Ha adescato centinaia di ragazzine in chat, condannato un giudice minorile

Il magistrato, in servizio al Tribunale di Napoli, contattava le sue vittime via social mandando loro messaggi a sfondo sessuale. Per lui dieci mesi di carcere e interdizione dai pubblici uffici legati ai minori

pedofilia online

Contattava le ragazzine via social inviando loro messaggi espliciti a sfondo sessuale.

Utilizzando un profilo fake, un giudice onorario del Tribunale dei minori di Napoli ha così adescato per anni centinaia di giovanissime vittime e per questo è stato condannato a dieci mesi di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici legati ai minori dal giudice monocratico di Roma, che ha esaminato il procedimento per competenza territoriale. 

Profilo fake – Il magistrato, 47 anni, utilizzava sempre lo stesso modus operandi, secondo quanto accertato dagli inquirenti. Per abbordare virtualmente le ragazzine si presentava con il nome di Cristiano esordendo con un “sei bellissima e sexy” per passare poi a proposte sessualmente esplicite. 

Nove contatti al giorno – I fatti risalgono agli anni 2016-2017 e, secondo gli inquirenti, i dialoghi avvenivano con differenti utenze (non è stato possibile risalire all’identificazione di tutti i profili, che non compaiono nel capo d’imputazione). L’uomo aveva una media di nove contatti al giorno per un totale di quasi 20mila messaggi. Si trattava, hanno accertato le indagini, di un comportamento ossessivo, tanto che l’uomo non si fermava neanche quando le ragazzine cercavano di fermare e allontanare quelle illecite attenzioni affermando di essere minorenni. 

Identificate solo due tra le decine di vittime – Il giudice onorario cercava da anni le sue prede in rete e solo l’intervento degli investigatori ha evitato che riuscisse a incontrare realmente le vittime. Nei suoi confronti è quindi scattata l’accusa di adescamento di minori. L’analisi dei dispositivi che utilizzava ha permesso di identificare solo due vittime ma gli inquirenti sono convinti che decine di giovanissime siano finite nella sua rete. 

La onlus anti-pedofilia: “Reato odioso” – “Quando siamo venuti a conoscenza di tale condotta – dice Roberto Mirabile, presidente della onlus La Caramella Buona -, abbiamo valutato quanto in nostro possesso e deciso di costituirci parte civile al processo, perché combattiamo la pedofilia da 25 anni e lo facciamo con ancora più forza quando a macchiarsi di questo reato sia un soggetto che dovrebbe proteggere i bambini e non importunarli. Grazie al lavoro del nostro avvocato Monica Nassisi, siamo riusciti a confermare con forza il quadro accusatorio e il giudice ha condannato l’imputato nonostante il pm d’aula ne avesse richiesto l’assoluzione”. 

Il giudice ha disposto anche un risarcimento in favore della parte civile. “E’ una soddisfazione in quanto questo procedimento, inizialmente, era diretto verso l’archiviazione – chiarisce la legale Nassisi -. Pertanto la condanna segna un grande risultato; non parliamo di successo poiché sappiamo bene che, quando le vittime sono bambini, è la società tutta a perdere, ma noi restiamo in prima linea per garantire loro tutela e restituire giustizia”. 

Quando il corrotto è il magistrato

«Il magistrato che si fa corrompere dovrebbe essere giudicato per tradimento, perché il danno per l’istituzione giudiziaria è inestimabile».

Nella Giornata Internazionale contro la corruzione che ricorre oggi puntiamo i riflettori sui casi di corruzione all’interno della magistratura, sempre più all’ordine del giorno e prima causa della sfiducia dei cittadini nei confronti dell’intera categoria.

Ad eccezione del Palazzo di Giustizia di Foggia, in tutta la Puglia non vi è un foro che non sia stato colpito da un’ indagine.

Tribunale Bari. ANM: individuare unica sede per uffici penali |  Associazione Nazionale Magistrati

Imputati informati sui procedimenti penali, ritardi nei depositi, processi falsati, scarcerazioni improvvise in cambio di mazzette, regali, prestazioni sessuali. L’ultimoscandalo è emerso a giugno 2021 e ha visto la condanna dell’ex gip Antonio Savasta e il pm Emilio Arnesano. Colpiti da misure cautelari anche l’ex Procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo, il giudice civile Gianmarco Galliano e l’Ex gip di Bari Giuseppe De Benedictis“Ricavare il più rilevante profitto possibile” era il motto dell’ex pm di Trani Michele Nardi, condannato a più di sedici anni per associazione a delinquere. 

La legge è uguale per tutti ed anche i magistrati che commettono reati devono affrontare i tre gradi di giudizio, oltre alla pronuncia dello stesso Consiglio Superiore della Magistratura che decide, prima della sentenza definitiva, se lasciare il soggetto in carica, trasferirlo, sospenderlo o radiarlo definitivamente. 

Discredito dell’amministrazione giudiziaria

Le bufere giudiziarie con protagonisti magistrati coinvolgono sempre più fori e sezioni interne, nessuna esclusa.

Avvengono ovunque, anche nel tribunale dove i giudici Falcone e Borsellino hanno sancito il cambiamento della storia d’Italia, pagato con la propria vita

A due passi dall’aula bunker, l’ex giudice e presidente della sezione misure di prevenzione Silavana Saguto, per anni simbolo dell’antimafia palermitana, e non solo, si gestiva i beni confiscati alle cosche compiendo affari illeciti.

Ref: https://www.blmagazine.it/quando-il-corrotto-e-il-magistrato/

Un ex pm di Salerno, avvocati e imprenditori arrestati: si ipotizza la corruzione

corruzioni arresti ex pm salerno avvocati imprenditori

AGI – Il suo nome era legato alla condanna nel 2014 del presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, per abuso d’ufficio. La sentenza di primo grado era stata poi superata dall’assoluzione in appello, pronuncia di secondo grado confermata in Cassazione. Ma Roberto Penna, 60 anni a settembre prossimo, da pm a Salerno si era conquistato ormai una fama di magistrato non prono ai poteri forti.

Destò qundi sorpresa una perquisizione del 14 luglio di un anno fa che lo coinvolse, così come coinvolse imprenditori legati a un consorzio con sede nel palazzo della prefettura salernitana, uno dei quali ex generale della Guardia di Finanza.

Oggi, l’inchiesta aperta a Napoli a gennaio 2021 dai pm Antonello Ardituro e Antonella Fratello, coordinata dall’aggiunto Giuseppe Lucantonio con il procuratore capo Giovanni Melillo, e affidata al Ros ha portato a 5 misure cautelari nei confronti di Penna, di Maria Gabriella Gallevi, avvocato del Foro di Salerno e sua compagna, e di Francesco Vorro, Umberto Inverso e Fabrizio Lisi (ex comandante della Scuola ispettori e sovrintendenti della Guardia di Finanza a L’Aquila), imprenditori soci di un consorzio.

Il plenum del Csm, in due sedute datate 6 e 7 dicembre scorso, nel frattempo, subito dopo le perquisizioni in diversi uffici e abitazioni alla ricerca di documentazione, aveva disposto il trasferimento in prevenzione del pm salernitano a Roma come magistrato di sorveglianza.

Penna, è l’ipotesi investigativa, in cambio di incarichi per Maria Gabriella Gallevi, avrebbe fornito agli imprenditori informazioni su procedimenti giudiziari che li riguardavano, anche fascicoli sul suo tavolo.

I tre soci, inoltre, contavano su di lui, per evitare provvedimenti prefettizi, avere in rapporti con un funzionario prefettizio ed entrare nella white list del Palazzo di Governo salernitano. Da qui, ipotesi di reato a vario titolo nei confronti dei cinque indagati per corruzione per l’esercizio delle funzioni, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione in atti giudiziari e induzione indebita a dare o promettere utilità. Penna, attraverso il suo legale, si è sempre mostrato disposto a collaborare con gli inquirenti. A tutti gli indagati, il gip napoletano ha riconosciuto il beneficio dei domiciliari.

Rif: https://www.agi.it/cronaca/news/2022-02-09/corruzioni-arresti-ex-pm-salerno-avvocati-imprenditori-15552730/

Napoli, arrestato per corruzione il pm Roberto Penna

NAPOLI – Arrestato per corruzione il magistrato Roberto Penna. Il pm è da stamattina agli arresti domiciliari sulla base di un’ordinanza emessa dal gip del Tribunale di Napoli. L’accusa di corruzione risale a quando Roberto Penna era sostituto procuratore presso il Tribunale di Salerno.

ARRESTATA ANCHE LA COMPAGNA E TRE IMPRENDITORI

Arresti domiciliari anche per l’avvocato di Salerno Maria Gabriella Gallevi, compagna del magistrato, e per gli imprenditori Francesco Vorro, Umberto Inverso e Fabrizio Lisi (un ex generale della Finanza). Le accuse nei confronti degli arrestati sono “corruzione per l’esercizio delle funzioni, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione in atti giudiziari e induzione indebita a dare o promettere utilità oggetto delle investigazioni condotte” e delegate al Raggruppamento operativo speciale dell’Arma dei Carabinieri. A quanto si apprende, Penna avrebbe rivelato agli imprenditori notizie relative alle indagini che stava portando avanti su presunti abusi edilizi e avrebbe ‘favorito’ gli imprenditori in cambio di incarichi ricevuti dalla sua compagna. 

Il magistrato Penna è abbastanza noto anche per aver sostenuto l’accusa nel processo con rito immediato contro l’ex procuratore generale della Corte di appello di Catanzaro, Otello Lupacchini (trasferito a Torino dopo il provvedimento disciplinare del Csm), che accusato di aver mentito per ottenere il potenziamento della scorta

Roberto Penna, chi è il magistrato di Salerno arrestato per corruzione

Ex sostituito procuratore a Salerno, da pm ha condotto molte inchieste scomode, sostenendo accuse anche contro l’arcivescovo Pierro e Vincenzo De Luca

La “chiacchiera” ha sempre accompagnato, o in qualche caso addirittura preceduto, il magistrato Roberto Penna, da stamane ai domiciliari nell’ambito di un’inchiesta per corruzione. E lui non ha mai fatto niente per depotenziarla. Anzi, gli è sempre piaciuto stare al centro dell’attenzione e non si è mai adoperato per allontanare da sé i riflettori. L’aggettivo che più di altri ha connotato la sua opera da magistrato è stato “scomodo”, perché Roberto Penna da sostituto procuratore (attualmente era in servizio come giudice al Tribunale di Sorveglianza di Roma) si è addossato il carico di inchieste difficili, a volte persino impossibili, che toccavano i poteri forti della città di Salerno. Ma lui di questo andava fiero e si era costruito nel tempo l’immagine del pm senza macchia e senza paura che portava con sé, insieme a quella “chiacchiera” ingombrante, nei circoli e club blasonati di Salerno che frequentava con una certa assiduità.

Parte offesa

Nel 2014 Penna fu parte offesa in un procedimento a carico di Marta Santoro, l’ex comandante della Forestale di Foce Sele condannata in via definitiva a sei anni e sei mesi per concussione, corruzione, abuso ed atti contrari ai doveri d’ufficio. L’ex sovrintendente aveva millantato un’amicizia con lui, che gli avrebbe consentito di sistemare noie giudiziarie relative ad illeciti edilizi evitando controlli. 

Le inchieste contro De Luca

Ogni inchiesta sugli abusi edilizi in Costiera amalfitana portava in calce la sua firma ma il suo pezzo da novanta, che gli procurò fama oltre i confini salernitani, fu l’accusa contro l’arcivescovo Pierro per aver fatto con i fondi regionali di una colonia per ragazzi un albergo di lusso, l’Angellara Home. Il presule dovette sostenere un processo e venne condannato. E poi le inchieste contro De Luca e il suo sistema di potere, la più nota quella sul termovalorizzatore mai realizzato, per la nomina a project manager del dirigente comunale Alberto Di Lorenzo. Finì tutto in una bolla di sapone ma tanto bastò per alienarsi per sempre le simpatie del governatore. Non è un caso che tra le intercettazioni telefoniche a suo carico ce n’è una in cui imputa all’allora procuratore capo a Salerno, Corrado Lembo, un presunto immobilismo nel far svolgere indagini sul conto di De Lucaquando era sindaco di Salerno. Spericolato oltre che coraggioso.

Rif: https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/22_febbraio_09/roberto-penna-chi-magistrato-salerno-arrestato-corruzione-9f9b7ad8-897c-11ec-ae73-595424bfd521.shtml

Corruzione, arrestati l’ex sostituto procuratore
di Salerno, avvocato e imprenditori ed ex GdF

Figurano anche Roberto Penna, all’epoca dei fatti contestati sostituto procuratore a Salerno, e la sua compagna, l’avvocato di Salerno Maria Gabriella Gallevi, tra le cinque persone arrestate oggi dal Ros di Napoli nell’ambito di indagini coordinate dal procuratore di Napoli Giovanni Melillo. 

Si tratta di arresti ai domiciliari notificati anche agli imprenditori Francesco Vorro, Umberto Inverso e Fabrizio Lisi, Fabrizio Lisi, quest’ultimo generale della Guardia di Finanza in quiescenza ed ex comandante della Scuola ispettori e sovrintendenti della Guardia di finanza di L’Aquila. Contestati, a vario titolo, la corruzione per l’esercizio delle funzioni, per atto contrario ai doveri d’ufficio e in atti giudiziari, oltre che induzione indebita a dare o promettere utilità. 

Rif. https://www.ilmattino.it/salerno/corruzione_salerno_arrestati_ex_sostituto_procuratore_roberto_penna_avvocato_imprenditori-6492902.html

Le accuse al giudice arrestato a Brindisi: “Si è fatto dare 150mila euro dalla famiglia di un bimbo disabile, speculava su tragedie umane”

Le accuse al giudice arrestato a Brindisi: “Si è fatto dare 150mila euro dalla famiglia di un bimbo disabile, speculava su tragedie umane”

Nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere il giudice Gianmarco Galiano, in servizio a Brindisi, ricostruita la vicenda della visita a casa di una famiglia con un figlio disabile per colpa medica, risarcita con 2 milioni di euro. Il padre e la madre: “Disse in modo arrogante e sprezzante che anche in considerazione del fatto che abitavamo in una piccola casa in campagna e che lui, conoscendo chiunque contasse, ci avrebbe fatto togliere il bambino”

“Vi dico la verità, ora che vi ho detto queste cose ho paura. Ho ancora paura che questo Galiano possa farci qualcosa di brutto”. Ha ricostruito tra le lacrime un episodio che risale al 2015, una brutta storia che è diventata una delle vicende centrali dell’inchiesta su favori e corruzione che ha portato all’arresto del giudice civile Gianmarco Galiano, ora rinchiuso nel carcere di Melfi, e di altre cinque persone. È il padre di un bambino disabile che, stando a quanto ha riferito alla Guardia di Finanza, avrebbe ricevuto a casa la visita del magistrato e della moglie, consapevoli del risarcimento ottenuto per via delle conseguenze subite dal neonato in ospedale. I due, ha raccontato agli investigatori, gli avrebbero chiesto di versare 150mila euro. Concussione secondo i pm di Potenza, guidati dal procuratore capo Francesco Curcio, estorsione a parere del giudice per le indagini preliminari Lucio Setola che ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare.

“È stata una testimonianza toccante, anche molto difficile per chi l’ha resa a Brindisi, convocato dalla Guardia di finanza”, ha raccontato il procuratore di Potenza. Ed è solo un frammento nella complessità di contestazioni rivolte a Galiano e alla sua presunta “cricca”, composta secondo l’accusa dal commercialista Oreste Pepe Milizia, ritenuto il suo braccio destro, dalle rispettive ex mogli, l’avvocato Federica Spina e il presidente dell’ordine degli ingegneri di Brindisi, Annalisa Formosi, dall’imprenditore Massimo Bianco e dall’altro avvocato Francesco Bianco.

Si parla di cause pilotate, di consulenze per 400mila euro, di Rolex, macchine costose – finite sotto sequestro – e di sponsorizzazioni fittizie ad associazioni sportive fatte da privati in favore della barca a vela di Galiano, in cambio di tutela giudiziaria, specie nelle aste fallimentari. Ma si parla anche di quote parte dei risarcimenti per incidenti e tragedie umane, finiti nella disponibilità del magistrato attraverso i conti correnti della ex suocera. Un affresco che racchiude la “spregiudicata disinvoltura” con cui Galiano “era solito speculare sulle tragedie umane e sfruttare indebitamente, per fini di arricchimento personale, la sua carica di giudice”.

Uno degli episodi cardine ricostruito nell’ordinanza è il risarcimento ottenuto dalla famiglia del bambino disabile. “A seguito della gravissima negligenza dei medici che hanno determinato l’irreparabile patologia a carico di mio figlio – ha raccontato la madre del piccolo agli investigatori – iniziammo una causa civile per un risarcimento. Per la verità volevo giustizia in sede penale ma mi dissero che le cause spesso finiscono nel nulla. Mio figlio non comunica con il mondo esterno, io sono l’unico punto di riferimento”. Dopo un lungo giro e per varie ragioni i due genitori si rivolsero all’avvocato Spina, poi dovettero cambiare per ragioni di incompatibilitàdella stessa con il marito, per l’appunto giudice a Brindisi. La causa si chiuse con un accordo transattivo con l’assicurazione: 2 milioni di euro. “Pochi giorni dopo che mio marito telefonò alla Spina per farle questa comunicazione, si presentarono a casa nostra sia lei che il giudice Galiano”, ha raccontato la donna.

“Fu uno dei momenti più brutti della mia vita – ha proseguito il padre – in quanto fu come una pugnalata del tutto inaspettata. Galiano iniziò a dire che dovevamo dare non ricordo quante migliaia di euro alla moglie e che a lui proprio dovevamo dare 150mila euro. Disse in modo arrogante e sprezzante che anche in considerazione del fatto che abitavamo in una piccola casa in campagna, non certamente arredata in modo lussuoso e che lui, conoscendo il sindaco, conoscendo i servizi sociali, la polizia e chiunque contasse, ci avrebbe fatto togliere il bambino perché non eravamo in grado di assisterlo adeguatamente. Disse che lui conosceva i buoni e i cattivi”. E poi ancora: “Non potrò mai scordare che, sempre con un tono sprezzante, mi invitò a comprare con i soldi del risarcimento, una piccola casa in Grecia, in modo che lui venendo con la sua barca a vela poteva attraccare e fare una sosta da noi”.

Sono le dichiarazioni di presunte vittime, ma il riscontro a parere della Guardia di finanza, sarebbe nell’avvenuta transazione. Una cifra pari a 150mila euro era stata accreditata il 17 febbraio 2015 sul conto corrente bancario della filiale della Carime intestato alla suocera di Galiano, indagata per riciclaggio. Nelle prossime ore saranno fissati gli interrogatori di garanzia dei sei indagati arrestati, tre in carcere e tre ai domiciliari. L’inchiesta prosegue. Si attende anche la decisione del Tribunale del Riesame, a cui la procura ha già formulato appello, che dovrà pronunciarsi sulle ulteriori richieste d’arresto formulate dal pm titolare del fascicolo.

rif: https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/01/29/le-accuse-al-giudice-arrestato-a-brindisi-si-e-fatto-dare-150mila-euro-dalla-famiglia-di-un-bimbo-disabile-speculava-su-tragedie-umane/6083080/

Giudice arrestato a Bari, trovate altre armi: erano nascoste in un box a Ruvo di Puglia

Le indagini successive alla scoperta del primo arsenale in una villa alla periferia di Andria che ha portato all’arresto dell’ex gip De Benedictis e del caporal maggiore Serafino che utilizzava il garage

Erano custodite in un box nella disponibilità del caporal maggiore dell’Esercito Antonio Serafino, le armi trovate dalla squadra mobile di Bari in un box a Ruvo di Puglia. Pistole, fucili, lancia razzi, munizioni ma anche una sciabole e una baionetta sono stati trovati nell’ambito dell’inchiesta che il 13 maggio ha portato in carcere Serafino e alla notifica di una nuova ordinanza di custodia cautelare all’ex gip di Bari Giuseppe De Benedictis.

ll’epoca il magistrato era già stato arrestato per corruzione in atti giudiziari insieme all’avvocato barese Giancarlo Chiariello. Dopo il primo arresto fu scoperto un arsenale di armi da guerra in una masseria di Andria, di proprietà dell’imprenditore agricolo Antonio Tannoia, anche lui finito in carcere.

Circa 200 pezzi furono ritenuti di proprietà di De Benedictis. Il prosieguo delle indagini ha portato i poliziotti a scoprire un altro arsenale, questa volta in un box nella disponibilità di Serafino, che era stato ripetutamente intercettato mentre parlava con De Benedictis di armi, del loro approvvigionamento e anche mentre sparavano insieme a Ruvo, nella notte dell’ultimo Capodanno.

Sono in corso gli accertamenti degli investigatori – diretti dalla Procura di Lecce – per capire a chi appartengano le armi trovate a Ruvo.

rif: https://bari.repubblica.it/cronaca/2021/06/30/news/giudice_arrestato_a_bari_altre_armi_trovare_in_un_box_a_ruvo_e_del_militare_arrestato-308315803/

Soldi per «aggiustare» una sentenza: arrestato giudice tributario

La sede del Palazzo di Giustizia di Brescia - © www.giornaledibrescia.it

Alla base c’è una frode fiscale da oltre 90 milioni di euro, 17 dei quali sarebbero stati riciclati attraverso l’acquisto di fiches per il tappeto verde dei casinò di Venezia, Campione d’Italia, Sanremo e Saint-Vincent. Seguendo il flusso di denaro gli inquirenti sono arrivati a contestare episodi di corruzione.

È un’inchiesta che tocca Brescia e Milano quella coordinata dal sostituto procuratore Francesco Milanesi e condotta dalla Guardia di Finanza che ieri ha arrestato l’imprenditore 75enne Luigi Bentivoglio, con azienda a Rovato, Antonino Sortino, un prestanome che avrebbe emesso fatture false, residente a Lograto e detenuto già per altra causa, un giudice tributario della sezione bresciana, Donato Arcieri, e un consulente fiscale, Giuseppe Fermo.

Sono tutti ai domiciliari. Donato Arcieri, commercialista nato a Potenza, 59 anni compiuti ad agosto, residente nel Milanese è giudice in tre delle 26 sezioni della Commissione Tributaria Regionale per la Lombardia, una delle quali, quella bresciana, presieduta dall’ex procuratore aggiunto Carlo Nocerino che fino alla sua permanenza a Brescia, prima del trasferimento come procuratore capo a Busto Arsizio nelle scorse settimane, ha supervisionato l’inchiesta in cui risultano indagate 90 persone. Contestati a vario titolo i reati di corruzione in atti giudiziari, autoriciclaggio, dichiarazione fraudolenta ed emissione di fatture per operazioni inesistenti.

Contestualmente ai quattro arresti sono state perquisite 34 aziende tra la provincia di Brescia e quelle di Milano, Bergamo, Cremona, Novara, Modena e Bologna. Sequestrate e controllate fino al tardo pomeriggio di ieri cassette di sicurezza riconducibili ai principali indagati. Bloccati anche numerosi conti correnti. La corruzione. Sotto la lente di ingrandimento della Guardia di Finanza è finita una causa tributaria che si era chiusa nel marzo 2019 con una sentenza favorevole ad una società riconducibile agli imprenditori arrestati, per un valore di 255.000 euro di imposte non versate.

Nel processo tributario al centro del filone di inchiesta sulla corruzione, Giuseppe Fermo, il ragioniere consulente fiscale arrestato ieri, aveva il ruolo di difensore del contribuente, mentre Donato Arcieri quello di giudice relatore. Le Fiamme gialle hanno accertato e individuato numerosi trasferimenti di denaro dalla società che sarebbe stata favorita nella causa, al consulente fiscale Fermo, che avrebbe poi versato i soldi sui conti intestati a società rappresentate dallo stesso giudice tributario Donato Arcieri. A Giuseppe Fermo la Procura di Brescia era arrivata dopo i primi passi dell’indagine, nata da un controllo fiscale nell’agosto del 2019 a carico di una società bresciana, risultata per sei anni evasore totale e che dal 2013 al 2019 avrebbe emesso false fatture per circa 12 milioni di euro nei confronti di numerose imprese del nord Italia.

Dalle successive analisi è venuto alla luce quello che chi indaga definisce «un articolato sistema di frode che prevedeva il mascheramento della provenienza illecita degli introiti dell’evasione fiscale». Nel corso delle indagini, a giugno di un anno fa, nei capannoni di un’azienda coinvolta vennero sequestrati 779mila euro in contanti, nascosti tra le travi del tetto, in un muletto e in un tagliaerba. L’imprenditore titolare dell’azienda era stato arrestato in flagranza di reato per istigazione alla corruzione e condannato a due anni e due mesi. Aveva offerto ai finanzieri 70mila euro in contanti per chiudere senza contestazioni l’accertamento. L’intero tesoretto da 779mila euro è stato definitivamente confiscato.

Rif: https://www.giornaledibrescia.it/brescia-e-hinterland/soldi-per-aggiustare-una-sentenza-arrestato-giudice-tributario-1.3646485

Giustizia in Italia: mille innocenti in carcere all’anno, ma i giudici non pagano mai

«Ci aspettiamo che all’interno della riforma del Consiglio superiore della magistratura (la discussione alla Camera inizierà la prossima settimana, ndr) sia finalmente introdotta la responsabilità dei magistrati. Oggi oltre il 99% delle toghe ha una valutazione positiva, un dato che stride con le migliaia di persone che ogni anno, da innocenti, finiscono in carcere». A dirlo sono i giornalisti Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, fondatori di “Errorigiudiziari.com”, l’associazione che da circa dieci anni cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’ingiusta detenzione. «L’intervento del capo dello Stato», proseguono, «sul punto ci trova assolutamente d’accordo ma ora la palla passa al legislatore: si può applaudire Mattarella cento volte ma se poi non lavori come devi tutto è destinato a rimare solo sulla carta».

Lattanzi e Maimone sul loro sito pubblicano una statistica degli errori giudiziari e delle somme erogate dal ministero dell’Economia a titolo di risarcimento. Dagli ultimi dati disponibili contenuti nella relazione 2017-2019 della Corte dei Conti emerge un progressivo aumento della spesa pubblica per i casi di errori giudiziari per ingiusta detenzione, passata da 38 a 48 milioni di euro. «Ufficialmente» sono mille l’anno i casi di persone arrestate ingiustamente, ma il vero numero è dieci volte di più. A spiegarlo è l’ex vice ministro della Giustizia Enrico Costa (Azione). «Il 90% delle ingiuste detenzioni», ricorda Costa, non viene risarcito dallo Stato sulla base del presupposto che l’arrestato ha «contribuito» colposamente all’errore del giudice, avvalendosi, ad esempio, della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio. Una facoltà prevista del codice». Per poter fare domanda di risarcimento, poi, serve una sentenza definitiva di assoluzione. Se il reato si è prescritto prima, come capita spessissimo, il periodo trascorso in custodia cautelare è destinato a finire a tarallucci e vino. La normativa, con questi paletti stringenti, è fatta apposta per scoraggiare la richiesta dei risarcimenti ed evitare spese aggiuntive per lo Stato. Ogni giorno dietro le sbarre viene risarcito con 250 euro.

Per fare un esempio, Raffaele Sollecito, assolto dall’accusa di omicidio di Meredith, non ha mai preso un euro per i 4 anni trascorsi agli arresti. Fino al 2017, inoltre, non esisteva una norma che obbligasse l’esecutivo a indicare il numero di persone sottoposte al carcere preventivo, quindi senza alcuna sentenza di condanna. Il legislatore, solo con la riforma delle misure cautelari del 2017, ha previsto che nella relazione che il governo deve presentare annualmente al Parlamento sull’applicazione delle misure cautelari personali, debba dare conto dei dati relativi alle sentenze di riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione pronunciate nell’anno precedente, «con specificazione delle ragioni di accoglimento delle domande e dell’entità delle riparazioni, nonché i dati relativi al numero di procedimenti disciplinari iniziati nei riguardi dei magistrati per le accertate ingiuste detenzioni, con indicazione dell’esito, ove conclusi». I dati, comunque, ad oggi«sono incompleti», prosegue ancora Costa. E quanti sono, infine, i magistrati chiamati a risarcire i propri errori? Dal 2010 al 2021 ci sono state solo otto condanne, con un solo magistrato chiamato a mettere mano al portafoglio. Cifra? 10mila euro

Rif: https://www.liberoquotidiano.it/news/giustizia/30371862/giustizia-italia-mille-innocenti-carcere-anno-giudici-non-pagano-mai.html