Carlo Maria Capristo, arrestato il procuratore capo di Taranto.

Carlo Maria Capristo, arrestato il procuratore capo di Taranto. Le accuse: tentata induzione, truffa e falso. ‘Pressioni per indirizzare indagini dei pm di Trani’: altre 4 persone ai domiciliari

Le accuse: tentata induzione, truffa e falso. ‘Pressioni per indirizzare indagini dei pm di Trani’: altre 4 persone ai domiciliari

Cercarono di convincere un giovane magistrato della Procura di Trani a chiudere le indagini per usura e avviare il processo contro un imprenditore, senza che ce ne fossero i presupposti e solo perché gli interessati avevano un obiettivo ben preciso: ottenere indebitamente i vantaggieconomici e i benefici di legge conseguiti dallo status di vittime di usura. Motivo per cui avevano già provveduto a denunciare il malcapitato imprenditore. Il pm, però, Silvia Curione, si è ribellata. Ha detto no a quell’invito – arrivato per bocca di un poliziotto inviato dal procuratore capo di Taranto – e ha svelato una trappola in cui sarebbe dovuto cadere un innocente calunniato. Ma chi non doveva indagare non solo non lo ha fatto, ma ha chiesto l’archiviazione. Il fascicolo, avocato dalla Procura generale di Bari, è stato trasmesso per competenza funzionale alla Procura di Potenza, che un anno fa ha avviato le indagini. Oggi è arrivata la fine di questa storia – iniziata a gennaio del 2018 e proseguita per quasi due anni – che potrebbe farne sbocciare tante altre. Intanto con le accuse, contestate a vario titolo, di tentata induzione indebita a dare o promettere utilità, falso e truffa, sono arrivate le misure cautelari eseguite dalla Guardia di finanza e dalla Squadra mobile di Potenza.

Due alti magistrati indagati: no ai domiciliari, l’altro indagato – Tra i protagonisti di questa vicenda, però, ci sono nomi molto pesanti: c’è il Procuratore capo di Taranto Carlo Maria Capristo (ex capo della Procura di Trani), l’ispettore di polizia Michele Scivittaro, in servizio presso la Procura di Taranto (e parte della scorta di Capristo) e tre imprenditori della provincia di Bari, i fratelli Giuseppe, Cosimo e Gaetano Mancazzo. Tra gli indagati, inoltre, anche il magistrato Antonino Di Maio: per il successore di Capristo a Trani, le accuse sono di abuso d’ufficio e favoreggiamento personale. Vale la pensa ricordare che quella di Trani è la stessa procura in cui operavano i magistrati Savasta e Nardi, arrestati per corruzione nei mesi scorsi per vicende diverse. Per i cinque arrestati il giudice per le indagini preliminari, Antonello Amodeo, ha disposto i domiciliari come da richiesta della procura guidata da Francesco Curcio. Contestualmente sono state effettuate anche perquisizioni nelle case degli indagati e anche nell’abitazione del procuratore Di Maio a Roma. Anche per Di Maio c’era una richiesta di misura: il divieto di dimora in Puglia che è stata revocata dagli inquirenti proprio perché da febbraio il magistrato è in servizio a Roma.

La truffa ai danni dello Stato: gli extra del poliziotto firmati come straordinari – Il procuratore Carlo Maria Capristo e Scivittaro, inoltre, sono “gravemente indiziati di truffa ai danni dello Stato e falso”: secondo l’accusa, anziché lavorare in Procura o per il suo ufficio, andava in giro – tra Andria, Giovinazzo, Bari – a farsi gli affari suoi o a sbrigare faccende d’interesse di Capristo. Tantissime giornate di lavoro extra che però venivano pagati come straordinario dallo Stato perché il procuratore provvedeva a firmare gli statini dei servizio dell’agente: tutto questo dal gennaio 2018 a oggi, come si legge nel capo di imputazione: “Con l’avallo del procuratore Capristo che controfirmava le sue presenze in servizio e gli straordinari mai prestati”. Per Capristo è una nuova tegola giudiziaria dopo l’accusa di abuso d’ufficio mossa dai magistrati di Messina nell’inchiesta sul “sistema Siracusa, una presunta organizzazione che secondo l’accusa era in grado di pilotare le decisioni del Consiglio di Stato, ma anche di aggiustare le richiesteprovenienti da magistrati e politici. Anche i fatti siciliani che coinvolgono il capo degli inquirenti tarantini, riguardano il periodo in cui Capristo era procuratore di Trani.

Si tratta del famoso depistaggio sull’inchiesta Eni: nel capoluogo tranese era infatti giunto uno degli esposti anonimi redatti dall’avvocato siciliano Piero Amara per mettere in piedi una sorta di depistaggio delle indagini sull’Eni per le tangenti versate dal colosso petrolifero in Nigeria. Per i giudici messinesi, Capristo avrebbe inviato l’esposto anonimo non ai colleghi di Milano, competenti su quella vicenda, ma a Siracusa dove l’allora pubblico ministero Giancarlo Longo, che ha patteggiato una condanna per corruzione e associazione a delinquere, su input di Giuseppe Amara, fratello di Piero e legale esterno dell’Eni, aveva messo in piedi un’indagine priva di qualunque fondamento con il solo scopo di intralciare l’inchiesta milanese in cui è coinvolto anche l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi.

Silvia Curione, il magistrato che ha denunciato – In questa storia non ci sono le figure di toghe infedeli alla loro funzione di amministrare la giustizia, ma anche quella di un magistrato che, avvicinata dall’agente perché concludesse la pratica che doveva favorire gli imprenditori e costare una accusa di usura a un innocente, ha agito di conseguenza. Nell’ordina di custodia cautelare viene riportata integralmente la relazione riservata redatta dal sostituto procuratore Silvia Curione il 24 luglio del 2018 e inviata al suo capo ufficio, Di Maio, per raccontargli dell’accaduto. Ovvero il presunto reato di usura mai commesso ai danni dei fratelli Mancazzo che avevano presentato “istanza di sospensione di due procedure esecutive immobiliari pendenti dinanzi al Tribunale di Bari”. Il “materiale acquisito – prosegue la pm di Trani – mi convinceva della infondatezza della notizia di reato e mi portava altresì a dubitare della genuinità della narrazione posta a base della denuncia-querela, tant’è che incardinavo un autonomo modello 21 a carico dei fratelli Mancazzo per il delitto di cui all’articolo 368 codice penale in danno di Cuoccio” ovvero calunnia. In quell’ambito, aggiunge, ”avanzavo richiesta di intercettazione telefonica sulle utenze in uso ai fratelli Mancazzo, al loro cugino Angelo e a Cuoccio. L’aspetto che maggiormente rileva ai fini della presente relazione è che in data 16 aprile 2018 sì è presentato nel mio ufficio Michele Scivittaro, agente della polizia di Stato che a Trani collaborava con il Procuratore dottor Capristo, con cui tuttora collabora presso la Procura di Taranto. Io l’ho fatto accomodare proprio perché conosciuto in quanto tale”. E a questo punto che il poliziotto inviato, secondo la ricostruzione dei pm di Potenza, da Capristo dice che è necessaria una imputazione di usura. “Io mi limitavo a riferire al predetto che avrei prontamente definito il fascicolo (in realtà avevo già approntato la richiesta di archiviazione che tuttavia non avevo ancora depositato, in attesa di avere certezza sulle utenze telefoniche effettivamente in uso agli interessati e oggetto di intercettazione) e che se i denuncianti avessero inteso chiedere il sequestro di effetti cambiari, avrebbero dovuto depositare apposita istanza. La visita dello Scivittaro mi ha lasciata perplessa, tanto che informavo immediatamente la S.V. tramite sistema whatsapp”.

Depositata la richiesta di archiviazione il magistrato faceva intercettare Scivittaro.” Inoltre, sia pure con linguaggio criptico, dalle intercettazioni si evince che la richiesta di archiviazione è stata sottoposta al dottor Capristo e che questi avrebbe riferito di voler visionare l’atto di opposizione alla richiesta di archiviazione prima del deposito da parte dell’avvocato. Faccio presente – conclude la pm – che allorché gli interlocutori usano l’espressione “bambina mia”, il riferimento è chiaramente fatto a chi scrive, poiché il dott. Capristo era solito chiamarmi in questo modo (d’altronde è inequivocabile anche il riferimento a mio marito, di Bitonto, che svolge funzioni di sostituto procuratore presso la Procura di Taranto), così come il riferimento al “ragazzo del maestro” è chiaramente operato a Michele Scivittaro, collaboratore del dottor Capristo”. Ma Di Maio non ha mai indagato su Capristo che conosceva da tempo ed è così che l’inchiesta è stata avocata dalla procura generale di Bari.

Capristo cercò di convincere Curione a “perseguire ingiustamente” l’imprenditore denunciato dai Mancazzo facendo temere al magistrato ritorsioni sul marito, il pm Lanfranco Marazia, suo sostituto alla Procura jonica e tenuto in grande considerazione fino a un certo momento. Il magistrato, sentito a verbale, ha dichiarato che a un certo punto Capristo – che pur lo aveva applicato alla Dda di Lecce – cominciò a ignorarlo. Marazia, siamo e gennaio 2018, aveva segnalato una fuga di notizie sull’indagine relativa alla Cementir di Taranto, Enel di Brindisi e Ilva. Ma non solo: il giorno dopo l’audizione di Marazia a Potenza, di cui nessuno sapeva nulla e relativa all’indagine, Capristo non solo non lo salutò ma girò il volto dall’altra parte. Del resto come testimoniano i tabulati fino a un certo punto Capristo sentiva spesso il suo sostituto che da un certo punto in poi cominciò a vivere “un incubo“.

Il procuratore, “i fedelissimi” e “le amicizie nelle alte sfere istituzionali –Il giudice nel decidere gli arresti sottolinea come nei confronti degli indagati sussistano per le “modalità concertate e spregiudicate” delle loro azioni. Ma non solo il giudice riporta quello che è lo sfondo non di minore importanza in tutta la vicenda. “Un contesto ambientale” con una ”cerchia di fedelissimi” intorno al procuratore Carlo Maria Capristo (nominato dal Csm a capo della procura prima dello scandalo sulle nomine dei capi degli uffici giudiziaria, ndr), in alcune intercettazioni definito “maestro”. Una espressione quella di “fedelissimi” in cui è incluso anche un cancelliere, funzionari, pubblici dipendenti ed imprenditori, in un legame “non solo di tipo professionale” ma ”orientata a privilegiare gli interessi personali dei suoi componenti”. E infine il “maestro” poteva contare anche su “ulteriori amicizie” nelle “alte sfere istituzionali”.

Rif: https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/05/19/carlo-maria-capristo-arrestato-il-procuratore-capo-di-taranto-le-accuse-tentata-induzione-truffa-e-falso-pressioni-per-indirizzare-indagini-dei-pm-di-trani/5806259/

Corruzione e truffa allo Stato, arrestato il Procuratore della Repubblica di Taranto

il procuratore nicola maria capristo (ansa)

Il Procuratore della Repubblica di Taranto, Carlo Maria Capristo, è agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione in atti giudiziari.

Con lui ai domiciliari anche un ispettore della Polizia in servizio nella stessa Procura pugliese, Michele Scivitarro, e tre imprenditori della provincia di Bari, Giuseppe, Cosimo e Gaetano Mancazzo.

L’inchiesta, cominciata un anno fa, è portata avanti dalla Procura di Potenza.

Secondo l’accusa, gli indagati avrebbero compiuto “atti idonei in modo non equivoco” a indurre un giovane sostituto procuratore presso la Procura di Trani a perseguire penalmente una persona che i tre imprenditori (considerati i mandanti) avevano denunciato per usura.

Capristo cercò di indurre il pm di Trani, Silvia Curione, a perseguire ingiustamente una persona per usura facendo temere al magistrato ritorsioni sul marito, il pm Lanfranco Marazia, suo sostituto alla Procura jonica.

Il magistrato si oppose fermamente e denunciò tutto, per la denuncia dell’uomo non vi erano i presupposti né di fatto né di diritto.

Capristo e l’ispettore sono inoltre “gravemente indiziati di truffa ai danni dello Stato e falso”. Questo perché l’ispettore risultava presente in ufficio e percepiva gli straordinari, ma in realtà stava a casa e svolgeva “incombenze” per conto del Procuratore.

Questa mattina sono scattate le perquisizioni a carico di altre persone, tra cui un altro magistrato, indagato per abuso d’ufficio e favoreggiamento personale.

Rif:https://www.unionesarda.it/articolo/news/italia/2020/05/19/corruzione-e-truffa-allo-stato-arrestato-il-procuratore-della-rep-137-1020074.html

Arrestato Procuratore Capo di Taranto

Su ordine della procura di Potenza il procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo è agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione in atti giudiziari. L’inchiesta nasce da un fascicolo della procura di Trani, aperto quando Capristo era già stato trasferito a Taranto.

La vicenda riguarda pressioni che Capristo avrebbe esercitato su un magistrato di Trani poco dopo il suo trasferimento a Taranto. Il fascicolo di indagine sarebbe stato aperto dalla stessa procura di Trani e poi trasferito a Potenza.

Si aggiunge per Capristo è una nuova vicenda giudiziaria da affrontare dopo quella di abuso d’ufficio mossa dai magistrati di Messina nell’inchiesta sul “sistema Siracusa“, una presunta organizzazione secondo l’accusa in grado di pilotare decisioni del Consiglio di Stato, ma anche di aggiustare le richieste provenienti da magistrati e politici. Anche i fatti siciliani che coinvolgono il capo degli inquirenti tarantini, riguardano il periodo in cui Capristo era procuratore di Trani.

La vicenda è quella del presunto depistaggio sull’inchiesta Eni e sulle tangenti versate dal colosso petrolifero in Nigeria. Per i giudici di Messina, Capristo avrebbe inviato l’esposto anonimo non ai colleghi di Milano, competenti su quella vicenda, ma a Siracusa dove l’allora pubblico ministero Giancarlo Longo, (che ha patteggiato una condanna per corruzione e associazione a delinquere), aveva messo in piedi un’indagine con lo scopo di intralciare l’inchiesta lombarda in cui è coinvolto anche Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni.

il provvedimento scattato oggi è stato eseguito a carico di un ispettore della polizia in servizio nella Procura tarantina e di tre imprenditori della provincia di Bari.

rif: https://www.corriereditaranto.it/2020/05/19/2taranto-corruzione-e-abuso-domiciliari-al-procuratore-capristo/

Carlo Maria Capristo, il Procuratore di Taranto arrestato per corruzione in atti giudiziari

Carlo Maria Capristo,  il Procuratore di Taranto arrestato per corruzione in atti giudiziari

Capristo è agli arresti domiciliari. Coinvolti anche un ispettore di Polizia e tre imprenditori. L’inchiesta, cominciata un anno fa, è portata avanti dalla Procura della Repubblica di Potenza. Indagato anche il procuratore di Trani, Antonino di Maio.

Rif: https://www.corriere.it/cronache/20_maggio_19/corruzione-domiciliari-procuratore-taranto-nicola-maria-capristo-4c7d2bf6-99ac-11ea-b9f2-25b3e76a2ab9.shtml

Mantella, le confessioni di Petrini e le informative del Ros: tremano i giudici “corrotti”

Tutti gli indizi lasciano presagire che presto sul tribunale di Catanzaro si abbatterà un vero e proprio tsunami giudiziario

Genesi”. Un nome che già dice tutto. Significa origine e potrebbe essere solo l’inizio di un qualcosa di davvero sconvolgente. Tutti gli indizi lasciano presagire che presto sul tribunale di Catanzaro si abbatterà un vero e proprio tsunami giudiziario. Il verbale “esplosivo” di Andrea Mantella, ex boss della ‘ndrangheta vibonese, oggi collaboratore di giustizia di punta dalla Dda di Catanzaro (LEGGI QUI), non è il solo a chiamare in causa le presunte “toghe sporche” presenti nel distretto giudiziario catanzarese.

Le confessioni di Santoro e Petrini. C’è di più, però, a disposizione dei magistrati della Procura di Salerno (titolari delle indagini su ipotesi di reato che coinvolgono i colleghi catanzaresi), dove nelle prossime ore si insedierà il nuovo procuratore capo, Giuseppe Borrelli, già aggiunto a Catanzaro fino a qualche anno fa prima di transitare con lo stesso ruolo a Napoli. A far tremare avvocati, giudici, politici e “colletti bianchi” che a vario titolo hanno favorito o preso soldi dai clan della ‘ndrangheta per “aggiustare”, “addomesticare” o “addolcire” processi penali, civili e tributari, ci sono ora anche le confessioni di alcuni dei principali indagati dell’inchiesta “Genesi”: il “faccendiere” Emilio Santoro, detto “Mario” e, addirittura, il giudice Marco Petrini. Entrambi collaborano con il procuratore vicario di Salerno Luca Masini e i loro verbali sono pieni di nomi, fatti, circostanze ma, soprattutto, omissis. Il giudice avrebbe riempito due verbali di interrogatorio coperti al momento da segreto istruttorio che promettono sviluppi clamorosi perché svelano – come lo stesso pm Masini ha rivelato –  “una caterva di episodi corruttivi” che riguarderebbero politici e avvocati.

Giudici a cena da Pittelli. A Salerno sono finite anche tre informative inviate dai carabinieri del Ros nell’ambito delle indagini che hanno portato all’operazione “Rinascita-Scott” e che ricostruiscono i contatti tra l’avvocato Giancarlo Pittelli e alcuni magistrati del distretto giudiziario di Catanzaro. Tra gli atti inviati dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ai colleghi salernitani c’è anche l’ormai famosa cena che si sarebbe svolta a casa di Pittelli nel maggio del 2018 e alla quale avrebbero partecipato otto magistrati e altri professionisti, tra i quali anche un alto ufficiale dell’Arma dei Carabinieri. Una cena “intercettata” dalle cimici piazzate dai carabinieri del Ros che, oltre all’elenco dei partecipanti, avrebbero annotato sui loro taccuini una serie di dialoghi ora al vaglio degli inquirenti.

Rifhttps://www.zoom24.it/2020/02/09/mantella-le-confessioni-di-petrini-e-le-informative-del-ros-tremano-i-giudici-corrotti/

l verbale “esplosivo” di Mantella e i cinque giudici ‘corrotti’: “Così si aggiustavano i processi”

 pentito vibonese chiama in causa avvocati, periti e “toghe sporche” del distretto di Catanzaro in un clamoroso interrogatorio davanti ai pm di Salerno

Avvocati, periti, professionisti ma soprattutto magistrati. Cinque magistrati del distretto di Catanzaro “amici” dei clan ai quali i boss di mezza Calabria si sarebbero rivolti per “aggiustare” o quanto meno “addolcire” i processi e aprire le porte del carcere. Sono clamorose le dichiarazioni messe a verbale lo scorso 4 aprile davanti ai sostituti procuratori della Dda di Salerno Vincenzo Senatore e Silvio Marco Guarriello da Andrea Mantella, il boss scissionista della ‘ndrangheta vibonese, oggi collaboratore di giustizia. Una sorta di Buscetta di Calabria che parla e fa tremare non solo i “colletti bianchi” ma adesso anche le “toghe sporche”. Un racconto che va oltre “Genesi”, l’inchiesta che ha svelato la corruzione che si annidava tra le stanze del Tribunale di Catanzaro.

Il “sistema”. Il pentito racconta agli inquirenti salernitani la strategia adottata per alleggerire condanne all’ergastolo o ribaltare processi andati male in primo grado. Al centro di tutto c’erano alcuni avvocati. “Il sistema è questo praticamente si impegna una persona distinta, un professionista che si mette a disposizione attraverso diciamo delle grosse somme di denaro e tocca solo a quel funzionario, di mettere a posto se c’è da mettere qualcosa”. Mantella chiama in causa i Grande Araci che gli avrebbero svelato in carcere il meccanismo per aggiustare i processi con “fiumi di denaro” e facendo cadere le “accuse di maggiore gravità”. “La tattica, il sistema è questo: qualche Cartier, qualche Rolex e alla fine… un pò di pazienza e ce la fai a uscire dal carcere. Tutti i miei episodi sono stati – precisa Mantella – denaro in contante”. In un caso – sostiene – avrebbe consegnato persino 70mila euro cash al proprio legale per “addolcire” (cioè fare cambiare un’opinione negativa) il giudice.

Il giudice socio di un boss. Il verbale shock firmato da Mantella è coperto da una lunga serie di omissis ma quanto svelato preannuncia un terremoto giudiziario dalle proporzioni bibliche. Il pentito racconta anche episodi specifici. Uno in particolare riguarda i clan di Lamezia Terme e, in particolare, i Giampà: “Pasquale Giampà detto Tranganiello – dichiara Mantella – era un massone e aveva come socio un magistrato nel settore dell’edilizia. Da questo giudice ho ottenuto un beneficio in un processo nel quale con la contestazione di omicidio premeditato ottenni in primo grado una pena di 14 anni ridotti a 12 anni in appello. I miei familiari mi avvertirono che avevano speso un patrimonio e mi fecero capire che potevo stare tranquillo per la sentenza che sarebbe stata di condanna a una pena meno grave, il che avvenne nel senso che fu eliminata l’aggravante della premeditazione”

rif:https://www.zoom24.it/2020/02/09/il-verbale-esplosivo-di-mantella-e-i-cinque-giudici-corrotti-cosi-si-aggiustavano-i-processi/

Toghe sporche in Calabria: dall’inchiesta su Petrini spuntano i nomi di altri magistrati

Dagli atti dell’inchiesta di Salerno sul giro di corruzione a Catanzaro, in una conversazione intercettata saltano fuori i nomi di Eugenio Facciolla e Mario Spagnuolo. Nicola Gratteri voleva ascoltare Tursi Prato in merito a vicende che avrebbero potuto lambire anche i due giudici. E questo avrebbe creato tensioni con il pg Otello Lupacchini

Che l’inchiesta della procura di Salerno minacciasse di travolgere altri magistrati è stato evidente fin dall’arresto del presidente di sezione di Corte d’Appello, Marco Petrini. Lo si leggeva tra le righe dell’ordinanza di custodia cautelare che ha svelato come aule di giustizia e commissione tributaria regionale fossero state trasformate in un suq, in cui ogni sentenza si poteva comprare. Lo dicevano le voci, più o meno preoccupate, che hanno iniziato a rincorrersi nei corridoi e nelle aule di giustizia di Catanzaro e non solo. Ma adesso, dalle prime carte depositate, emergono i primi dati, sfuggiti alla valanga di omissis con cui si stanno coprendo gli approfondimenti in corso. E sembrano dare anche indicazioni sulle vicende che hanno motivato l’allontanamento di alcuni magistrati del distretto, a partire dall’ex procuratore di Castrovillari, Eugenio Facciolla, sul cui capo a Salerno pende una richiesta di rinvio a giudizio per corruzione e per questo è stato trasferito a Potenza, con provvedimento confermato dal Tar.

L’interrogatorio del faccendiere

Il primo indizio al riguardo emerge da uno degli interrogatori del faccendiere Mario Santoro. Nella lunghissima trascrizione di quella conversazione, una domanda del procuratore Luca Masini sopravvive alla valanga di omissis. «È il Tursi che le fa le confidenze che riguardano Facciolla?» chiede il magistrato. E Santoro non esita a dire sì. In quelle carte non c’è di più. Ma nell’informativa di recente depositata agli atti dell’inchiesta di Salerno qualche ulteriore particolare emerge.


Tutto passava da Tursi Prato

È una conversazione del 28 gennaio 2019. Il giudice Petrini e Santoro parlano senza sospettare di essere intercettati. Discutono di come e per quanto denaro aggiustare sentenze, poi passano ad un argomento più delicato. Alla base, c’è la causa da addomesticare per permettere all’ex consigliere regionale Pino Tursi Prato di mettere in salvo il vitalizio. «Ci vuole un po’ di tempo, ci vuole ancora un pò di tempo … è un po’ complicato, un po’ complicato … però abbiamo fiducia» dice Petrini. Santoro fa pressione, chiede se la cosa si possa definire nel giro di poco tempo, «un mese». Perché evidentemente c’è qualcosa che sembra preoccuparlo. Gli inquirenti sembrano tornati a essere molto interessati a Tursi Prato. «Nicola Gratteri vuole sentire a Tursi Prato», confida Santoro al giudice e la cosa – lascia intendere – sembra essere anche alla base delle tensioni con il procuratore generale Otello Lupacchini. Il faccendiere non specifica la sua fonte, forse si tratta dello stesso ex consigliere regionale, ma sa dare coordinate molto precise.

Confidenze delicate

A quanto riferisce, Tursi Prato dovrebbe essere sentito su vicende che potrebbero toccare anche diversi magistrati. Mario Spagnuolo, di cui però null’altro si dice, e  l’ex procuratore di Castrovillari, Facciolla. Lo riferisce Santoro e, quanto meno per il secondo, Petrini sembra essere in grado di completare la frase ancor prima che il faccendiere finisca. Come se fosse un dato pacifico. Poi i due si lasciano andare a commenti sul magistrato. Le accuse sono pesantissime. «Ne ha fatte di mille e una notte» riferisce Santoro, «ha preso denari da IGreco», «il padre faceva l’usuraio». Il faccendiere sembra rendersi conto di aver fatto al giudice una confidenza assai delicata, «ti devi stare zitto» gli intima.


«Evita di parlare»

I passaggi successivi sono poco chiari, fra incomprensibili e frasi smozzicate. Però si capisce quale sia il comportamento che entrambi ritengono più conveniente. «Gli ho detto “se puoi evitare evita”» dice Santoro e Petrini concorda «sì, sì è meglio». Parole in libertà o indicazioni concrete? Di certo, tutti elementi da verificare con estrema attenzione, mettendo a confronto il dato intercettato, le dichiarazioni dei protagonisti di quelle chiacchierate – ancora tutte da vagliare – ed eventuali riscontri oggettivi. E dalle carte depositate a Salerno, anche su questo fronte sembra si stia lavorando.

rif: https://lacnews24.it/cronaca/petrini-toghe-sporche-si-allarga-il-cerchio_110221/

“Ombre” sulla Procura di Catanzaro, da Salerno un’indagine sul Pg Lupacchini

Otello Lupacchini

Un fascicolo che iscrive nel registro degli indagati nientemeno che il procuratore generale di Catanzaro, Otello Lupacchini, aperto dai colleghi della Procura di Salerno, competente sui procedimenti ai magistrati calabresi, e che ipotizza i reati di falso ideologico e falso materiale commesso da pubblico ufficiale.

Un’indagine per la quale già lo scorso 20 di settembre i magistrati titolari del fascicolo avevano richiesto agli investigatori catanzaresi una serie di informazioni per approfondire l’inchiesta, che riguarderebbe il potenziamento della scorta ad un procuratore in funzione nel distretto giudiziario del capoluogo calabrese.

La Procura Campana vorrebbe per far luce su un presunto pedinamento avvenuto in autostrada del procuratore e per il quale si sarebbe così chiesto di rafforzare le misure di sicurezza. Un fatto sul quale, nelle scorse settimane, erano stati ascoltati, come persone informate, i membri del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica di Catanzaro.

rif:http://www.cn24tv.it/news/198887/ombre-sulla-procura-di-catanzaro-da-salerno-un-indagine-sul-pg-otello-lupacchini.html

Soldi e sesso in cambio di favori, così Gratteri ha “smascherato” il giudice corrotto

L’inchiesta che ha portato all’arresto di Marco Petrini e di altre sette persone è partita dagli uffici della Dda di Catanzaro che ha trasmesso gli atti a Salerno

Tutto è partito da Catanzaro. Dagli uffici della Procura distrettuale antimafia. E’ stato Nicola Gratteri a mettere la firma su un fascicolo “bollente” inviato per competenza a Salerno. Da quegli atti si è sviluppata la clamorosa inchiesta che ha portato all’arresto del giudice Marco Petrini, un suo collega che lui stesso conosceva e che capitava di incrociare nei corridoi del tribunale di Catanzaro, divisi da un solo piano. Appena saputo del coinvolgimento del magistrato nell’indagine condotta dalla Finanza su un presunto caso di corruzione in atti giudiziari aggravato dal metodo mafioso, Gratteri ha quindi ha trasmesso tutta la documentazione alla Direzione distrettuale antimafia di Salerno.

La genesi dell’inchiesta. L’origine dell’inchiesta denominata “Genesi” che ha portato all’arresto del giudice Marco Petrini e di altre sette persone nasce infatti da un procedimento datato 2 agosto del 2018 che si è sviluppato in modo clamoroso e del tutto inaspettato. Gli investigatori della Guardia di Finanza erano dapprima sulle tracce di tre soggetti: Luigi Falzetta, Emilio Santoro, detto Mario, e Giuseppe Tursi Prato, detto Pino. L’indagine riguarda inizialmente solo loro ma le intercettazioni successive aprono altri scenari, ben più inquietanti. “L’ascolto di quelle intercettazioni – scrive il gip Giovanna Pacifico nell”ordinanza – faceva emergere uno scenario investigativo di ben maggiore ampiezza, attraverso la speculare estensione delle operazioni intercettive, via via autorizzate da questo ufficio, rispetto agli originari ‘bersagli’”.  Le conversazioni captate rivelano con il passare dei giorni un quadro indiziario grave. Tra un’intercettazione ed un altra, i finanzieri giungono all’identificazione di un giudice in servizio nel distretto giudiziario di Catanzaro e l’indagine diventa inquietante. Quel giudice è Marco Petrini, addirittura il presidente di sezione della Corte d’Appello di Catanzaro. Alla polizia giudiziaria non resta altro che redarre l’informativa shock che il 15 ottobre del 2018 arriva sulla scrivania di Nicola Gratteri e dei suoi sostituti procuratori che coordinano l’inchiesta originaria. Alla Dda di Catanzaro, invece, non rimane che trasmettere gli atti alla Procura di Salerno competente per territorio. Di mezzo c’è, coinvolto a pieno titolo nell’indagine, spunta un magistrato del distretto giudiziario catanzarese. Non si può fare altrimenti. Tocca ad altri andare avanti e sviluppare la clamorosa attività investigativa.

Dalle origini al blitz. Inizia qui quella che verrà denominata in codice l’inchiesta “Genesi”. Il fascicolo passa nelle mani del pm salernitano Luca Masini e le indagini vengono svolte sul campo dai reparti specializzati della Guardia di Finanza. E’ il 7 novembre del 2018 e il gip autorizza le intercettazioni telefoniche ed ambientali. Petrini finisce sotto inchiesta, pedinato, intercettato, a casa e nel suo ufficio. L’ascolto delle conversazioni fa venire fuori quello che gli inquirenti definiranno una “sistematica attività corruttiva”. Tutto ruota intorno al magistrato di origini umbre che vive a Lamezia. Gli accertamenti bancari fanno il resto e gli investigatori scoprono le “difficoltà finanziare” del giudice. Il cerchio intorno a Petrini si stringe sempre di più e, contemporaneamente, le indagini si allargano coinvolgendo le sue presunte amanti (due avvocatesse) in quello che sarà l’aspetto più piccante e pruriginoso della vicenda. Sul registro degli indagati vengono iscritte complessivamente quattordici persone. Per otto di queste il gip di Salerno ravvisa le esigenze cautelari. L’ex consigliere regionale Pino Tursi Prato e suoi presunti “intermediari” Emilio Santoro e Luigi Falzetta finiscono in carcere insieme ad una serie di professionisti. Tra questi anche quattro avvocati. E’ il 15 gennaio del 2020, il giorno del blitz. Storia dei giorni nostri. Una storia che non è ancora finita e che promette ulteriori, clamorosi risvolti perché tra le 120 pagine dell’ordinanza si celano ipotesi investigative in via di sviluppo. Come una serie tv in attesa di un’altra puntata.

Rif:https://www.zoom24.it/2020/01/16/soldi-e-sesso-in-cambio-di-favori-cosi-gratteri-ha-smascherato-il-giudice-corrotto/

Il magistrato Marco Petrini accusato di corruzione in cambio di soldi e sesso

n Calabria è esploso il caso relativo a Marco Petrini, presidente della terza sezione civile della Corte d’appello di Catanzaro e della Commissione provinciale tributaria. Secondo l’accusa il magistrato avrebbe venduto la propria funzione per aggiustare processi, sentenze e concorsi: in cambio non solo soldi, ma anche prestazioni sessuali che sarebbero state concesse da alcune avvocatesse per avere il giudice dalla loro parte. Petrini è stato arrestato insieme ad altre sei persone: tutti sono indagati per corruzione in atti giudiziari e, per alcuni di essi, è stata contestata l’aggravante del metodo mafioso.

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Franco Bechis su Il Tempo fa però notare un dettaglio non da poco: “Petrini non aveva molta presenza pubblica, quindi tutti i giornali hanno pubblicato una sua immagine tratta da un unico evento di cui fu protagonista. Si trattava della presentazione di un libro a Lamezia Terme. L’immagine è però tagliata, perché allargandola appare un altro personaggio, quel Nicola Gratteri che è il mito della giustizia in Calabria”. Ovviamente il Procuratore di Catanzaro non c’entra nulla con lo scandalo di soldi e sesso, ma per Bechis quella foto era “una notizia, perché fa capire di quale fiducia godeva Petrini nell’ambiente, era riuscito ad ingannare anche le persone con le quali lavorava fianco a fianco. Aver censuratoquella foto – chiosa Bechis – è stato un cattivo servizio all’informazione”.

rif:https://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/13553835/marco-petrini-magistrato-sesso-soldi-calabria-foto-nicola-gratteri-censura.html