Caso procure, Palamara via dall’Anm: confermata l’espulsione

Caso procure, Palamara via dall'Anm: confermata l'espulsione

Caso procure, Palamara si difende: “Non ho mai venduto la mia funzione”. Anm: drammatica perdita di fiducia da parte degli cittadini

Confermata dall’assemblea dell’Anm l’espulsione di Luca Palamara dal sindacato delle toghe: l’assemblea ha quindi respinto il ricorso del magistrato – che dal 2008 al 2012 e’ stato presidente dell’associazione – contro l’espulsione deliberata lo scorso giugno nei suoi confronti dal direttivo Anm in relazione ai fatti emersi dagli atti dell’inchiesta di Perugia.

Rif: https://www.affaritaliani.it/cronache/caso-procure-palamara-si-difende-non-ho-mai-venduto-la-mia-funzione-695155.html

Palamara, espulsione definitiva dall’Associazione nazionale magistrati: «Gravi violazioni del codice etico».

Chiedo soltanto di essere giudicato serenamente». Sono le parole pronunciate da Luca Palamara, parlando all’assemblea dell’Associazione nazionale magistrati. «Sono qui perché penso che prima vengano gli interessi di tutti, della magistratura, dei colleghi che mio malgrado sono stati travolti», ha affermato tra l’altro,assicurando di non aver mai voluto sottrarsi al giudizio dell’Anm e ai processi. Ma diventa definitiva l’espulsione per gravi violazioni del codice etico di Palamara dall’Associazione nazionale magistrati, di cui è stato presidente negli anni dello scontro più duro con il governo Berlusconi. L’assemblea generale degli iscritti al sindacato delle toghe, riunita a ranghi ridottissimi ( un centinaio i presenti a fronte di 7mila soci) ha confermato il provvedimento del 20 giugno scorso del Comitato direttivo centrale dell’ Anm, bocciando il ricorso del pm romano sospeso dalle funzioni e dallo stipendio e imputato a Perugia per corruzione. Solo 1 voto a favore del ricorso. 

Caos Procure, confermata l’espulsione di Palamara dall’Anm

Chat of the prosecutors against Salvini. Palamara apologizes: “I was wrong,  I admit it. Deep regret” | News1 English

iventa definitiva l’espulsione, per gravi violazioni del codice etico, di Luca Palamara dall’Associazione nazionale magistrati. L’assemblea generale degli iscritti al sindacato delle toghe, riunita a ranghi ridotti, ha confermato il provvedimento del 20 giugno del Comitato direttivo centrale dell’Anm. Bocciato, dunque, il ricorso dell’ex pm romano, sospeso dalle funzioni e dallo stipendio e imputato a Perugia per corruzione.

Rif: https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/caos-procure-confermata-lespulsione-di-palamara-dallanm_23111993-202002a.shtml

Luca Palamara espulso definitivamente dall’Anm: “Gravi violazioni del codice etico”. Lui accusa ancora la magistratura

E’ stato espulso definitivamente dall’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara, ex pm imputato a Perugia per corruzione. Motivazione: gravi violazioni del codice etico. La decisione, sostenuta da ben 111 voti su 113, era già stata presa a giugno, ma Palamara aveva presentato ricorso e aveva chiesto di essere ascoltato. Ricorso bocciato. “L’Anm a cui pensa Luca Palamara non esiste più e questo è un buon risultato”, ha commentato il presidente del sindacato delle toghe Luca Poniz. Il riferimento è a un’intercettazione in cui Palamara diceva che l’Anm, di cui lui è stato presidente, non conta più nulla.

rif: https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/24589848/luca-palamara-espulsione-definitiva-anm-gravi-violazioni-codice-etico.html

Caso Palamara, Bernini in Procura a Perugia: «Ho fiducia nella magistratura nonostante il pm Mescolini»

Bernini, prosciolto per prescrizione in Aemilia, ieri ascoltato in procura a Perugia «Una giornata di giustizia affinché cose del genere non capitino più a nessuno»

REGGIO EMILIA . Giovanni Paolo Bernini, ex assessore Pdl a Parma, è stato sentito per circa tre ore in Procura a Perugia, come persona informata sui fatti dopo le dichiarazioni fatte nelle scorse settimane sulle chat, agli atti delle inchieste perugine, tra l’ex consigliere del Csm Luca Palamara e l’attuale procuratore di Reggio Emilia Marco Mescolini, all’epoca in cui si stava deliberando la nomina dell’ufficio giudiziario emiliano. 

«Ho fatto il mio dovere come mio padre mi ha insegnato. A lui che ha visto l’inizio ma non ha potuto assistere alla fine di questa vergognosa vicenda giudiziaria, dedico questa giornata di libertà e di giustizia, affinché cose del genere non capitino più a nessuno», dice Bernini, al termine dell’audizione. 

«La mia fiducia nella magistratura e nella giustizia italiana che, nonostante Palamara e Mescolini, non è mai venuta meno, da oggi è ancora più confermata», aggiunge. 

Il parmense è stato imputato in Aemilia dove l’accusa è stata condotta proprio da Mescolini. Accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e poi di voto di scambio politico-mafioso, è stato prosciolto in via definitiva con la dichiarazione di prescrizione del reato di corruzione elettorale “semplice”. 

Ha scritto un libro-denuncia, dove si dice vittima di «malagiustizia politica» e parla di un mancato coinvolgimento in Aemilia di esponenti Pd accusando di questo Mescolini. Dopo che erano uscite le chat in cui Mescolini si informava con Palamara della nomina, Bernini ha chiesto di essere ascoltato dai pm perugini. 

Della chat con Palamara, Mescolini ha invece parlato pubblicamente a fine agosto: «Non ho mai mendicato favori ad alcuno, tantomeno a Palamara (la quinta Commissione mi aveva indicato con 5 voti di maggioranza mesi prima della sua nomina quale presidente). La mia coscienza di uomo e di magistrato in quanto sempre e soltanto condizionato dalla legge è totalmente serena». Nei giorni scorsi la Procura di Perugia ha accolto anche la richiesta dell’ex procuratore aggiunto di Bologna, Valter Giovannini, che nell’Appello di Aemilia in corso rappresenta l’accusa, di estrarre copia delle chat che lo riguardano oltre che di un’intercettazione telefonica in cui viene citato, agli atti delle inchieste su Palamara. Si tratta di dialoghi, ad esempio tra Palamara e un altro consigliere del Csm, sulla sentenza disciplinare che censurò Giovannini, ora sostituto procuratore generale a Bologna, per il caso di Vera Guidetti, farmacista di 62 anni che uccise la madre e poi si suicidò. Fu Palamara a scrivere la motivazione di quella sentenza.

Rif: https://gazzettadireggio.gelocal.it/reggio/cronaca/2020/09/18/news/ho-fiducia-nella-magistratura-nonostante-il-pm-mescolini-1.39322378?refresh_ce

Il caso Palamara: tutte le tappe del caos procure

Il caso Palamara: tutte le tappe del caos procure

Scoppia a maggio del 2019, quando l’allora pm della procura di Roma viene accusato di corruzione. L’inchiesta coinvolge l’attuale Csm, di cui Luca Palamara è stato componente dal 2014 al 2018, mentre diventano pubbliche le sue chat: uno scandalo nello scandalo che sconvolge la magistratura

Scoppia il 29 maggio 2019 il caso Palamara. Perché l’allora pubblico ministero della procura di Roma Luca Palamara viene raggiunto da un ordine di perquisizione in cui gli si contesta l’accusa di corruzione per aver ricevuto 40mila euro per una nomina (accusa poi caduta) e aver avuto rapporti con l’imprenditore Fabrizio Centofanti, mettendo a disposizione la sua funzione giudiziaria. Nonché con gli avvocati Pietro Amara Giuseppe Calafiore già coinvolti in indagini a Messina e Roma. Ex presidente dell’Anm ai tempi di Berlusconi, esponente di spicco della corrente centrista di Unicost, Palamara è stato componente del Csm nel quadriennio 2014-2018. 

Il suo caso travolge l’attuale Csm perché un Trojan, microspia-virus introdotto nel suo cellulare poi sequestrato, registra due settimane di conversazioni a metà maggio 2019, proprio mentre al Csm è calda la discussione sul candidato più idoneo a reggere la procura di Roma, dove il capo in carica, Giuseppe Pignatone, lascia l’incarico. In lizza ci sono big della magistratura come Giuseppe Creazzo procuratore a Firenze, Franco Lo Voi a Palermo, Marcello Viola, procuratore generale a Firenze. Una cena all’hotel Champagne di Roma, la sera dell’8 maggio, precipita nel caso anche altri consiglieri dell’attuale Csm, Luigi Spina e Gianluigi Morlini di Unicost (il secondo presidente della commissione per gli incarichi direttivi), Corrado Cartoni,  Antonio Lepre e Paolo Criscuoli, di Magistratura indipendente. È la corrente di destra della magistratura di cui ha fatto parte Cosimo Maria Ferri, deputato renziano ma ancora Pd nel 2019, che partecipa all’incontro, a cui è presente anche Luca Lotti, deputato del Pd, inquisito per il caso Consip dalla procura di Roma e in quel momento già rinviato a giudizio. 

Il terremoto dell’inchiesta coinvolge anche il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio, anche lui finito nelle registrazioni di Palamara, che è costretto a lasciare l’incarico con l’accusa di aver rivelato a Palamara fatti dell’indagine. Il Csm deve procedere alla sostituzione di ben 5 componenti. Palamara, come tutti gli altri del Csm, finisce anche sotto inchiesta disciplinare. 

Un anno dopo, a maggio 2020, la procura di Perugia chiude l’inchiesta e deposita gli atti. Diventano pubbliche non solo tutte le intercettazioni, ma anche le chat di Palamara con i colleghi. Non solo quelle del 2019, ma anche quelle degli anni precedenti, il 2017 e il 2018. Centinaia di brevi conversazioni che avevano sempre ad oggetto richieste di incarichi al Csm, per le quali i vari candidati, di tutte le correnti, si rivolgevano a Palamara per avere un appoggio. Uno scandalo nello scandalo che sconvolge la magistratura.

Le carte finiscono sui giornali. Ma non in possesso dell’Anm, nonostante il presidente Luca Poniz le abbia chieste con insistenza. Si apre presso i probiviri del sindacato dei giudici la procedura per l’espulsione di Palamara dall’Anm. Che viene decisa a luglio. Gli altri componenti del Csm decidono invece di dimettersi. Tranne Paolo Criscuoli che ha avuto un ruolo marginale nella vicenda. Palamara contesta l’espulsione perché il Comitato direttivo centrale dell’Anm non ha accolto la sua richiesta di essere sentito. Fa ricorso. L’assemblea viene fissata per il 19 settembre. Ma il sindacato dei giudici conferma il verdetto ed espelle definitivamente Palamara. Intanto al Csm va avanti il processo disciplinare che dovrebbe concludersi in tempi molto stretti e potrebbe anche comportare la sua radiazione dall’ordine giudiziario. Dalla procura generale della Cassazione, retta da Giovanni Salvi, si lavora ad altre azioni disciplinari oltre alla decina già contestata.

I Pm ‘intoccabili’ che hanno distrutto la magistratura tra beghe, giochi di potere e ricatti

I Pm ‘intoccabili’ che hanno distrutto la magistratura tra beghe, giochi di potere e ricatti

Il Csm ha scelto la via venezuelana: Palamara non sarà processato, la stragrande maggioranza dei testimoni che lui ha chiesto siano ascoltati non saranno ascoltati. I giudici dei quali ha chiesto la ricusazione (in quanto complici del presunto delitto) non saranno ricusati. Il processo sarà rapidissimo – anche per dimostrare che la giustizia quando vuole sa essere svelta – la difesa sarà messa a tacere, il collegio giudicante sarà composto da complici del delitto, e tra tre settimane ci sarà la sentenza. La sentenza – questa è una notizia che noi abbiamo avuto in esclusiva – sarà di condanna. E a quel punto il caso Palamara potrà essere considerato chiuso e nessuno più dovrà parlarne. I giornalisti sono stati già avvertiti e chi violerà la consegna la pagherà cara. Ha deciso così il Csm.

Non c’è niente di forzato nelle righe che ho scritto. È così. Il Csm ha stabilito che non si svolgerà il processo perché il processo vero farebbe saltare in aria tutto l’impianto della magistratura, metterebbe in discussione quasi tutte le Procure, i procuratori, gli aggiunti, i presidenti dei Tribunali, anche moltissimi giudici, renderebbe evidente la necessità assoluta di separare le carriere, potrebbe persino rendere illegali molte e molte e molte delle sentenze emesse in questi anni da giudici sottoposti al ricatto, o comunque al condizionamento, del partito dei Pm che domina il Csm e che si fonda sullo sperimentato sistema delle correnti. È un rischio troppo grande per le istituzioni. Dalle intercettazioni sul telefono di Palamara, e dai trojan, risulta esattamente questo: che la struttura portante della magistratura è illegale e nominata da un sistema ad incastro di condizionamenti e talvolta di ricatti. Che quasi nessun magistrato di potere è estraneo a questo sistema. E che l’intera magistratura italiana è stata ferita a morte e va riformata e riportata almeno vicina alla legalità, dalla quale oggi è lontanissima.

Il Csm ha deciso di ignorare tutto ciò, e di prendere in considerazione solo la riunione all’Hotel Champagne (un paio d’ore in tutto) alla quale parteciparono i deputati Lotti e Ferri e nella quale si discusse della nomina del Procuratore di Roma, punto e basta. Per questa riunione – che peraltro fu intercettata in modo totalmente illegale, perché la Costituzione proibisce l’intercettazione dei parlamentari – si propone (e si accoglie) la condanna di Palamara e poi si chiede di stendere su tutto il resto un velo e di cancellare ogni cosa in un grande silenzio. Come esce da questa vicenda la magistratura italiana? Seppellita. È inutile che ogni volta che parliamo della magistratura ripetiamo che però un gran numero di magistrati rispettano le leggi, son persone per bene, sono professionisti capaci. È vero, certamente, ma la magistratura nel suo insieme è una struttura marcia. “Chiacchiere e distintivo”. E di conseguenza la gran parte delle inchieste giudiziarie e delle sentenze, probabilmente, sono ingiuste e sono determinate dai rapporti di forza tra i Pm e i giudici.

È così in tutti i paesi dell’occidente? No, non è così. La malagiustizia è uno dei problemi della modernità, ma in pochissimi paesi democratici esiste una situazione così vasta di illegalità, dovuta allo strapotere che negli ultimi trent’anni la magistratura si è conquistato, schiacciando la politica e soffiando via i cardini essenziali dello stato di diritto. Ogni giorno che passa c’è una controprova. Prendete Gratteri, tanto per parlare di uno che un po’ i nostri lettori conoscono. Ma voi sapete di un altro paese occidentale dove un Procuratore, mentre è in corso l’udienza preliminare nella quale si decide la sorte di circa 400 suoi imputati, se ne va in Tv a fare spettacolo, ride, fa battute e sostiene che se la gente viene assolta è perché i giudici sono corrotti, e se spesso le sue inchieste finiscono in un flop è perché nella magistratura c’è molta invidia? E nessuno gli chiede conto del perché un Pm impegnato in un maxiprocesso trova normale e giusto andare in Tv a fare polemica contro i suoi imputati. E se qualcuno al mondo possa mai credere che quel Pm è un Pm rigoroso e serio che si occupa solo del suo lavoro? Conoscete i nomi di magistrati inglesi, o francesi, o tedeschi o americani che si comportano così, senza peraltro che né la politica, né il Csm si occupino di censurare questi atteggiamenti?

Non li conoscete. In verità c’era qualcuno che aveva criticato Gratteri: il suo diretto superiore, il Procuratore generale di Catanzaro Otello Lupacchini. Fior di magistrato con gloriosa carriera alle spalle. Il Csm nel giro di una settimana, invece di intervenire su Gratteri intervenne su Lupacchini, lo degradò sul campo e lo spedì a mille chilometri dalla sua sede. Voi pensate che ci sarà qualche altro magistrato che leverà la sua vocina, pure flebile, verso lo sceriffo di Catanzaro? E perché – magari uno si chiede – Gratteri è così potente? Perché ha sconfitto la ‘ndrangheta? No, la ‘ndrangheta oggi è infinitamente più forte di quando lui ha iniziato ad operare in Calabria. Ha decuplicato le sue forze. E allora perché? Perché è un Pm che sa fare la parte del Pm moderno: censore, uomo di spettacolo, scrittore, politico. Alla ricerca di reati? No, quelli li trova raramente. Alla ricerca di imputati. Possibilmente illustri.
Cosa resta della magistratura? Cenere.

Rif:https://www.ilriformista.it/i-pm-intoccabili-che-hanno-distrutto-la-magistratura-tra-beghe-giochi-di-potere-e-ricatti-158267/

La banda dei giudici corrotti: l’inchiesta che sta sconvolgendo la magistratura

La banda dei giudici corrotti: l'inchiesta che sta sconvolgendo la magistratura

Giustizia corrotta, ai massimi livelli. Con una rete occulta che corrode il potere giudiziario dall’interno, arrivando a minare i pilastri della nostra democrazia. Un’inchiesta delicatissima, coordinata dalle Procure di Roma, Messina e Milano, continua a provocare arresti, da più di un anno, tra magistrati di alto rango. Non si tratta di casi isolati, con la singola toga sporca che svende una sentenza. L’accusa, riconfermata nelle diverse retate di questi mesi, è molto più grave: si indaga su un sistema di contropotere giudiziario, con tutti i crismi dell’associazione per delinquere, che si è organizzato da anni per avvicinare, condizionare e tentare di corrompere un numero indeterminato di magistrati. Qualsiasi giudice, di qualunque grado.

Al centro dello scandalo ci sono i massimi organi della giustizia amministrativa: il Consiglio di Stato e la sua struttura gemella siciliana. Sono giudici di secondo e ultimo grado: decidono tutte le cause dei privati contro la pubblica amministrazione con verdetti definitivi (la Cassazione può intervenire solo in casi straordinari). Molti però non sono magistrati: vengono scelti dal potere politico. Eppure arbitrano cause di enorme valore, come i mega-appalti pubblici. Interferiscono sempre più spesso nelle nomine dei vertici di tutta la magistratura, che la Costituzione affida invece al Csm. Possono perfino annullare le elezioni. L’indagine della procura di Roma ha già provocato decine di arresti, svelando storie allucinanti di giudici amministrativi con i soldi all’estero, buste gonfie di contanti, magistrati anche penali asserviti stabilmente ai corruttori, giri di prostituzione minorile e sentenze svendute in serie, «a pacchetti di dieci». Con tangenti pagate anche per annullare il voto popolare. Un attacco alla democrazia attraverso la corruzione.

L’antefatto è del 2012: un candidato del centrodestra in Sicilia, Giuseppe Gennuso, perde le elezioni per 90 preferenze e contesta il risultato, avvelenato da una misteriosa vicenda di schede sparite. In primo grado il Tar boccia tutti i ricorsi. Quindi il politico siciliano, secondo l’accusa, versa almeno 30 mila euro a un mediatore, un ex giudice, che li consegna al presidente del Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia, Raffaele Maria De Lipsis. Che nel gennaio 2014 annulla l’elezione e ordina di ripetere il voto in nove sezioni dei comuni di Pachino e Rosolini: quelle dove è più forte Gennuso. Che nell’ottobre 2014 conquista così il suo seggio, anche se ha precedenti per lesioni, furto con destrezza ed è indiziato di beneficiare di voti comprati. Il politico respinge ogni accusa. Che oggi risulta però confermata dalle confessioni di due potenti avvocati siciliani, Piero Amara e Giuseppe Calafiore, arrestati nel febbraio 2018 come grandi corruttori di magistrati.

L’esistenza di una rete strutturata per comprare giudici era emersa già con le prime perquisizioni. Nel luglio 2016, in casa di un funzionario della presidenza del consiglio, Renato Mazzocchi, vengono sequestrati 250 mila euro in contanti e una copia appuntata di una sentenza della Cassazione favorevole a Berlusconi sul caso Mediolanum. Altre indagini portano a scoprire, come riassume il giudice che ordina gli arresti, «un elenco di processi, pendenti davanti a diverse autorità giudiziarie», con nomi di magistrati affiancati da cifre. Uno di questi è Nicola Russo, presidente di sezione del Consiglio di Stato, nonché giudice tributario. Quando viene arrestato, nella sua abitazione spuntano atti di processi amministrativi altrui, chiusi in una busta con il nome proprio di Mazzocchi. Negli stessi mesi Russo viene sospeso dalla magistratura dopo una condanna in primo grado per prostituzione minorile. Oggi è al secondo arresto con l’accusa di essersi fatto corrompere non solo dagli avvocati Amara e Calafiore, ma anche da imprenditori come Stefano Ricucci e Liberato Lo Conte. Negli interrogatori Russo conferma di aver interferito in diversi processi di altri giudici, su richiesta non solo di Mazzocchi, ma anche di «magistrati di Roma» e «ufficiali della Finanza». Ma si rifiuta di fare i nomi. Per i giudici che lo arrestano, la sua è una manovra ricattatoria: l’ex giudice cerca di «controllare questa rete riservata» di magistrati e ufficiali «in debito con lui per i favori ricevuti».

Anche De Lipsis, per anni il più potente giudice amministrativo siciliano, ora è agli arresti per due accuse di corruzione. Ma è sospettato di aver svenduto altre sentenze. La Guardia di Finanza ha scoperto che la famiglia del giudice ha accumulato, in dieci anni, sette milioni di euro: più del triplo dei redditi ufficiali. Scoppiato lo scandalo, si è dimesso. Ma anche lui ha continuato a fare pressioni su altri giudici, che ora confermano le sue «raccomandazioni» a favore di aziende private come Liberty Lines (traghetti) e due società immobiliari di famiglia dell’avvocato Calafiore, che progettavano speculazioni edilizie nel centro storico di Siracusa (71 villette e un ipermercato) bocciate dalla Soprintendenza.

L’inchiesta riguarda molti verdetti d’oro. Russo è accusato anche di aver alterato le maxi-gare nazionali della Consip riassegnando un appalto da 338 milioni alla società Exitone di Ezio Bigotti e altri ricchi contratti pubblici all’impresa Ciclat. Per le stesse sentenze è sotto inchiesta un altro ex presidente di sezione del Consiglio di Stato, Riccardo Virgilio: secondo l’accusa, aveva 751 mila euro su un conto svizzero. Per ripulirli, il giudice li ha girati a una società di Malta degli avvocati Amara e Calafiore.

Tra gli oltre trenta indagati, ma per accuse ancora da verificare, spicca un altro presidente di sezione, Sergio Santoro, ora candidato a diventare il numero due del Consiglio di Stato.

A fare da tramite tra imprenditori, avvocati e toghe sporche, secondo l’accusa, è anche un altro ex magistrato amministrativo, Luigi Caruso. Fino al 2012 era un big della Corte dei conti, poi è rimasto nel ramo: secondo l’ordinanza d’arresto, consegnava pacchi di soldi alle toghe sporche ancora attive. Lavoro ben retribuito: tra il 2011 e il 2017 l’ex giudice ha versato in banca 239 mila euro in contanti e altri 258 mila in assegni.

Amara, come avvocato siciliano dell’Eni, è anche l’artefice della corruzione di un pm di Siracusa, Giancarlo Longo, che in cambio di almeno 88 mila euro e vacanze di lusso a Dubai aprì una fanta-inchiesta giudiziaria ipotizzando un inesistente complotto contro l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi. Un depistaggio organizzato per fermare le indagini della procura di Milano sulle maxi-corruzioni dell’Eni in Nigeria e Congo. Dopo l’arresto, Longo ha patteggiato una condanna a cinque anni. Ma la sua falsa inchiesta ha raggiunto il risultato di spingere alle dimissioni gli unici consiglieri dell’Eni, Luigi Zingales e Karina Litwak, che denunciavano le corruzioni italiane in Africa.

Nella trama entra anche il potere politico, proprio per i legami strettissimi tra Consiglio di Stato e governi in carica. Giuseppe Mineo è un docente universitario nominato giudice del Consiglio siciliano dalla giunta dell’ex governatore Lombardo. Nel 2016 vuole ascendere al Consiglio di Stato. A trovargli appoggio politico sono gli avvocati Amara e Calafiore, che versano 300 mila euro al senatore Denis Verdini, che invece nega tutto. L’ex ministro Luca Lotti però conferma che proprio Verdini gli chiese di inserire Mineo tra le nomine decise dal governo Renzi. Alla fine il giudice raccomandato perde la poltrona solo perché risulta sotto processo disciplinare per troppi ritardi nelle sue sentenze siciliane.

Tra i legali ora indagati c’è un altro illustre avvocato, Stefano Vinti, accusato di aver favorito un suo cliente, l’imprenditore Alfredo Romeo, con una tangente mascherata da incarico legale: un “arbitrato libero” (un costoso verdetto privato) affidato guarda caso al padre del solito Russo. Proprio lui, l’ex giudice che sta cercando di usare lo squadrone delle toghe sporche, ancora ignote, per fermare i magistrati anti-corruzione.

Rif:http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2019/02/18/news/giudici-corrotti-1.331753?refresh_ce

Toghe sporche, L’Espresso: “Lotti ha ammesso ai pm di aver chiesto all’Eni carte da usare contro pm Ielo”. Ma l’ex ministro: “Non è vero”

Toghe sporche, L’Espresso: “Lotti ha ammesso ai pm di aver chiesto all’Eni carte da usare contro pm Ielo”. Ma l’ex ministro: “Non è vero”

L’ex ministro Pd Luca Lotti è stato interrogato dai magistrati milanesi all’inizio dell’estate e, secondo quanto rivelato da l’Espresso in un articolo che uscirà domenica in edicola, avrebbe ammesso l’esistenza di un tentativo di “complotto” contro il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo. Che però l’ex ministro nega con forza annunciando azioni legali.

L’Espresso: “Chiesti documenti da usare contro Ielo” – “L’ex renziano è stato sentito a inizio estate dai magistrati della Procura di Milano in veste di testimone – scrive l’Espresso – E ha ammesso di aver chiesto all’Eni documenti riservati da usare contro la toga romana“. Secondo il settimanale “il deputato Pd tira in ballo Palamara e il collega Ferri, ma discolpa il manager Descalzi e l’azienda: alla fine da loro non ho ottenuto nulla”. Luca Palamara, è il pm di Roma, già presidente dell’Anm ed esponente di Unicost, indagato a Perugia per corruzione che aspirava a diventare aggiunto a Roma, mentre Cosimo Ferri, anche lui indagato nella città umbra per rivelazione di segreto, è deputato del Pd e in passato esponente di un’altra corrente ovvero. Magistratura indipendente. 

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Csm, le frasi di Palamara a Lotti: “Vado a fare l’aggiunto e chiudo Consip”. L’ex ministro: “Nessun mio interessamento”

Lotti convocato come teste dai pm di Milano – I pm Laura Pedio e Paolo Storari, coordinati dall’aggiunto Fabio De Pasquale, hanno convocato Lotti come teste per “chiarimenti su alcune frasi ritenute rilevanti dai colleghi di Perugia”. La notizia che stesse indagando anche a Milano è stata diffusa il 20 giugno scorso. La procura umbra ha trasmesso alcune intercettazioni dell’inchiesta in cui è coinvolto Luca Palamara, ovvero dialoghi tra Lotti e lo stesso ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati che è indagato per corruzione. Nelle conversazioni l’ex ministro dice di aver avuto dall’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi alcune carte sul fratello del procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo. Proprio Ielo è il magistrato che ha chiesto il rinvio a giudizio del braccio destro di Matteo Renzi per favoreggiamento, nell’ambito dell’inchiesta sulla Consip. Il 14 giugno, Lotti si è autosospeso dal Partito democratico in seguito allo scandalo sollevato dall’inchiesta nomine. 

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Csm, indaga anche Milano: “Nuove intercettazioni Lotti-Palamara. Dall’ad Eni documenti per screditare il pm Ielo?”

Documenti chiesti ma non ottenuti da Eni – L’ex ministro dello Sport non avrebbe potuto negare le parole intercettate grazie al trojan nel cellulare di Palamara e ha messo a verbale di aver ricevuto dall’ex presidente dell’Anm, e da Ferri il suggerimento di cercare attraverso il gruppo petrolifero documenti che potessero mettere in difficoltà l’avvocato Domenico Ielo per poterli utilizzare contro il fratello Paolo. Lotti, però, ha contemporaneamente dichiarato di aver cercato i contratti del fratello di Ielo, ma invano. Escludendo di fatto l’Eni da questa partita di veleni deflagrata con il caso delle nomine del Csm. A chi indaga risulta un contatto da Lotti e top manager, Claudio Grana (estraneo all’inchiesta). Ma da quel fronte nulla è arrivato.

Vale la pena ricordare che Paolo Ielo, procuratore aggiunto a Roma ha prima indagato e poi chiesto, a fine 2018, il rinvio a giudizio di Lotti per favoreggiamento in merito alla fuga di notizie sul Caso Consip, e che aveva dato il via all’inchiesta contro Palamara e l’imprenditore Fabrizio Centofanti, finita poi a Perugia per competenza. 

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Lotti: “Falso, fuga di notizia. Tutelerò la mia reputazione” – Lotti nega di aver parlato del complotto: “Sono stato sentito dai magistrati come persona informata sui fatti. Al di là del fatto che quell’interrogatorio è stato sottoposto a segreto istruttorio, leggo alcune anticipazioni giornalistiche che, per quanto reso pubblico finora, non corrispondono alla verità. È falso che io abbia confermato l’esistenza di un complotto contro il Procuratore aggiunto dottor Paolo Ielo e non corrisponde al vero che io abbia chiesto all’Eni documenti riservati. Al di là del pieno rispetto del diritto di cronaca – continua Lotti – ho dato mandato ai miei legali affinché vengano chiariti i dettagli di questa ennesima fuga di notizie e perché dopo la pubblicazione di notizie false, venga tutela la mia reputazione”.

Rif:https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/09/27/toghe-sporche-lespresso-lotti-ha-ammesso-ai-pm-di-aver-chiesto-alleni-documenti-riservati-da-usare-contro-il-pm-ielo/5482922/

Scandalo Csm, i pm: “Altri 6 mesi di indagine”

I magistrati di Perugia vogliono continuare a indagare sulle trame nel Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) e sull’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara. Per questo i pm Gemma Miliani e Mario Formisano hanno chiesto al gip altri sei mesi per lavorare all’inchiesta che ha terremotato la magistratura. Nella richiesta di proroga inviata al gip […]

Rif: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/09/05/scandalo-csm-i-pm-altri-6-mesi-di-indagine/5431416/