Anm è un’associazione di clan incostituzionale, Palamaragate ha scoperchiato sistema corrotto e illegale

Anm è un’associazione di clan incostituzionale, Palamaragate ha scoperchiato sistema corrotto e illegale

Se esistesse ancora il premio Stalin (che temo sia stato abolito nel 1956) l’edizione del 2020 avrebbe un vincitore sicuro: il Csm.Cioè l’organo di autogoverno della magistratura, presieduto dal presidente della Repubblica. Il Csm ha celebrato in un tempo brevissimo, e quindi battendo ogni record di rapidità, il processo disciplinare a Luca Palamara, che in passato è stato uno degli dei della magistratura italiana: lo ha svolto senza accettare i testimoni a difesa, senza prove, fondandosi su pochissime intercettazioni ottenute coi Trojan (sono state accettate solo le intercettazioni illegali), negando ogni diritto della difesa e rifiutandosi di svolgere una inchiesta su ciò che Palamara ha denunciato, e cioè un sistema corrotto che domina la magistratura, ne stabilisce le gerarchie, determina la distribuzione dei poteri e – purtroppo – anche l’esito di molti processi, facendo strame dei diritti degli imputati e dell’esigenza di diritto e verità.

Rif:https://www.ilriformista.it/anm-e-unassociazione-di-clan-incostituzionale-palamaragate-ha-scoperchiato-sistema-corrotto-e-illegale-166875/

Processo “Favori e giustizia”. Nuove accuse di corruzione contro il pm Emilio Arnesano

La Procura di Potenza ha rimodulato il capo d’imputazione principale di corruzione in atti giudiziari, riguardante i rapporti tra il magistrato salentino e l’ex Direttore dell’Asl Ottavio Narracci.

La Procura di Potenza presenta una modifica del capo d’imputazione, nel processo “Favori e Giustizia”. Non solo, poiché il pm Anna Gloria Piccininni dinanzi ai giudici in composizione collegiale, come già accaduto nel gennaio scorso, ha chiesto di acquisire altri documenti e di procedere alla trascrizione di alcune telefonate, prima di poter dare il via alla requisitoria. Su questa seconda questione avanzata dalla Procura, i giudici si sono riservati e decideranno nell’udienza del 13 novembre prossimo, poichè il collegio difensivo ha chiesto un termine a difesa.

La discussione dovrebbe prendere il via, tra il 17 ed il 20 novembre.

La modifica del capo d’imputazione

Il pm potentino ha rimodulato il capo d’imputazione principale di corruzione in atti giudiziari, in cui si soffermava sul rapporto del pubblico ministero Emilio Arnesano con il Direttore dell’Asl Ottavio Narracci e sugli aiuti giudiziari “garantiti” dal pm, anche grazie all’intermediazione del dirigente medico Carlo Siciliano.

Secondo quanto sostiene la Procura di Potenza, Ottavio Narracci avrebbe procurato ad un amico del pm Emilio Arnesano, un’assunzione presso un’azienda con un contratto a tempo indeterminato e rinnovato di volta in volta alla scadenza, complessivamente per 18 mesi, fino al 20 novembre del 2018.

Le altre accuse

Non solo, poiché la Procura potentina contesta anche gli aiuti giudiziari di Arnesano ad un urologo, in cambio della fornitura di pastiglie di Viagra.

Dopo avergli consegnato la scatola ed essersi impegnato a trovare altre pastiglie ritenute più efficaci, il medico avrebbe chiesto ad Arnesano di interessarsi ad un procedimento che coinvolgeva una persona a lui vicina, come aveva “promesso” fare.

Il magistrato garantiva di partecipare all’udienza preliminare e in secondo luogo di richiedere al gip – che doveva decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio formulata dal pm titolare dell’inchiesta – di emettere una sentenza di non luogo a procedere.

Gli imputati

Ricordiamo che il pm aveva già rimodulato nel corso di un’udienza del luglio del 2019, il capo d’imputazione principale di corruzione in atti giudiziari, incentrato sui rapporti di Emilio Arnesano, 63 anni di Carmiano, con l’oramai ex Direttore dell’Asl Ottavio Narracci, 60 anni di Fasano e i dirigenti medici Carlo Siciliano, 63 anni di Lecce e Giorgio Trianni, 67 anni di Gallipoli.

Gli imputati sono assistiti dagli avvocati: Amilcare Tana, Renata Minafra, Luigi Covella, Luigi, Alberto ed Arcangelo Corvaglia, Gabriele Valentini, Ladislao Massari, Antonio Savoia, Nicola Buccico del Foro di Matera, Cesare Palcanica del Foro di Roma, Giangregorio De Pascalis del Foro di Trani.

rif:https://www.leccenews24.it/cronaca/processo-favori-e-giustizia-nuove-accuse-di-corruzione.htm

Magistrati arrestati, chieste per Nardi la condanna a 19 anni e 10 mesi e la confisca di 3 milioni di euro

La Procura di Lecce ha chiesto 19 anni e 10 mesi di reclusione per l’ex gip di Trani, Michele Nardi, accusato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e al falso. La richiesta è stata avanzata poco fa davanti ai giudici della seconda sezione penale dai pm Roberta Licci Alessandro Prontera. I fatti contestati risalgono al periodo compreso tra il 2014 e il 2018.

rif:https://bari.repubblica.it/cronaca/2020/11/11/news/richiesta_condanna_nardi-274009480/

CORRUZIONE IN ATTI GIUDIZIARI: SARANNO GIUDICATI IN ABBREVIATO IL GIUDICE CANALI E IL COLLABORATORE D’AMICO

di Edg – Saranno giudicati col rito abbreviato, il 28 gennaio 2021, il giudice Olindo Canali e il collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico. La giudice per le indagini preliminari ha infatti accolto la richiesta dei rispettivi legali. Ha invece scelto il rito ordinario il boss Pippo Gullotti. Per lui il procuratore aggiunto Gaetano Paci ha chiesto il rinvio a giudizio. Prossima udienza il prossimo 1 dicembre, quando interverranno i legali di Gullotti, gli avvocati Franco Bartolone e Tommaso Autru Ryolo.
Si è conclusa nel pomeriggio l’udienza davanti al gup Vincenza Bellini del Tribunale di Reggio Calabria a carico dell’ex sostituto della Procura di Barcellona Olindo Canali, da qualche anno giudice a Milano, accusato di corruzione in atti giudiziari e cioè di aver intascato denaro per compiere atti contrari ai propri doveri d’ufficio. Due le ipotesi contestate dalla procura rappresentata in aula dal procuratore aggiunto Paci.
Una riguarda l’attività che Canali svolse in relazione al primo processo per il triplice omicidio Geraci-Raimondo-Martino del 4 novembre 1993, l’altro caso di corruzione in atti giudiziari contestato, tra il 2008 e il 2009, in concorso con Rugolo, D’Amico e il boss Gullotti, vede al centro il maxi processo “Mare Nostrum” e l’indagine per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano.
Con il magistrato sono imputati lo stesso Carmelo D’Amico, adesso collaboratore di giustizia, e Giuseppe Gullotti, che sta scontando la condanna proprio per essere stato il mandante dell’omicidio Alfano.
Nella scorsa udienza i legali del magistrato avevano chiesto il giudizio abbreviato per il proprio assistito, richiesta condivisa dal legale di D’Amico, Antonietta Pugliese, ed esclusa dagli avvocati del boss Pippo Gullotti, Tommaso Autru Ryolo e Franco Bartolone.
Il giudice aveva anche ammesso parte della documentazione presentata dalla parte civile, sostenuta dagli avvocati Fabio Repici per la famiglia Alfano e Franco Barbera per i familiari di Giuseppe Martino, e dalla difesa di Olindo Canali.
Il gup Filippo Aragona, nella prima udienza del 16 gennaio scorso, aveva accolto le costituzioni delle parti civile, quella dei familiari di Giuseppe Martino con l’avvocato Filippo Barbera e quella di Sonia Alfano, figlia del giornalista, con l’avvocato Fabio Repici. Il giudice reggino aveva poi accolto la richiesta di termini da parte gli avvocati difensori per la consultazione di alcuni documenti prodotti in aula dalla Procura della DDA di Reggio Calabria, che sostiente l’accusa a carico dei tre imputati. Il magistrato Olindo Canali è difeso dagli avvocati Ugo Colonna e Francesco Arata, Carmelo D’Amico dall’avvocato Antonietta Pugliese e Giuseppe Gullotti dagli avvocati Franco Bartolone e Tommaso Autru Ryolo.
LA PRIMA IPOTESI
La prima ipotesi di corruzione in atti giudiziari – tra il 1997 e il 14 aprile 2000 – riguarda l’attività che Canali svolse in relazione al primo processo per il triplice omicidio Geraci-Raimondo-Martino del 4 novembre 1993. Un caso in cui lavorò come “applicato” alla Procura di Messina. In quella fase storica erano accusati dell’esecuzione Carmelo D’Amico e Salvatore Micale. Secondo quanto scrive l’aggiunto Paci, Canali avrebbe “accettato per sé la promessa e quindi ricevuto la somma di denaro di cento milioni di lire al fine di compiere atti contrati ai propri doveri d’ufficio nell’ambito del suddetto procedimento”. E c’è un passaggio ancora più preciso nel capo d’imputazione, perché la somma sarebbe stata “consegnata in due distinte occasioni”. Sono quattro le condotte individuate dalla Procura di Reggio: il boss D’Amico tramite Rugolo avrebbe indotto la moglie di una delle vittime del triplice omicidio a ritrattare al processo d’assise, nel 1998, quanto aveva dichiarato nel corso delle indagini, e cioè di aver riconosciuto proprio il boss D’Amico durante l’esecuzione tra i killer; l’ex pm Canali non avrebbe proposto entro i termini di scadenza (3 aprile 2000) l’atto di appello contro la sentenza assolutoria di primo grado per D’amico e Micale; avrebbe depositato l’atto di impugnazione il 7 aprile 2000 nonostante vi avesse apposto la data di effettiva scadenza del 3 aprile 2000, e avrebbe poi rinunziato in data 14 aprile 2000 all’impugnazione “per errore di calcolo”; infine Canali avrebbe omesso di avvertire dei vari passaggi l’allora titolare del procedimento, l’ex sostituto della Dda di Messina Gianclaudio Mango, e l’allora capo della Procura, Luigi Croce.
L’ALTRO CASO
L’altro caso di corruzione in atti giudiziari contestato – tra il 2008 e il 2009 – in concorso con Rugolo, D’Amico e il boss Gullotti, vede al centro il maxi processo “Mare Nostrum” e l’indagine per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano. Sempre secondo il capo d’imputazione l’ex pm Canali avrebbe “accettato per sé la promessa della consegna di denaro di trecentomila euro, della quale riceveva una prima parte di cinquanta mila euro“, sempre da D’Amico. Per fare cosa? In sostanza per cercare di “ammorbidire” la posizione del boss Gullotti scrivendo quel famigerato memoriale che ‘piombò’ letteralmente in aula durante il maxiprocesso “Mare Nostrum“. Memoriale in cui esprimeva forti dubbi sulla colpevolezza di Gullotti per la morte di Alfano, e in cui scriveva che “occorreva chiedere ed ottenere la revisione della sua condanna”.

rif:https://www.stampalibera.it/2020/11/13/corruzione-in-atti-giudiziari-saranno-giudicati-in-abbreviato-il-giudice-canali-e-il-collaboratore-damico/https://www.stampalibera.it/2020/11/13/corruzione-in-atti-giudiziari-saranno-giudicati-in-abbreviato-il-giudice-canali-e-il-collaboratore-damico/

Corruzione, condannata a otto anni e sei mesi l’ex giudice Saguto

PALERMO – L‘ex presidente della sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, Silvana Saguto, è stata condannata a otto anni e sei mesi di carcere al processo di Caltanissetta sulla gestione dei beni confiscati alla mafia. L’ex magistrato, secondo l’accusa, sarebbe stata al centro di un sistema corrotto che avrebbe gestito in maniera illecita i beni sequestrati a Cosa nostra. Il dispositivo della sentenza è stato appena pronunciato nell’aula bunker di Caltanissetta. Per Saguto i pubblici ministeri Maurizio Bonaccorso e Claudia Pasciuti avevano chiesto 15 anni e quattro mesiCondannato anche l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, amministratore giudiziario, a sette anni e mezzo.

rif:https://www.dire.it/28-10-2020/521973-corruzione-condannata-a-otto-anni-e-sei-mesi-lex-giudice-saguto/

Processo “Favori e giustizia”. Nuove accuse di corruzione contro il pm Emilio Arnesano

La Procura di Potenza ha rimodulato il capo d’imputazione principale di corruzione in atti giudiziari, riguardante i rapporti tra il magistrato salentino e l’ex Direttore dell’Asl Ottavio Narracci.

La Procura di Potenza presenta una modifica del capo d’imputazione, nel processo “Favori e Giustizia”. Non solo, poiché il pm Anna Gloria Piccininni dinanzi ai giudici in composizione collegiale, come già accaduto nel gennaio scorso, ha chiesto di acquisire altri documenti e di procedere alla trascrizione di alcune telefonate, prima di poter dare il via alla requisitoria. Su questa seconda questione avanzata dalla Procura, i giudici si sono riservati e decideranno nell’udienza del 13 novembre prossimo, poichè il collegio difensivo ha chiesto un termine a difesa.

La discussione dovrebbe prendere il via, tra il 17 ed il 20 novembre.

La modifica del capo d’imputazione

Il pm potentino ha rimodulato il capo d’imputazione principale di corruzione in atti giudiziari, in cui si soffermava sul rapporto del pubblico ministero Emilio Arnesano con il Direttore dell’Asl Ottavio Narracci e sugli aiuti giudiziari “garantiti” dal pm, anche grazie all’intermediazione del dirigente medico Carlo Siciliano.

Secondo quanto sostiene la Procura di Potenza, Ottavio Narracci avrebbe procurato ad un amico del pm Emilio Arnesano, un’assunzione presso un’azienda con un contratto a tempo indeterminato e rinnovato di volta in volta alla scadenza, complessivamente per 18 mesi, fino al 20 novembre del 2018.

Le altre accuse

Non solo, poiché la Procura potentina contesta anche gli aiuti giudiziari di Arnesano ad un urologo, in cambio della fornitura di pastiglie di Viagra.

Dopo avergli consegnato la scatola ed essersi impegnato a trovare altre pastiglie ritenute più efficaci, il medico avrebbe chiesto ad Arnesano di interessarsi ad un procedimento che coinvolgeva una persona a lui vicina, come aveva “promesso” fare.

Il magistrato garantiva di partecipare all’udienza preliminare e in secondo luogo di richiedere al gip – che doveva decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio formulata dal pm titolare dell’inchiesta – di emettere una sentenza di non luogo a procedere.

Gli imputati

Ricordiamo che il pm aveva già rimodulato nel corso di un’udienza del luglio del 2019, il capo d’imputazione principale di corruzione in atti giudiziari, incentrato sui rapporti di Emilio Arnesano, 63 anni di Carmiano, con l’oramai ex Direttore dell’Asl Ottavio Narracci, 60 anni di Fasano e i dirigenti medici Carlo Siciliano, 63 anni di Lecce e Giorgio Trianni, 67 anni di Gallipoli.

Gli imputati sono assistiti dagli avvocati: Amilcare Tana, Renata Minafra, Luigi Covella, Luigi, Alberto ed Arcangelo Corvaglia, Gabriele Valentini, Ladislao Massari, Antonio Savoia, Nicola Buccico del Foro di Matera, Cesare Palcanica del Foro di Roma, Giangregorio De Pascalis del Foro di Trani.

Il caso Palamara scoperchia un sistema marcio, le cosche giudiziarie comandano

Il caso Palamara scoperchia un sistema marcio, le cosche giudiziarie comandano

Si è detto giustamente che lo sapevano anche i sassi: non c’era bisogno della rivelazione delle sessantamila chat di Palamara per scoprire ciò che appunto conoscevano già tutti e cioè l’immondezzaio delle nomine, dei traffici, delle cospirazioni nel sistema di governo della magistratura corporata. Ma il fatto che quel dispositivo di potere corrotto funzionasse risaputamente in modo incensurato denuncia una responsabilità ulteriore, e se possibile anche più grave: la responsabilità della classe politica che, pur sapendo, ha taciuto. E soprattutto: che, pur potendo intervenire, nulla ha fatto per ricondurre a legalità i comportamenti della magistratura deviata.

Bisogna concedere che la classe politica (non c’è destra, non c’è sinistra, non c’è centro: tutta la classe politica) potesse aver timore di denunciare e intervenire: perché quelli ti fanno a pezzi, ti sbattono in galera, mentre il giornalismo alleato (anche qui: praticamente tutto) fa il suo sporco lavoro di demolizione con tre mesi di prime pagine alla notizia dell’arresto e col trafiletto non si sa dove alla notizia dell’assoluzione. Ma una classe politica finalmente compatta nel reclamare il ripristino dello Stato di diritto, e capace di qualche convinzione sulla necessità di non sottomettersi alla prepotenza intimidatoria del mostro togato, avrebbe ben potuto almeno provare a interrompere il dominio della malavita giudiziaria. Che cosa faceva la piovra delle manette: li arrestava tutti?

Rif:https://www.ilriformista.it/il-caso-palamara-scoperchia-un-sistema-marcio-le-cosche-giudiziarie-comandano-167622/

Il giorno più nero del CSM: Palamara cacciato, ma chi trafficava con lui resta…

Il giorno più nero del CSM: Palamara cacciato, ma chi trafficava con lui resta…

L’esito era abbondantemente scontato: Luca Palamara è stato radiato dalla magistratura. La sentenza della Sezione disciplinare delCsm nei confronti dell’ex presidente dell’Anm è arrivata ieri mattina al termine di un “turbo processo” dove erano stati tagliati tutti i testimoni della difesa e dove erano state dichiarate ammissibili le conversazioni di Palamara con i parlamentariLuca Lotti e Cosimo Ferri, intercettate con il trojan, senza prima attendere la decisione del Parlamento.

Se il dibattimento è stato sprint, la camera di consiglio non è stata da meno: poco di due ore. Il processo, durato appena tre settimane, ha segnato dunque un record per la disciplinare del Csm, caratterizzata da ben altre tempistiche. L’avvocato generale dello Stato Pietro Gaeta, che rappresentava la pubblica accusa, rispondendo a questa obiezione durante la sua requisitoria aveva sostanzialmente detto che si trattava di una fake news in quanto essendo Palamara sospeso cautelarmente dal servizio il processo doveva per forza concludersi in tempi rapidi. Dalle informazioni in possesso de Il Riformista lo scenario è però diverso. Anche in presenza di magistrati che hanno riportato pesanti condanne penali, e non era il caso di Palamara, trascorrono anni prima di giungere a una sentenza di radiazione dall’ordine giudiziario. Ma tant’è.

Rif: https://www.ilriformista.it/il-giorno-piu-nero-del-csm-palamara-cacciato-ma-chi-trafficava-con-lui-resta-166871/

Palamara affondato Giustizia ancora marcia

Lo chiamano «caso Palamara», ma meglio sarebbe chiamarlo «caso giustizia». Il cognome dell’ex potente magistrato al centro di mille intrighi, e ieri radiato dalla categoria, non è infatti sufficiente a definire l’ampiezza della questione. 

Sarebbe come se Tangentopoli si fosse chiamata, che so, «caso Craxi», come se non esistesse la mafia ma il «caso Totò Riina». Luca Palamara ha commesso più di un errore – lo ammette lui stesso -, ma non lavorava in proprio, non era un cane sciolto, bensì era a capo di un sistema di relazioni che ha retto la magistratura italiana negli ultimi quindici anni. Nomine di procuratori, affidamenti di incarichi, indirizzi politici, tutto passava dalla pregiata ditta Palamara & c. a cui si rivolgeva per avere consigli e facilitazioni il fior fiore delle toghe italiane, come risulta senza ombra di dubbio dagli atti dell’inchiesta in corso.

Adesso tutti fanno finta di niente, hanno fretta di chiudere il «caso Palamara» prima che diventi il «caso giustizia», sperando così di salvarsi. La velocità con cui il Csm, l’organo di autogestione dei magistrati noto per la sua lentezza decisionale quando si tratta di giudicare un togato, la dice lunga sulla paura che serpeggia in quelle stanze (se i magistrati fossero così spediti nel giudicare i cittadini avremmo risolto i problemi della giustizia e buona parte di quelli del Paese).

Ieri è finita la carriera di magistrato di Luca Palamara. Se lo è meritato? Probabilmente sì, il problema è che il plotone di esecuzione è stato armato da molti dei suoi beneficiati. Quindi non c’è stata nessuna purificazione, nessun repulisti. I panni della magistratura restano sporchi allo stesso modo, e un nuovo Palamara probabilmente è già all’opera nell’ombra. Le correnti – anomalia italiana causa dei guai di cui stiamo parlando – non sono infatti state sciolte e, ghigliottinato l’ex capo dei capi, da oggi riprenderanno a combattersi e tramare.

Noi siamo tra i pochi che pensano che questa storia non può essere archiviata con la radiazione del cattivo che paga per tutti. È una storia ancora da scrivere, serve un’operazione-verità perché abbiamo il diritto di capire che cosa è successo nella giustizia italiana e fino a che punto questa è riuscita a dirottare il regolare corso della politica e della democrazia. E noi ci saremo.

rif:https://www.ilgiornale.it/news/cronache/palamara-affondato-giustizia-ancora-marcia-1895548.html

Luca Palamara è stato radiato dall’ordine giudiziario.

Palamara

Luca Palamara è stato radiato dall’ordine giudiziario. L’ex pm romano era accusato di corruzione per interferenza nell’esercizio delle attività di organi costituzionali relativamente a quanto accaduto il 9 maggio 2019 presso l’hotel Champagne a Roma alla riunione sulle nomine della Procura. Oltre a lui erano finiti in tribunale altri 9 magistrati.

Per l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, tuttavia, è scattata la massima sanzione prevista da parte della Sezione disciplinare del Csm, che ha accolto la richiesta della Procura della Cassazione.

La sentenza su Palamara

Le accuse nei confronti di Luca Palamara erano variegate. Tra queste la “violazione dei doveri di correttezza ed equilibrio” per avere tenuto un “comportamento gravemente scorretto nei confronti dei colleghi che avevano presentato domanda per il conferimento dell’ufficio direttivo di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma“, anche con tentativi di danneggiamento e discredito.

Secondo l’accusa, rappresentata dagli avvocati generali della Cassazione, Pietro Gaeta e Simone Perelli, infatti, Luca Palamara e i deputati Luca Lotti e Cosimo Ferri avevano tentato nel corso della riunione all’hotel Champagne, organizzata “per interessi di natura personale“, di pilotare le nomine di capo della Procura a Roma e Perugia.

Si tratta di “un unicum nella storia della giustizia disciplinare e nella storia della magistratura italiana perché prova che in questo incontro un soggetto estraneo al ruolo istituzionale, Luca Lotti, ha direttamente interloquito e concorso alla scelta del vertice della procura che lo doveva giudicare in un processo“, come sostenuto dalla pubblica accusa.

rif:https://it.notizie.yahoo.com/la-sezione-disciplinare-del-csm-114159368.html