Mantella, le confessioni di Petrini e le informative del Ros: tremano i giudici “corrotti”

Tutti gli indizi lasciano presagire che presto sul tribunale di Catanzaro si abbatterà un vero e proprio tsunami giudiziario

Genesi”. Un nome che già dice tutto. Significa origine e potrebbe essere solo l’inizio di un qualcosa di davvero sconvolgente. Tutti gli indizi lasciano presagire che presto sul tribunale di Catanzaro si abbatterà un vero e proprio tsunami giudiziario. Il verbale “esplosivo” di Andrea Mantella, ex boss della ‘ndrangheta vibonese, oggi collaboratore di giustizia di punta dalla Dda di Catanzaro (LEGGI QUI), non è il solo a chiamare in causa le presunte “toghe sporche” presenti nel distretto giudiziario catanzarese.

Le confessioni di Santoro e Petrini. C’è di più, però, a disposizione dei magistrati della Procura di Salerno (titolari delle indagini su ipotesi di reato che coinvolgono i colleghi catanzaresi), dove nelle prossime ore si insedierà il nuovo procuratore capo, Giuseppe Borrelli, già aggiunto a Catanzaro fino a qualche anno fa prima di transitare con lo stesso ruolo a Napoli. A far tremare avvocati, giudici, politici e “colletti bianchi” che a vario titolo hanno favorito o preso soldi dai clan della ‘ndrangheta per “aggiustare”, “addomesticare” o “addolcire” processi penali, civili e tributari, ci sono ora anche le confessioni di alcuni dei principali indagati dell’inchiesta “Genesi”: il “faccendiere” Emilio Santoro, detto “Mario” e, addirittura, il giudice Marco Petrini. Entrambi collaborano con il procuratore vicario di Salerno Luca Masini e i loro verbali sono pieni di nomi, fatti, circostanze ma, soprattutto, omissis. Il giudice avrebbe riempito due verbali di interrogatorio coperti al momento da segreto istruttorio che promettono sviluppi clamorosi perché svelano – come lo stesso pm Masini ha rivelato –  “una caterva di episodi corruttivi” che riguarderebbero politici e avvocati.

Giudici a cena da Pittelli. A Salerno sono finite anche tre informative inviate dai carabinieri del Ros nell’ambito delle indagini che hanno portato all’operazione “Rinascita-Scott” e che ricostruiscono i contatti tra l’avvocato Giancarlo Pittelli e alcuni magistrati del distretto giudiziario di Catanzaro. Tra gli atti inviati dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ai colleghi salernitani c’è anche l’ormai famosa cena che si sarebbe svolta a casa di Pittelli nel maggio del 2018 e alla quale avrebbero partecipato otto magistrati e altri professionisti, tra i quali anche un alto ufficiale dell’Arma dei Carabinieri. Una cena “intercettata” dalle cimici piazzate dai carabinieri del Ros che, oltre all’elenco dei partecipanti, avrebbero annotato sui loro taccuini una serie di dialoghi ora al vaglio degli inquirenti.

Rifhttps://www.zoom24.it/2020/02/09/mantella-le-confessioni-di-petrini-e-le-informative-del-ros-tremano-i-giudici-corrotti/

l verbale “esplosivo” di Mantella e i cinque giudici ‘corrotti’: “Così si aggiustavano i processi”

 pentito vibonese chiama in causa avvocati, periti e “toghe sporche” del distretto di Catanzaro in un clamoroso interrogatorio davanti ai pm di Salerno

Avvocati, periti, professionisti ma soprattutto magistrati. Cinque magistrati del distretto di Catanzaro “amici” dei clan ai quali i boss di mezza Calabria si sarebbero rivolti per “aggiustare” o quanto meno “addolcire” i processi e aprire le porte del carcere. Sono clamorose le dichiarazioni messe a verbale lo scorso 4 aprile davanti ai sostituti procuratori della Dda di Salerno Vincenzo Senatore e Silvio Marco Guarriello da Andrea Mantella, il boss scissionista della ‘ndrangheta vibonese, oggi collaboratore di giustizia. Una sorta di Buscetta di Calabria che parla e fa tremare non solo i “colletti bianchi” ma adesso anche le “toghe sporche”. Un racconto che va oltre “Genesi”, l’inchiesta che ha svelato la corruzione che si annidava tra le stanze del Tribunale di Catanzaro.

Il “sistema”. Il pentito racconta agli inquirenti salernitani la strategia adottata per alleggerire condanne all’ergastolo o ribaltare processi andati male in primo grado. Al centro di tutto c’erano alcuni avvocati. “Il sistema è questo praticamente si impegna una persona distinta, un professionista che si mette a disposizione attraverso diciamo delle grosse somme di denaro e tocca solo a quel funzionario, di mettere a posto se c’è da mettere qualcosa”. Mantella chiama in causa i Grande Araci che gli avrebbero svelato in carcere il meccanismo per aggiustare i processi con “fiumi di denaro” e facendo cadere le “accuse di maggiore gravità”. “La tattica, il sistema è questo: qualche Cartier, qualche Rolex e alla fine… un pò di pazienza e ce la fai a uscire dal carcere. Tutti i miei episodi sono stati – precisa Mantella – denaro in contante”. In un caso – sostiene – avrebbe consegnato persino 70mila euro cash al proprio legale per “addolcire” (cioè fare cambiare un’opinione negativa) il giudice.

Il giudice socio di un boss. Il verbale shock firmato da Mantella è coperto da una lunga serie di omissis ma quanto svelato preannuncia un terremoto giudiziario dalle proporzioni bibliche. Il pentito racconta anche episodi specifici. Uno in particolare riguarda i clan di Lamezia Terme e, in particolare, i Giampà: “Pasquale Giampà detto Tranganiello – dichiara Mantella – era un massone e aveva come socio un magistrato nel settore dell’edilizia. Da questo giudice ho ottenuto un beneficio in un processo nel quale con la contestazione di omicidio premeditato ottenni in primo grado una pena di 14 anni ridotti a 12 anni in appello. I miei familiari mi avvertirono che avevano speso un patrimonio e mi fecero capire che potevo stare tranquillo per la sentenza che sarebbe stata di condanna a una pena meno grave, il che avvenne nel senso che fu eliminata l’aggravante della premeditazione”

rif:https://www.zoom24.it/2020/02/09/il-verbale-esplosivo-di-mantella-e-i-cinque-giudici-corrotti-cosi-si-aggiustavano-i-processi/

Toghe sporche in Calabria: dall’inchiesta su Petrini spuntano i nomi di altri magistrati

Dagli atti dell’inchiesta di Salerno sul giro di corruzione a Catanzaro, in una conversazione intercettata saltano fuori i nomi di Eugenio Facciolla e Mario Spagnuolo. Nicola Gratteri voleva ascoltare Tursi Prato in merito a vicende che avrebbero potuto lambire anche i due giudici. E questo avrebbe creato tensioni con il pg Otello Lupacchini

Che l’inchiesta della procura di Salerno minacciasse di travolgere altri magistrati è stato evidente fin dall’arresto del presidente di sezione di Corte d’Appello, Marco Petrini. Lo si leggeva tra le righe dell’ordinanza di custodia cautelare che ha svelato come aule di giustizia e commissione tributaria regionale fossero state trasformate in un suq, in cui ogni sentenza si poteva comprare. Lo dicevano le voci, più o meno preoccupate, che hanno iniziato a rincorrersi nei corridoi e nelle aule di giustizia di Catanzaro e non solo. Ma adesso, dalle prime carte depositate, emergono i primi dati, sfuggiti alla valanga di omissis con cui si stanno coprendo gli approfondimenti in corso. E sembrano dare anche indicazioni sulle vicende che hanno motivato l’allontanamento di alcuni magistrati del distretto, a partire dall’ex procuratore di Castrovillari, Eugenio Facciolla, sul cui capo a Salerno pende una richiesta di rinvio a giudizio per corruzione e per questo è stato trasferito a Potenza, con provvedimento confermato dal Tar.

L’interrogatorio del faccendiere

Il primo indizio al riguardo emerge da uno degli interrogatori del faccendiere Mario Santoro. Nella lunghissima trascrizione di quella conversazione, una domanda del procuratore Luca Masini sopravvive alla valanga di omissis. «È il Tursi che le fa le confidenze che riguardano Facciolla?» chiede il magistrato. E Santoro non esita a dire sì. In quelle carte non c’è di più. Ma nell’informativa di recente depositata agli atti dell’inchiesta di Salerno qualche ulteriore particolare emerge.


Tutto passava da Tursi Prato

È una conversazione del 28 gennaio 2019. Il giudice Petrini e Santoro parlano senza sospettare di essere intercettati. Discutono di come e per quanto denaro aggiustare sentenze, poi passano ad un argomento più delicato. Alla base, c’è la causa da addomesticare per permettere all’ex consigliere regionale Pino Tursi Prato di mettere in salvo il vitalizio. «Ci vuole un po’ di tempo, ci vuole ancora un pò di tempo … è un po’ complicato, un po’ complicato … però abbiamo fiducia» dice Petrini. Santoro fa pressione, chiede se la cosa si possa definire nel giro di poco tempo, «un mese». Perché evidentemente c’è qualcosa che sembra preoccuparlo. Gli inquirenti sembrano tornati a essere molto interessati a Tursi Prato. «Nicola Gratteri vuole sentire a Tursi Prato», confida Santoro al giudice e la cosa – lascia intendere – sembra essere anche alla base delle tensioni con il procuratore generale Otello Lupacchini. Il faccendiere non specifica la sua fonte, forse si tratta dello stesso ex consigliere regionale, ma sa dare coordinate molto precise.

Confidenze delicate

A quanto riferisce, Tursi Prato dovrebbe essere sentito su vicende che potrebbero toccare anche diversi magistrati. Mario Spagnuolo, di cui però null’altro si dice, e  l’ex procuratore di Castrovillari, Facciolla. Lo riferisce Santoro e, quanto meno per il secondo, Petrini sembra essere in grado di completare la frase ancor prima che il faccendiere finisca. Come se fosse un dato pacifico. Poi i due si lasciano andare a commenti sul magistrato. Le accuse sono pesantissime. «Ne ha fatte di mille e una notte» riferisce Santoro, «ha preso denari da IGreco», «il padre faceva l’usuraio». Il faccendiere sembra rendersi conto di aver fatto al giudice una confidenza assai delicata, «ti devi stare zitto» gli intima.


«Evita di parlare»

I passaggi successivi sono poco chiari, fra incomprensibili e frasi smozzicate. Però si capisce quale sia il comportamento che entrambi ritengono più conveniente. «Gli ho detto “se puoi evitare evita”» dice Santoro e Petrini concorda «sì, sì è meglio». Parole in libertà o indicazioni concrete? Di certo, tutti elementi da verificare con estrema attenzione, mettendo a confronto il dato intercettato, le dichiarazioni dei protagonisti di quelle chiacchierate – ancora tutte da vagliare – ed eventuali riscontri oggettivi. E dalle carte depositate a Salerno, anche su questo fronte sembra si stia lavorando.

rif: https://lacnews24.it/cronaca/petrini-toghe-sporche-si-allarga-il-cerchio_110221/

“Ombre” sulla Procura di Catanzaro, da Salerno un’indagine sul Pg Lupacchini

Otello Lupacchini

Un fascicolo che iscrive nel registro degli indagati nientemeno che il procuratore generale di Catanzaro, Otello Lupacchini, aperto dai colleghi della Procura di Salerno, competente sui procedimenti ai magistrati calabresi, e che ipotizza i reati di falso ideologico e falso materiale commesso da pubblico ufficiale.

Un’indagine per la quale già lo scorso 20 di settembre i magistrati titolari del fascicolo avevano richiesto agli investigatori catanzaresi una serie di informazioni per approfondire l’inchiesta, che riguarderebbe il potenziamento della scorta ad un procuratore in funzione nel distretto giudiziario del capoluogo calabrese.

La Procura Campana vorrebbe per far luce su un presunto pedinamento avvenuto in autostrada del procuratore e per il quale si sarebbe così chiesto di rafforzare le misure di sicurezza. Un fatto sul quale, nelle scorse settimane, erano stati ascoltati, come persone informate, i membri del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica di Catanzaro.

rif:http://www.cn24tv.it/news/198887/ombre-sulla-procura-di-catanzaro-da-salerno-un-indagine-sul-pg-otello-lupacchini.html

Soldi e sesso in cambio di favori, così Gratteri ha “smascherato” il giudice corrotto

L’inchiesta che ha portato all’arresto di Marco Petrini e di altre sette persone è partita dagli uffici della Dda di Catanzaro che ha trasmesso gli atti a Salerno

Tutto è partito da Catanzaro. Dagli uffici della Procura distrettuale antimafia. E’ stato Nicola Gratteri a mettere la firma su un fascicolo “bollente” inviato per competenza a Salerno. Da quegli atti si è sviluppata la clamorosa inchiesta che ha portato all’arresto del giudice Marco Petrini, un suo collega che lui stesso conosceva e che capitava di incrociare nei corridoi del tribunale di Catanzaro, divisi da un solo piano. Appena saputo del coinvolgimento del magistrato nell’indagine condotta dalla Finanza su un presunto caso di corruzione in atti giudiziari aggravato dal metodo mafioso, Gratteri ha quindi ha trasmesso tutta la documentazione alla Direzione distrettuale antimafia di Salerno.

La genesi dell’inchiesta. L’origine dell’inchiesta denominata “Genesi” che ha portato all’arresto del giudice Marco Petrini e di altre sette persone nasce infatti da un procedimento datato 2 agosto del 2018 che si è sviluppato in modo clamoroso e del tutto inaspettato. Gli investigatori della Guardia di Finanza erano dapprima sulle tracce di tre soggetti: Luigi Falzetta, Emilio Santoro, detto Mario, e Giuseppe Tursi Prato, detto Pino. L’indagine riguarda inizialmente solo loro ma le intercettazioni successive aprono altri scenari, ben più inquietanti. “L’ascolto di quelle intercettazioni – scrive il gip Giovanna Pacifico nell”ordinanza – faceva emergere uno scenario investigativo di ben maggiore ampiezza, attraverso la speculare estensione delle operazioni intercettive, via via autorizzate da questo ufficio, rispetto agli originari ‘bersagli’”.  Le conversazioni captate rivelano con il passare dei giorni un quadro indiziario grave. Tra un’intercettazione ed un altra, i finanzieri giungono all’identificazione di un giudice in servizio nel distretto giudiziario di Catanzaro e l’indagine diventa inquietante. Quel giudice è Marco Petrini, addirittura il presidente di sezione della Corte d’Appello di Catanzaro. Alla polizia giudiziaria non resta altro che redarre l’informativa shock che il 15 ottobre del 2018 arriva sulla scrivania di Nicola Gratteri e dei suoi sostituti procuratori che coordinano l’inchiesta originaria. Alla Dda di Catanzaro, invece, non rimane che trasmettere gli atti alla Procura di Salerno competente per territorio. Di mezzo c’è, coinvolto a pieno titolo nell’indagine, spunta un magistrato del distretto giudiziario catanzarese. Non si può fare altrimenti. Tocca ad altri andare avanti e sviluppare la clamorosa attività investigativa.

Dalle origini al blitz. Inizia qui quella che verrà denominata in codice l’inchiesta “Genesi”. Il fascicolo passa nelle mani del pm salernitano Luca Masini e le indagini vengono svolte sul campo dai reparti specializzati della Guardia di Finanza. E’ il 7 novembre del 2018 e il gip autorizza le intercettazioni telefoniche ed ambientali. Petrini finisce sotto inchiesta, pedinato, intercettato, a casa e nel suo ufficio. L’ascolto delle conversazioni fa venire fuori quello che gli inquirenti definiranno una “sistematica attività corruttiva”. Tutto ruota intorno al magistrato di origini umbre che vive a Lamezia. Gli accertamenti bancari fanno il resto e gli investigatori scoprono le “difficoltà finanziare” del giudice. Il cerchio intorno a Petrini si stringe sempre di più e, contemporaneamente, le indagini si allargano coinvolgendo le sue presunte amanti (due avvocatesse) in quello che sarà l’aspetto più piccante e pruriginoso della vicenda. Sul registro degli indagati vengono iscritte complessivamente quattordici persone. Per otto di queste il gip di Salerno ravvisa le esigenze cautelari. L’ex consigliere regionale Pino Tursi Prato e suoi presunti “intermediari” Emilio Santoro e Luigi Falzetta finiscono in carcere insieme ad una serie di professionisti. Tra questi anche quattro avvocati. E’ il 15 gennaio del 2020, il giorno del blitz. Storia dei giorni nostri. Una storia che non è ancora finita e che promette ulteriori, clamorosi risvolti perché tra le 120 pagine dell’ordinanza si celano ipotesi investigative in via di sviluppo. Come una serie tv in attesa di un’altra puntata.

Rif:https://www.zoom24.it/2020/01/16/soldi-e-sesso-in-cambio-di-favori-cosi-gratteri-ha-smascherato-il-giudice-corrotto/

Il magistrato Marco Petrini accusato di corruzione in cambio di soldi e sesso

n Calabria è esploso il caso relativo a Marco Petrini, presidente della terza sezione civile della Corte d’appello di Catanzaro e della Commissione provinciale tributaria. Secondo l’accusa il magistrato avrebbe venduto la propria funzione per aggiustare processi, sentenze e concorsi: in cambio non solo soldi, ma anche prestazioni sessuali che sarebbero state concesse da alcune avvocatesse per avere il giudice dalla loro parte. Petrini è stato arrestato insieme ad altre sei persone: tutti sono indagati per corruzione in atti giudiziari e, per alcuni di essi, è stata contestata l’aggravante del metodo mafioso.

Per approfondire leggi anche: “Assunto a mia insaputa”

Franco Bechis su Il Tempo fa però notare un dettaglio non da poco: “Petrini non aveva molta presenza pubblica, quindi tutti i giornali hanno pubblicato una sua immagine tratta da un unico evento di cui fu protagonista. Si trattava della presentazione di un libro a Lamezia Terme. L’immagine è però tagliata, perché allargandola appare un altro personaggio, quel Nicola Gratteri che è il mito della giustizia in Calabria”. Ovviamente il Procuratore di Catanzaro non c’entra nulla con lo scandalo di soldi e sesso, ma per Bechis quella foto era “una notizia, perché fa capire di quale fiducia godeva Petrini nell’ambiente, era riuscito ad ingannare anche le persone con le quali lavorava fianco a fianco. Aver censuratoquella foto – chiosa Bechis – è stato un cattivo servizio all’informazione”.

rif:https://www.liberoquotidiano.it/news/personaggi/13553835/marco-petrini-magistrato-sesso-soldi-calabria-foto-nicola-gratteri-censura.html

l giudice corrotto e l’intercettazione: “La causa l’ha vinta al 1000 per 1000”

Sono diversi i processi che Petrini sarebbe riuscito a “sistemare” o avrebbe tentato di “aggiustare” favorendo gli “amici degli amici”

Soldi, gioielli, prestazioni sessuali in cambio di favori per “aggiustare” processi in ambito penale, civile e, persino, cause tributarie. Al centro dell’inchiesta la figura di Marco Petrini, 56 anni, nato a Foligno ma residente a Lamezia Terme. Non un giudice qualsiasi ma il presidente di sezione della Corte d’Appello di Catanzaro e il presidente della Commissione provinciale tributaria. Un insospettabile “smascherato” dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Salerno che hanno coordinato la clamorosa inchiesta culminata con il suo arresto. Sono diversi i processi che Petrini sarebbe riuscito a “sistemare” o avrebbe tentato di “aggiustare” favorendo gli “amici”, gli “amici degli amici” e le sue presunte amanti. Non a caso corruzione in atti giudiziari è l’accusa che la Procura di Salerno gli contesta e per la quale è finito in carcere.

Rif: /https://www.zoom24.it/2020/01/15/il-giudice-corrotto-e-lintercettazione-la-causa-lha-vinta-al-1000-per-1000/

Corruzione: arrestato a Catanzaro il giudice Petrini

Ordinanza di custodia cautelare eseguita questa mattina dalla Guardia di finanza di Crotone in esecuzione di un provvedimento emesso dal gip del Tribunale di Salerno su richiesta della locale Dda.  Fra gli arrestati c’è Marco Petrini, giudice della Corte d’Appello di Catanzaro, oltre a due avvocati: uno del foro di Catanzaro, Marzia Tassone di Davoli con studio a Soverato, l’altro di Locri, Francesco Saraco. Le accuse sono di corruzione in atti giudiziari (in taluni casi aggravata dalle finalità mafiose). Le indagini, avviate nel 2018, hanno permesso di ricostruire una sistematica attività corruttiva nei confronti del un presidente di sezione della Corte di Appello di Catanzaro nonché presidente della commissione provinciale tributaria del capoluogo di regione. 

Gli indagati accusati di corruzione avrebbero promesso e consegnato al magistrato, a più riprese, consistenti somme di denaro in contanti, oggetti preziosi ed utilità come prestazioni sessuali in cambio dell’intervento del magistrato per ottenere nei processi sentenze o provvedimenti a loro favorevoli
In alcuni casi i provvedimenti favorevoli richiesti dal magistrato e da quest’ultimo promessi e/o assicurati erano diretti a vanificare, mediante assoluzioni o consistenti riduzioni di penasentenze di condanna pronunciate in primo grado dai Tribunali del distretto di Catanzaro o sequestri patrimoniali in applicazione della normativa antimafia, nonché sentenze in cause civili e accertamenti tributari. 

Oltre al magistrato una figura centrale del sistema corruttivo sarebbe stato un medico in pensione, Emilio Santoro, ex dirigente dell’azienda sanitaria provinciale di Cosenza. Costui, oltre a stipendiare mensilmente il magistrato per garantirsi l’asservimento delle sue funzioni, si sarebbe prodigato per procacciare nuove occasioni di corruzione proponendo ad imputati, o parenti di imputati condannati in primo grado nonché a privati soccombenti in cause civili, decisioni favorevoli in cambio del versamento di denaro, beni o altre utilità. 

Le azioni corruttive, e documentate anche con attività di intercettazioni audio e video, sarebbero servite anche a far ottenere il vitalizio a un ex politico calabrese (Giuseppe Tursi Prato) che nel corso della quinta legislatura regionale ricopriva la carica di consigliere della Regione Calabria. Quest’ultimo era stato condannato nel 2004 alla pena detentiva di 6 anni di reclusione con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e per tale motivo era decaduto dal relativo assegno vitalizio per la carica rivestita. Altre azioni corruttive sarebbero servite ad agevolare alcuni candidati nel concorso per l’abilitazione alla professione di avvocato.

È stata altresì accertata nel corso delle indagini la grave situazione di sofferenza finanziaria in cui versava il magistrato arrestato, compiutamente ricostruita sulla base di accertamenti bancari e sulla base delle conversazioni intercettate. Si tratterebbe di situazioni cronicizzate che avrebbero posto il giudice Petrini nella necessità di procurarsi la disponibilità, oltre che dello stipendio di magistrato e dei compensi quale giudice tributario, di somme di denaro in contante anche per mantenere l’elevato tenore di vita. Durante la perquisizione nell’abitazione del magistrato è stata rinvenuta è sequestrata la somma contante di settemila euro custodita all’interno di una busta. Oltre all’esecuzione delle misure cautelari sono state disposte ed effettuate numerose perquisizioni nei confronti di altri indagati, terzi e società.

Rif: https://www.ilvibonese.it/cronaca/56944-corruzione-arrestato-catanzaro-giudice-avvocati/

Mazzette per “aggiustare” processi, anche un magistrato in manette

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Terremoto giudiziario in Calabria. Un magistrato della Corte d’Appello di Catanzaro, Marco Petrini, e due avvocati (uno del foro di Catanzaro e l’altro di Locri) sono stati arrestati con l’accusa di corruzione. Arresti dunque per Marco Petrini, presidente della Terza sezione civile e della Commissione tributaria della Corte di appello di Catanzaro ed un avvocato dello stesso foro, mentre l‘avvocato del foro di Locri è finito ai domiciliari.

Soldi, gioielli e anche prestazioni sessuali in cambio di favori nei processi: questa la clamorosa ipotesi accusatoria.

L’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Salerno, su richiesta della Dda, riguarderebbe altre 5 persone.

Tra le vicende contestate anche il riottenimento del vitalizio per un ex consigliere regionale condannato.

Rif: https://www.calabriadirettanews.com/2020/01/15/mazzatte-per-aggiustare-processi-magistrato-in-manette/

Busta con denaro in contante in casa del giudice arrestato, Marco Petrini

I militari della guardia di finanza stanno completando le perquisizioni nelle abitazioni e negli uffici delle otto persone arrestate nell’ambito dell’operazione denominata in gergo “Genesi”. Durante la perquisizione nell’abitazione del giudice della Corte d’Appello di Catanzaro Marco Petrini, le fiamme gialle hanno trovato e sequestro una somma di denaro contante pari a 7mila euro custodita all’interno di una busta.

Il giudice è stato quindi portato nell’ufficio ufficio al vecchio tribunale di Catanzaro, sede della Corte d’Appello, per proseguire la perquisizione. Le indagini avrebbero accertato la grave situazione di sofferenza finanziaria in cui versava il magistrato arrestato, compiutamente ricostruita – sostengono gli inquirenti – sulla base di accertamenti bancari e sulla base di conversazioni intercettate. “Si trattava di una condizione cronicizzata ed assolutamente non risolvibile – sottolinea il procuratore Luca Masini che ha coordinato le indagini – nel breve periodo che poneva il magistrato stabilmente nella necessità di procurarsi la disponibilità, oltre allo stipendio di magistrato ed ai compensi quale giudice tributario, di somme di denaro in contanti, anche per mantenere l’elevato tenore di vita”.

Rif:https://www.zoom24.it/2020/01/15/genesi-busta-con-denaro-in-contante-in-casa-del-giudice-arrestato/