MatteoNel suo discorso di quindici minuti vi sono idee di rinnovamento, pensieri, spunti ma anche analisi critiche su un sistema che, purtroppo, ha presentato evidenti degenerazioni rispetto al ruolo sancito dalla Costituzione. 
E proprio quelle critiche, per aspetti diversi, sono andate di traverso ad alcuni magistrati, politici ed ex membri del Csm stesso. 
Ieri abbiamo letto dalle agenzie di stampa assurde lamentele, ipocrite giustificazioni e considerazioni sbilenche negli interventi del deputato di Forza Italia Pierantonio Zanettin (ex membro laico del Csm), di Mariarosaria Guglielmi, Segretaria generale di Magistratura democratica e dell’ex magistrato ed ex senatore, Antonio Di Pietro
Ma quale è stata la “pietra dello scandalo?
La denuncia, da parte di Di Matteo, sulla degenerazione del correntismo “laddove l’appartenenza a correnti o cordate è diventata l’unica possibilità di sviluppo di carriera e di tutela in momenti di difficoltà e di pericolo. E questo è un criterio molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso“. Una denuncia che era inserita all’interno di un discorso più ampio dove si evidenziavano anche altre criticità come la “burocratizzazione legata ad una logica perversa delle carte a posto dei numeri e delle statistiche; la gerarchizzazione degli uffici; il collateralismo politico che si manifesta nel privilegiare scelte di opportunità piuttosto che di doverosità“. 
Di Pietro, invitato a commentare su Radio Cusano Campus la considerazione sulla correnti della magistratura, ha affermato: “Non facciamo di tutta l’erba un fascio. In tutte le categorie degli esseri umani possono esserci delle mele marce, ma buttare via tutto il cesto mi pare una semplificazione troppo azzardata. Non vorrei che per combattere questo tipo di lobby si faccia un’altra lobby uguale e contraria. Vanno modificate le modalità di composizione del CSM, io sono per il sorteggio“.
In primo luogo ci chiediamo se l’ex magistrato ha sentito o letto l’intero intervento di Di Matteo, perché a ben vedere neanche lo stesso pm di punta del processo trattativa Stato-mafia ha fatto di tutta l’erba un fascio. 
Poi invitiamo a riflettere sulla reale necessità del sorteggio come soluzione ai mali che si sono manifestati. Sappiamo perfettamente che non è l’unico a ritenere valida una tale soluzione, seppur con qualche accorgimento, anche tra i membri della stessa corrente che sostiene Di Matteo nella corsa al Csm.
Da semplici cronisti che si occupano ormai da diversi anni di cronaca giudiziaria riteniamo abbastanza illogico, se non addirittura assurdo, relegare il destino, o il futuro di un magistrato alla “dea bendata”. 
Di fronte ad una Costituzione che legittima il magistrato nel prendere una decisione sul futuro di tanti cittadini, che può condannare all’ergastolo o a svariati anni di carcere, che può decidere su confische e sequestri di beni (e di errori in questo campo non sono mancati, ndr), se togliere la potestà ai genitori su un figlio sancendone l’affidamento, è ridicolo che non si abbia il discernimento per eleggere i propri membri senza accettare raccomandazioni, giochi di carriera, o episodi di corruzione, ma semplicemente scegliendo valutando nel merito i vari candidati. 
Le carriere di ogni magistrato testimoniano il reale valore e la reale capacità. Anche perché chi entra al Csm avrà poi il compito di valutare a sua volta, con il medesimo criterio, le candidature per dirigere i vari Uffici di Procura, valutando anche ogni singola richiesta di avanzamento di carriera. 
Oggi in una nota anche AreaDG è intervenuta sulle parole di Di Matteo (“C’è chi è arrivato ad equiparare il consenso elettorale a quello mafioso. Ne siamo colpiti. Da magistrati sappiamo che evocare a sproposito la criminalità organizzata significa minimizzarne la gravità“). Ma chi ha ascoltato interamente l’intervento del sostituto procuratore nazionale può rendersi conto che non c’è stata alcuna minimizzazione della criminalità organizzata, né l’evocazione è stata spropositata. 
Ben più gravi le parole della segretaria generale di Magistratura democratica, Mariarosaria Guglielmi. A suo dire “le dichiarazioni, ampiamente riportate dalla stampa, del dottor Di Matteo su correnti in magistratura e ‘metodi mafiosi’ rischiano di proporre di fatto all’opinione pubblica una inaccettabile equiparazione fra la scelta di appartenenza dei singoli magistrati ai gruppi associativi dell’Anm e l’affiliazione ad organizzazioni criminali mafiose“. E poi ancora: “Dichiarazioni generiche ‘ad effetto’, che nulla hanno a che vedere con la critica argomentata e con l’adoperarsi in concreto per combattere le degenerazioni correntizie sono destinate solo a produrre gravissimo sconcerto fra i cittadini e la pubblica opinione, lasciando aperti inquietanti interrogativi sul livello etico di una magistratura che si muoverebbe al suo interno con logiche mafiose“. 
La Gugliemi ha detto che Md è “sempre stata consapevole della necessità di vigilanza critica ed autocritica sui rischi di degenerazione verso logiche di mera appartenenza” ma dimentica la storia. Ci sono fatti che non possono essere dimenticati a prescindere dal dato che vi sono stati, e vi sono ancora oggi, magistrati validi e fortemente impegnati nella lotta contro mafia e corruzione, che aderiscono a questa corrente. 
Altri membri, purtroppo, non hanno mai chiesto scusa per quanto avvenne nel 1988. Quando Caponnetto lasciò l’incarico del Pool antimafia per ragioni di salute e per raggiunti limiti di età, alla sua sostituzione vennero candidati Falcone e Antonino Meli. Il 19 gennaio, dopo una discussa votazione, il Consiglio Superiore della Magistratura nominò Meli. E proprio Magistratura Democratica, con l’eccezione di Gian Carlo Caselli che votò a favore di Falcone, votò a favore di Meli.
E tempo dopo, quando Falcone accettò l’incarico al ministro di Grazia e Giustizia che fu proposto da Martelli, sempre altri membri di Magistratura dissero che Falcone si era “venduto al potere politico“. Noi non dimentichiamo. 
Così come non possiamo scordare le parole di Paolo Borsellino dette presso la Biblioteca Comunale, dopo la strage di Capaci. “Nel gennaio del 1988 – disse quella sera di giugno – quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. (…) Si aprì la corsa alla successione all’ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli”. 
Il Csm di allora, complice anche Md, ostacolò e umiliò all’inverosimile la carriera di Giovanni Falcone, così come fece ogni qualvolta bocciò la sua candidatura ad incarichi superiori. 
Le correnti, dunque, hanno sempre condotto scambi e trattative, partecipando a giochi di potere ed intessendo stretti legami con la stessa politica. 
Evidentemente è da questi fatti storici, a cui si aggiunge quanto emerge dall’inchiesta di Perugia, che Di Matteo ha tratto spunto per le sue considerazioni. 
Considerazioni che non sono affatto estreme. La Gugliemi dovrebbe prendere atto che già da tempo i cittadini hanno perso fiducia nella magistratura, non certo per le dure parole espresse dal dottor Di Matteo
I cittadini sono delusi dalle invidie, dalle gelosie, dall’assenza di verità e giustizia, e dalle logiche di opportunismo che la magistratura (fortunatamente non tutta) spesso conduce e manifesta.
Ben vengano candidati, da qualsiasi parte, che, con la forza delle idee, mostrano la volontà di riformare un organo che negli ultimi anni ha vestito i panni di un Sinedrio e che in passato, isolando e delegittimando magistrati come Falcone e Borsellino, ha di fatto condannato a morte i propri martiri della giustizia. 
Siano considerati quegli allarmi e quegli appelli per una riforma profonda del Csm da parte di tanti magistrati e consiglieri togati come Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita.
Infine abbiamo letto le dichiarazioni del deputato di Forza Italia, Zanettin. Addirittura ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, per “valutare la sussistenza dei presupposti per l’esercizio di iniziative di carattere disciplinare nei confronti del dott. Di Matteo“. Nell’interrogazione “svela” anche il “diktat” politico nel momento in cui afferma di reputare “la mafia un fenomeno del nostro paese troppo serio e troppo tragico, che non dovrebbe essere evocato a sproposito, soprattutto a fini elettorali“. Forse è per questo che il tema mafia scompare sempre ad ogni campagna elettorale?
Probabilmente non ci si poteva aspettare altro da un politico che evidentemente non prova vergogna ad essere membro di quel partito che è stato fondato da un condannato a sette anni in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa (Marcello Dell’Utri) e che ha come leader un soggetto come Silvio Berlusconi che, lo dicono le sentenze, versava nelle casse di Cosa nostra ingenti somme di denaro. Questione di gusti.
Ma forse Zanettin interviene anche da ex membro laico del Csm. Più volte in questo giornale abbiamo ricordato gli errori e gli orrori del Consiglio superiore della magistratura. E in diverse occasioni abbiamo espresso la nostra idea di riforma del Csm, fin qui nefasto ed obsoleto.
Una riforma costituzionale che preveda l’abolizione dei membri laici provenienti dal parlamento e designi i togati con una valutazione meritocratica, anziché seguendo le logiche delle correnti. Correnti che a loro volta andrebbero abolite in quanto rinsaldano il legame tra politica e magistrato. Se non si avrà il coraggio di effettuare un cambiamento simile ad essere a rischio non sarà solo l’autonomia e l’indipendenza ma anche la libertà dei cittadini. Nella consapevolezza che solo una magistratura sganciata dalla politica potrà essere veramente vigile e terza rispetto ad un potere che mira solo ai propri interessi e che non vuole verità e giustizia.

rif:http://www.antimafiaduemila.com/rubriche/giorgio-bongiovanni/75777-i-dinosauri-del-sinedrio-della-magistratura-non-si-arrendono.html

Csm, Di Matteo: “Dare spallata a sistema invaso dal cancro”

Csm, Di Matteo: "Dare spallata a sistema invaso dal cancro"

Trasmessa in diretta streaming su Radio radicale, la presentazione dei programmi dei 16 pm che si sono candidati alle elezioni suppletive del Csm del prossimo 6 e 7 ottobre

Dalla sede dell’ Anm in Cassazione la presentazione – trasmessa in diretta streaming su Radio radicale – ecco la presentazione dei programmi dei 16 pm che si sono candidati alle elezioni suppletive del Csm del prossimo 6 e 7 ottobre. I 16 competitor, come si sono definiti, sono in lizza per i due posti rimasti liberi dopo l’inchiesta di Perugia che ha sconvolto il Csm. Per la prima volta chi è sceso in campo lo ha fatto in prima persona, senza la sponsorizzazione delle correnti che hanno fatto un passo indietro. E’ presente il presidente dell’Anm Luca Poniz, e il segretario Giuliano Caputo. Il nome più conosciuto tra i pm che hanno scelto di candidarsi è quello di Nino Di Matteo, pm del processo sulla trattativa Stato-mafia, ora in forza alla Direzione nazionale antimafia.

“L’appartenenza a una cordata è l’unico mezzo per fare carriera e avere tutela quando si è attaccati e isolati, e questo è un criterio molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso”, ha esordito il pm antimafia Nino Di Matteo presentando in streaming la sua candidatura al Cam contro la “degenerazione del correntismo” “Al Csm vorrei fare soprattutto il
giudice dei magistrati fuori dal sistema, di quei colleghi che sono stati ostacolati nella loro attività. Il caso Palamara rappresenta una situazione di cui siamo tutto responsabili e penso anche a coloro i quali hanno espresso il loro voto con una mentalità clientelare, per ricevere poi un favore”. “Nel momento più buio della magistratura ho sentito il bisogno e la voglia di mettere la mia umiltà e il mio coraggio per dare una spallata a questo sistema, ha concluso Di Matteo esprimendo anche il suo no al sorteggio e a “riforme punitive”. Per il Csm “non serve una riforma punitiva”, ma bisogna “ridargli autorevolezza costituzionale senza distinzioni legate all’appartenenza, al gradimento politico, alla capacità dei singoli di tessere reti relazionali”, ha continuato il pm. “Non condivido le proposte di riforma sul Csm e il sorteggio dei togati, rispetto i colleghi che per spezzare le patologie del correntismo hanno proposto il sorteggio, ma penso che sia una proposta incostituzionale ed è devastante che i magistrati, che decidono su ergastoli o su patrimoni, non possano avere l’autorevolezza per eleggere i rappresentanti al Csm.

“Negli ultimi 15 anni la magistratura è cambiata, pervasa da un cancro che ne sta invadendo il corpo, i cui sintomi sono la burocratizzazione, la gerarchizzazione degli uffici, il collateralismo politico, la degenerazione clamorosa del correntismo”.  Il pm del processo sulla trattativa Stato-mafia, oggi sostituto alla Dna, ha sottolineato di non aver “mai pensato prima” di candidarsi a Palazzo dei Marescialli, “non sono mai stato iscritto a una corrente e sono sono intenzionato a farlo in futuro” e, ha aggiunto, “spero che la magistratura tutta, con questo voto, dimostri con i fatti di non volersi arrendere a prassi e a un sistema che la sta soffocando: una rivoluzione culturale, insomma, eleggendo chi ha dimostrato di essere estraneo e di voler contrastare le degenerazioni”. Se venisse eletto, l’attenzione di Di Matteo sarebbe rivolta, oltre che alla tutela dei giovani magistrati di prima nomina, alla “trasparenza” delle attività del Csm, alla “questione morale”.

Rif:https://www.repubblica.it/cronaca/2019/09/15/news/csm_di_matteo_dare_spallata_a_sistema_invaso_dal_cancro_-236073702/

Csm, Di Matteo: «Per fare carriera criteri simili a metodo mafioso»

Il pm antimafia ha presentato la sua candidatura

«L’appartenenza a una cordata è l’unico mezzo per fare carriera e avere tutela quando si è attaccati e isolati, e questo è un criterio molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso». Lo ha detto il pm antimafia Nino Di Matteo presentando in streaming la sua candidatura al Csm contro la «degenerazione del correntismo».

«Non serve una riforma punitiva del Consiglio superiore della magistratura, ma bisogna dargli l’autorevolezza di organo costituzionale senza distinzioni legate all’apparenza o al gradimento politico». Netta la contrarietà di Di Matteo anche all’ipotesi di sorteggio per l’elezione dei togati: «Rispetto i colleghi che lo hanno proposto per superare il correntismo, ma è incostituzionale – ha spiegato- E inammissibile che magistrati che decidono su ergastoli e patrimoni non possano avere competenza e autorevolezza per eleggere i consiglieri del Csm». 

«Negli ultimi 15 anni la magistratura è cambiata, pervasa da un cancro che ne sta invadendo il corpo, i cui sintomi sono la burocratizzazione, la gerarchizzazione degli uffici, il collateralismo politico, la degenerazione clamorosa del correntismo». Di Matteo ha spiegato che la sua candidatura al Csm (le elezioni per due nuovi togati si svolgeranno il 6/7 ottobre) è legata al «bisogno di mettermi in gioco in un momento così buio, a disposizione di chi vuole dare una spallata a un sistema che ci sta portando verso il baratro». Il pm del processo sulla trattativa Stato-mafia, oggi sostituto alla Dna, ha sottolineato di non aver «mai pensato prima» di candidarsi a Palazzo dei Marescialli, «non sono mai stato iscritto a una corrente e sono intenzionato a farlo in futuro» e, ha aggiunto, «spero che la magistratura tutta, con questo voto, dimostri con i fatti di non volersi arrendere a prassi e a un sistema che la sta soffocando: una rivoluzione culturale, insomma, eleggendo chi ha dimostrato di essere estraneo e di voler contrastare le degenerazioni». Se venisse eletto, l’attenzione di Di Matteo sarebbe rivolta, oltre che alla tutela dei giovani magistrati di prima nomina, alla «trasparenza» delle attività del Csm, alla «questione morale». Perché, spiega il magistrato, «negli ultimi anni la magistratura è pervasa da un cancro che si sta espandendo, i cui sintomi sono evidenti: la burocratizzazione, la gerarchizzazione degli uffici il collateralismo con la politica, la degenerazione correntizia».

rif:https://www.corriere.it/cronache/19_settembre_15/csm-matteo-per-fare-carriera-criteri-simili-metodo-mafioso-bf5b37ee-d7a6-11e9-9016-c6193fcbf5c4.shtml

CSM, Frank Cimini denuncia l’uso “personale” della Giustizia

Fughe di notizie e violazioni del segreto investigativo. Soldi e regali per “influenzare” indagini e sentenze. Pressioni e ricatti politici per condizionare le nomine dei magistrati nelle varie procure. Il Csm, negli ultimi tempi, sta dimostrando che dietro il paravento dell’autogoverno, fin troppo spesso, si nasconde un sistema che poco o nulla ha da invidiare agli impuniti della Prima Repubblica.

A rammentarlo è (anche) Frank Cimini, uno dei migliori cronisti giudiziari d’Italia, per oltre 25 anni inviato del Mattino al Palazzo di Giustizia di Milano. Un giornalista che ha vissuto gli anni di Tangentopoli, tanto per capirsi. Quindi sa di cosa parla quando, su Facebook, scrive:

“Io non ho le password per accedere alle chat dei magistrati ma alcuni di loro mi riferiscono che sta dilagando il caso del pm milanese con importante incarico che vestito da volpe con doppia coda aveva chiesto di non essere formalmente identificato durante un controllo di polizia in un locale. Insomma ne discutono in privato. I comuni mortali per sapere devono aspettare gli eventi. Intanto litigano tra loro perché ovvio c’è chi minimizza e chi dice che bisognerebbe procedere. Quasi quasi siamo al bis del caso di tre estati fa… nelle chat le toghe passarono tre giorni a parlare di corna dopo che un messaggio a luci rosse di un membro togato del CSM era finito per errore alla moglie. Lui disse che gli era stato sottratto lo smartphone e su pressione della consorte presentò pure formale denuncia. Purtroppo quel giorno risultarono non funzionanti le telecamere del circuito interno, la denuncia fu archiviata perché non fu trovato il responsabile del presunto molto presunto furto. Procura di Roma e CSM insabbiarono il caso. Accadrà anche per la storia della volpe a due code?” 

Il riferimento è all’episodio, denunciato da “Il Giornale” lo scorso luglio, in cui, durante un blitz antidroga in un elegante club gay, furono chiesti i documenti a tutti i presenti, tra i quali un famoso Pubblico Ministero (totalmente estraneo allo spaccio di droga).

Per carità, ognuno nel privato fa quello che vuole. Peccato però che in quell’occasione il Pm – che durante il festino era “vestito” da volpe con doppia coda – avesse chiesto alla Polizia di non essere identificato.

L’essersi esposto a situazioni di ricattabilità, l’aver messo a rischio l’onorabilità della categoria e, soprattutto, l’aver invocato un “trattamento di favore” ancora non bastano per limitare, in qualche modo, i privilegi autoconcessisi della categoria?

Rif:https://www.sassate.it/csm-frank-cimini/

Truffe: accusato di aver causato incidente, ma la macchina era in Albania ed il Giudice corrotto

avvocati legge tribunale

A giudicare il caso di uno jesino difeso dall’Avvocato anconetano Gabriele Galeazzi sarebbe stato un Giudice di Pace accusato di corruzioni a pochi giorni dall’udienza. Il CTU: “Costretto a pagare per lavorare”.

Uno jesino si era visto notificare una strana accusa: nel 2015 in quel di Torre del Greco avrebbe causato un incidente stradale uscendo da un parcheggio e danneggiando un’auto senza peraltro essere assicurato. Strana accusa, visto che l’uomo non era mai stato a Torre del Greco e la sua macchina in quell’anno era già stata trasferita in Albania, suo Paese di origine e che in quella data si era regolarmente recato a lavoro. Dubbioso portava le carte del processo al suo Avvocato di fiducia, il noto Avvocato del Foro di Ancona Gabriele Galeazzi, il quale verificava che, oltre l’infondatezza delle accuse, l’atto presentava numerose anomalie. Infatti mancava all’appello il verbale delle Forze dell’Ordine o una eventuale costatazione amichevole. La vicenda, poi, era stata ricostruita in modo generico e confuso ed era assente anche una valutazione del danno, stimato forfettariamente 1,032 euro, inoltre veniva chiesta l’ammissione di testimoni senza specificarne l’identità. Tutti fattori che spingevano l’Avvocato a consigliare il suo cliente di costituirsi al processo.

Una decisione non scontata, essendo infatti la macchina priva di assicurazione (non essendo più in Italia non figurava infatti nel registro della motorizzazione), si sarebbe potuta costituire la compagnia delle Assicurazioni Generali, nella qualità di Fondo di Garanzia per le Vittime della strada, ma l’avvocato di Ancona voleva vederci chiaro in quella ingarbugliata faccenda.

A pochi giorni dal processo, preparando la trasferta in Campania, Galeazzi scopriva che il suo intuito aveva colto nel segno, il Giudice di Pace A.I.che avrebbe dovuto giudicare il caso, dopo aver rimandato l’udienza in maniera anomala al 12 ottobre, omettendo di pronunciarsi sulle eccezioni presentate dall’Avvocato, veniva arrestato su ordine del Gip del tribunale di Roma della Guardia di Finanza di Torre Annunziata per corruzione. Un vero e proprio blitz delle forze dell’ordine, che smantellava con 22 arresti tra Giudici di Pace, avvocati e professionisti, un sistema di truffe a danno dell’assicurazione consolidato e reiterato presso Torre del Greco.

Piccole somme (tra i 500 e i 1000 euro) divise tra avvocato e giudice, che scrivevano le sentenze a quattro mani. Ininfluenti le numerose irregolarità e omissis nelle citazioni, infatti grazie al criminoso accordo con il giudice le cause venivano vinte ogni volta dall’avvocato colluso, come hanno confermato le numerose intercettazioni acquisite dagli inquirenti. Una truffa basata sul fatto che l’imputato quasi mai si presentava in udienza, lasciando che fosse la compagnia assicuratrice a gestire la causa. Elementi che lascerebbero pensare che anche il processo dell’incolpevole jesino, nonostante l’attenta difesa dell’Avvocato Galeazzi, avrebbe avuto un esito negativo.

Appresa la condanna e le modalità della truffa seriale lo Studio di Ancona di Galeazzi valuterà un esposto alla Procura competente per costituirsi parte civile nel processo che riguarderà il Giudice di Pace in questione

Rif: https://www.vivereancona.it/2018/10/15/truffe-accusato-di-aver-causato-incidente-ma-la-macchina-era-in-albania-ed-il-giudice-corrotto/701976/

Magistrato irrispettoso di colleghi e avvocati: va trasferito

Per il Consiglio di Stato (sentenza n. 5783/2019) tale comportamento innesca infatti un contesto difficoltoso per funzionalità e affidabilità dell’ufficio

Il Consiglio di Stato, nella sentenza n. 5783 del 2019 (testo in calce), ha evidenziato che, a seguito della riforma del 2006, il trasferimento d’ufficio dei magistrati deve aver luogo quando “per qualsiasi causa indipendente da loro colpa non possono, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità.” 

Nella specie, il Presidente di un Tribunale piemontese, al termine dell’espletamento dell’incarico quadriennale, aveva formulato un’auto-relazione, nella finalità di essere confermato. Il Consiglio giudiziario del capoluogo, tuttavia, tenendo conto della proposta avanzata dal competente Presidente della Corte d’Appello, esprimeva parere contrario alla conferma nell’incarico direttivo, come pure convalidato, in seguito, da una delibera del CSM. I motivi per cui l’assegnazione non veniva confermata coincidono con quelli che avevano originato un disciplinare, nei suoi stessi confronti, ad opera del Procuratore Generale della Cassazione. Quindi la I Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura proponeva il relativo trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale. 

Il magistrato impugnava la delibera di trasferimento presso la giustizia amministrativa, peraltro lamentando il vizio di violazione e falsa applicazione dell’art. 2, comma II, del R.D.Lgs. n. 511 del 1946. Inoltre, impugnava la delibera che lo aveva assegnato ad ulteriore ufficio giudiziario. Il ricorso veniva respinto dalla I sezione del Tar Lazio, quindi il magistrato si rivolgeva alla giustizia amministrativa di seconde cure, dove hanno resistito sia il Consiglio Superiore della Magistratura che il Ministero della Giustizia. 

La V Sezione del Consiglio di Stato, con la Sentenza depositata il 22 agosto 2019, n. 5783, ha rigettato il gravame, ritenendolo infondato, anzitutto precisando che il trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale, ai sensi dell’articolo 2, del R.D.Lgs. 31 maggio 1946, n. 511 (cd. “legge sulle guarentigie della magistratura”), fino all’entrata in vigore della riforma dell’ordinamento giudiziario (D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109), veniva previsto per i magistrati quando per qualunque causa, anche non dipendente da una loro colpa, non potessero, nella sede che occupavano, amministrare la giustizia nelle condizioni richieste dal prestigio dell’ordine giudiziario. 

In seguito, secondo quanto si legge nella pronuncia, l’assetto normativo è variato col D.Lgs. 23 febbraio 2006, n. 109. Più in particolare, l’art. 13 della stessa riforma aveva provveduto a emendare il precitato art. 2, pertanto il trasferimento d’ufficio dei magistrati non si verificava più “quando, per qualsiasi causa anche indipendente da loro colpa, non possono, nella sede che occupano, amministrare giustizia nelle condizioni richieste dal prestigio dell’ordine giudiziario”, bensì “quando, per qualsiasi causa indipendente da loro colpa non possono, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità”.

In altre parole, le novità normative che interessavano la vicenda de qua, erano rappresentate:

a) dalla nuova individuazione del presupposto del trasferimento d’ufficio, che viene delineato con esclusivo riferimento alle cause indipendenti da colpa del magistrato;
b) dalla individuazione dell’oggetto della tutela: non più il “prestigio dell’ordine giudiziario”, ma lo svolgimento delle funzioni “con piena indipendenza e imparzialità”.

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La citata novella, come evidenziato dal collegio della V sezione del Consiglio di Stato, ha fatto coincidere il presupposto per il trasferimento amministrativo con l’incompatibilità “incolpevole”, differenziando in tal modo i trasferimenti derivanti da veri e propri procedimenti disciplinari, da quelli amministrativi. Per l’effetto, ciò che riveste rilievo per gli scopi del trasferimento, è perciò la situazione in senso oggettivo che insorge nel contesto degli uffici giudiziari, che può essere originata dalla condotta sia involontaria che volontaria del magistrato, sebbene non riprovevole. In altri termino, rileva quindi l’insorgere di un obiettivo pericolo per l’immagine della funzionalità e dell’affidabilità dell’ufficio. 

Tra i vari episodi oggetto di contestazione, il Consiglio di Stato ha posto l’accento su una vicenda occorsa nel 2016, quando il ricorrente si era lamentato pubblicamente del parere non favorevole manifestato dal locale Consiglio dell’Ordine degli Avvocati in merito alla sua conferma nelle funzioni di Presidente del Tribunale, impiegando espressioni sarcastiche nel ringraziare lo stesso consiglio dell’Ordine, come pure il suo Presidente per tale parere.

Anche con riferimento alla vicenda delle “patologiche interferenze” denunziate da un collega dell’ufficio, ed oggetto di ulteriore apprezzamento disciplinare, i magistrati amministrativi hanno osservato che il richiamo non veniva operato per farne oggetto, ai fini del trasferimento, di un addebito di negligenza, bensì unicamente al fine di evidenziare la compromissione dei valori fondamentali tutelati, nel generale esercizio della funzione giurisdizionale, dalla disciplina che la regola.

In definitiva, il rapporto conflittuale coi membri del foro locale e coi colleghi magistrati del Tribunale, si era manifestato tale da legittimare l’autonomo apprezzamento della compromissione dei requisiti di credibilità e di fiducia nell’operato della magistratura, e ciò a prescindere dal giudizio di potenziale negligenza professionale.

Rif: https://www.altalex.com/documents/news/2019/09/03/magistrato-irrispettoso-colleghi-avvocati-va-trasferito

Magistrati arrestati, 10 davanti a Gip

 © ANSA

BARI, 24 AGO – La Procura di Lecce ha chiesto il rinvio a giudizio di tre magistrati, all’epoca dei fatti in servizio Trani, accusati associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari. Sono l’ex Gup Michele Nardi e gli ex Pm Antonio Savasta e Luigi Scimè. Come riporta la Gazzetta del Mezzogiorno, insieme ad altri sette imputati, compreso l’ispettore Vincenzo Di Chiaro, dovranno comparire il prossimo 11 settembre davanti al Gip Cinzia Vergine. Stralciata la posizione dell’imprenditore Flavio D’Introno, principale accusatore degli imputati, che ha parlato di avere ricevuto una richiesta di 2milioni di euro per bloccare un processo in cui era imputato per usura e aprire fascicoli contro chi lo accusa.
    Tentativi non riusciti. Stralciata anche quella del carabiniere Martino Marancia, la cui posizione potrebbe essere archiviata.
    Il rinvio a giudizio è stato chiesto con la formula dell’urgenza per evitare la scadenza dei termini di custodia, prevista per il prossimo 13 ottobre.

Rif: http://www.ansa.it/puglia/notizie/2019/08/24/magistrati-arrestati-10-davanti-a-gip_a713f4eb-811c-40cf-82a3-fa6c73558c27.html