Soldi per «aggiustare» una sentenza: arrestato giudice tributario

La sede del Palazzo di Giustizia di Brescia - © www.giornaledibrescia.it

Alla base c’è una frode fiscale da oltre 90 milioni di euro, 17 dei quali sarebbero stati riciclati attraverso l’acquisto di fiches per il tappeto verde dei casinò di Venezia, Campione d’Italia, Sanremo e Saint-Vincent. Seguendo il flusso di denaro gli inquirenti sono arrivati a contestare episodi di corruzione.

È un’inchiesta che tocca Brescia e Milano quella coordinata dal sostituto procuratore Francesco Milanesi e condotta dalla Guardia di Finanza che ieri ha arrestato l’imprenditore 75enne Luigi Bentivoglio, con azienda a Rovato, Antonino Sortino, un prestanome che avrebbe emesso fatture false, residente a Lograto e detenuto già per altra causa, un giudice tributario della sezione bresciana, Donato Arcieri, e un consulente fiscale, Giuseppe Fermo.

Sono tutti ai domiciliari. Donato Arcieri, commercialista nato a Potenza, 59 anni compiuti ad agosto, residente nel Milanese è giudice in tre delle 26 sezioni della Commissione Tributaria Regionale per la Lombardia, una delle quali, quella bresciana, presieduta dall’ex procuratore aggiunto Carlo Nocerino che fino alla sua permanenza a Brescia, prima del trasferimento come procuratore capo a Busto Arsizio nelle scorse settimane, ha supervisionato l’inchiesta in cui risultano indagate 90 persone. Contestati a vario titolo i reati di corruzione in atti giudiziari, autoriciclaggio, dichiarazione fraudolenta ed emissione di fatture per operazioni inesistenti.

Contestualmente ai quattro arresti sono state perquisite 34 aziende tra la provincia di Brescia e quelle di Milano, Bergamo, Cremona, Novara, Modena e Bologna. Sequestrate e controllate fino al tardo pomeriggio di ieri cassette di sicurezza riconducibili ai principali indagati. Bloccati anche numerosi conti correnti. La corruzione. Sotto la lente di ingrandimento della Guardia di Finanza è finita una causa tributaria che si era chiusa nel marzo 2019 con una sentenza favorevole ad una società riconducibile agli imprenditori arrestati, per un valore di 255.000 euro di imposte non versate.

Nel processo tributario al centro del filone di inchiesta sulla corruzione, Giuseppe Fermo, il ragioniere consulente fiscale arrestato ieri, aveva il ruolo di difensore del contribuente, mentre Donato Arcieri quello di giudice relatore. Le Fiamme gialle hanno accertato e individuato numerosi trasferimenti di denaro dalla società che sarebbe stata favorita nella causa, al consulente fiscale Fermo, che avrebbe poi versato i soldi sui conti intestati a società rappresentate dallo stesso giudice tributario Donato Arcieri. A Giuseppe Fermo la Procura di Brescia era arrivata dopo i primi passi dell’indagine, nata da un controllo fiscale nell’agosto del 2019 a carico di una società bresciana, risultata per sei anni evasore totale e che dal 2013 al 2019 avrebbe emesso false fatture per circa 12 milioni di euro nei confronti di numerose imprese del nord Italia.

Dalle successive analisi è venuto alla luce quello che chi indaga definisce «un articolato sistema di frode che prevedeva il mascheramento della provenienza illecita degli introiti dell’evasione fiscale». Nel corso delle indagini, a giugno di un anno fa, nei capannoni di un’azienda coinvolta vennero sequestrati 779mila euro in contanti, nascosti tra le travi del tetto, in un muletto e in un tagliaerba. L’imprenditore titolare dell’azienda era stato arrestato in flagranza di reato per istigazione alla corruzione e condannato a due anni e due mesi. Aveva offerto ai finanzieri 70mila euro in contanti per chiudere senza contestazioni l’accertamento. L’intero tesoretto da 779mila euro è stato definitivamente confiscato.

Rif: https://www.giornaledibrescia.it/brescia-e-hinterland/soldi-per-aggiustare-una-sentenza-arrestato-giudice-tributario-1.3646485

Giustizia in Italia: mille innocenti in carcere all’anno, ma i giudici non pagano mai

«Ci aspettiamo che all’interno della riforma del Consiglio superiore della magistratura (la discussione alla Camera inizierà la prossima settimana, ndr) sia finalmente introdotta la responsabilità dei magistrati. Oggi oltre il 99% delle toghe ha una valutazione positiva, un dato che stride con le migliaia di persone che ogni anno, da innocenti, finiscono in carcere». A dirlo sono i giornalisti Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, fondatori di “Errorigiudiziari.com”, l’associazione che da circa dieci anni cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’ingiusta detenzione. «L’intervento del capo dello Stato», proseguono, «sul punto ci trova assolutamente d’accordo ma ora la palla passa al legislatore: si può applaudire Mattarella cento volte ma se poi non lavori come devi tutto è destinato a rimare solo sulla carta».

Lattanzi e Maimone sul loro sito pubblicano una statistica degli errori giudiziari e delle somme erogate dal ministero dell’Economia a titolo di risarcimento. Dagli ultimi dati disponibili contenuti nella relazione 2017-2019 della Corte dei Conti emerge un progressivo aumento della spesa pubblica per i casi di errori giudiziari per ingiusta detenzione, passata da 38 a 48 milioni di euro. «Ufficialmente» sono mille l’anno i casi di persone arrestate ingiustamente, ma il vero numero è dieci volte di più. A spiegarlo è l’ex vice ministro della Giustizia Enrico Costa (Azione). «Il 90% delle ingiuste detenzioni», ricorda Costa, non viene risarcito dallo Stato sulla base del presupposto che l’arrestato ha «contribuito» colposamente all’errore del giudice, avvalendosi, ad esempio, della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio. Una facoltà prevista del codice». Per poter fare domanda di risarcimento, poi, serve una sentenza definitiva di assoluzione. Se il reato si è prescritto prima, come capita spessissimo, il periodo trascorso in custodia cautelare è destinato a finire a tarallucci e vino. La normativa, con questi paletti stringenti, è fatta apposta per scoraggiare la richiesta dei risarcimenti ed evitare spese aggiuntive per lo Stato. Ogni giorno dietro le sbarre viene risarcito con 250 euro.

Per fare un esempio, Raffaele Sollecito, assolto dall’accusa di omicidio di Meredith, non ha mai preso un euro per i 4 anni trascorsi agli arresti. Fino al 2017, inoltre, non esisteva una norma che obbligasse l’esecutivo a indicare il numero di persone sottoposte al carcere preventivo, quindi senza alcuna sentenza di condanna. Il legislatore, solo con la riforma delle misure cautelari del 2017, ha previsto che nella relazione che il governo deve presentare annualmente al Parlamento sull’applicazione delle misure cautelari personali, debba dare conto dei dati relativi alle sentenze di riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione pronunciate nell’anno precedente, «con specificazione delle ragioni di accoglimento delle domande e dell’entità delle riparazioni, nonché i dati relativi al numero di procedimenti disciplinari iniziati nei riguardi dei magistrati per le accertate ingiuste detenzioni, con indicazione dell’esito, ove conclusi». I dati, comunque, ad oggi«sono incompleti», prosegue ancora Costa. E quanti sono, infine, i magistrati chiamati a risarcire i propri errori? Dal 2010 al 2021 ci sono state solo otto condanne, con un solo magistrato chiamato a mettere mano al portafoglio. Cifra? 10mila euro

Rif: https://www.liberoquotidiano.it/news/giustizia/30371862/giustizia-italia-mille-innocenti-carcere-anno-giudici-non-pagano-mai.html

Magistrati indagati o condannati in quasi tutte le province: l’anno orribile della giustizia pugliese tra sesso, mazzette, armi e favori

Magistrati indagati o condannati in quasi tutte le province: l’anno orribile della giustizia pugliese tra sesso, mazzette, armi e favori
‘ex gip Antonio Savasta e i pm Emilio Arnesano e Michele Nardi condannati per accuse pesanti. L’ex procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo, il giudice civile Gianmarco Galliano e l’ex gip di Bari Giuseppe De Benedictis colpiti da misure cautelari in quattro distinte indagini che ruotano attorno a favori in cambio di appoggi lobbistici, soldi e regalie. Ad eccezione di Foggia, in Puglia non c’è Palazzo di giustizia che non sia stato colpito da almeno un’inchiesta negli ultimi anni

C’è chi era disposto a “inquinare e falsare processi” per “qualche rapporto sessuale” o “un significativo sconto nell’acquisto di una barca”. Chi era pronto a sistemare una sentenza civile in cambio di una “sponsorizzazione” fittizia per la sua barca a vela. Altri ne avevano fatto un “sistema”, trasferito da Trani a Taranto e che avrebbe lambito uno dei processi più importanti d’Italia, quello dell’ex Ilva. Qualcun altro aveva un solo obiettivo: “Ricavare il più rilevante profitto possibile”. E poi c’era chi, come l’ex gip di Bari Giuseppe De Benedictis, nascondeva 60mila euro in contanti nelle prese elettriche della sua abitazione. Mazzette in cambio di scarcerazioni facili. Per non parlare dell’arsenale da guerra che avrebbe occultato nelle campagne di Andria. Se lo scandalo Palamara ha imbarazzato l’intera categoria a livello nazionale, gli ultimi anni sono stati complicati soprattutto per i giudici pugliesi. A eccezione di Foggia, infatti, non c’è Palazzo di giustizia che non sia stato colpito da almeno un’inchiesta.

“SESSO E FAVORI” A LECCE
A Lecce l’ex pubblico ministero Emilio Arnesano – condannato a 9 anni di reclusione – ha permesso di ricostruire come l’ex magistrato “asserviva totalmente l’esercizio della sua funzione giudiziaria ad interessi privati per trarne miserevoli vantaggi”. Nelle 120 pagine scritte per argomentare la pena inflitta, il presidente del collegio potentino Federico Sergi, spiega che alcuni degli episodi venuti a galla grazie alle indagini rappresentano “l’acme dello squallore” per “la ferita inferta al prestigio della Magistratura” che Arnesano ha utilizzato “come uno strumento di scambio per ottenere favori sessuali”. Nelle carte emerge come, per ottenere sesso da una avvocatessa leccese, abbia addirittura archiviato l’accusa di evasione per un detenuto che era accusato di omicidio. I giudici scrivono che l’ex pm “non si poneva neppure il problema di valutare per quale reato fosse detenuto l’arrestato, quindi la personalità dell’arrestato e la sua conseguente pericolosità sociale”. Dagli atti infatti risultava che il cliente dell’avvocatessa “stava scontando una pena per vari reati, tra cui l’omicidio: una valutazione diligente di un caso simile avrebbe condotto all’esercizio dell’azione penale per il delitto di evasione, essendo a dir poco inverosimile che un condannato per omicidio possa ignorare la durata di un permesso premio concessogli”. Ma non c’era solo il sesso come merce di scambio per ottenere il suo interessamento. I giudici lucani hanno infatti condannato anche gli ex vertici dell’Asl salentina: 3 anni e 8 mesi all’ex direttore generale Ottavio Narracci e 5 anni per Carlo Siciliano responsabile di Medicina del Lavoro dell’ospedale leccese. Per Narracci l’accusa è di aver corrotto il magistrato per pilotare un processo nel quale era accusato di peculato. In cambio dei suoi interessamenti a favore dei due medici, Arnesano avrebbe ottenuto gratuitamente due battute di caccia e uno sconto di 17mila euro sulla barca di dieci metri comprata da Siciliano oltre all’assunzione per un certo periodo di parenti e amici dell’ex magistrato.

IL PREZZO DI UNA SENTENZA A BRINDISI
Cause pilotate, consulenze per centinaia di migliaia di euro, orologi e macchine costose, sponsorizzazioni fittizie ad associazioni sportive fatte da privati in favore della sua barca a vela. Sono queste le utilità che – secondo la procura di Potenza – avrebbe intascato il giudice civile di Brindisi Gianmarco Galianoarrestato a gennaio scorso con l’accusa di aver ottenuto denaro grazie alle cause di risarcimento per decessi per incidenti stradali o addirittura per la disabilità di un bambino causata da una malformazione seguita a una presunta colpa medica. Nell’inchiesta, che conta un totale di 21 indagati, sono coinvolti a piede libero altri due magistrati, Francesco Giliberti e Giuseppe Marseglia.

SULLA PELLE DEGLI OPERAI MORTI A TARANTO
“Per gli amici, i favori. Per gli altri, la legge”. Carlo Maria Capristo, ex procuratore capo di Trani e di Taranto, aveva una sorta di regola d’oro. E sulla base di quella massima gestiva la sua funzione di magistrato inquirente “orientata nel senso tipicamente corruttivo-collusivo” secondo il gip Potenza che ha disposto nei suoi confronti pochi giorni fa l’obbligo di dimora. “Un asservimento durevole della funzione giudiziaria” per ricevere in cambio “sia un sostegno lobbistico alle sue aspirazioni di carriera che benefici materiali”. Accanto a Capristo c’era l’avvocato Piero Amara: il legale, finito in carcere, era già stato arrestato per i falsi dossier su Eni. Dopo il primo arresto per le pressioni sulla pm di Trani Silvia Curione, questa volta Capristo è accusato di aver insinuato amici avvocati nelle grandi vicende giudiziarie che la procura ionica conduce contro l’ex Ilva. Oltre ad Amara, nel collegio difensivo dell’Ilva in As, ci sono le nomine dell’avvocato Giacomo Ragno, già condannato per il “Sistema Trani” come difensore di alcuni dirigenti dell’Ilva imputanti nel maxi processo Ambiente svenduto. Ma è soprattutto nei procedimenti penali per la morte di due operai che è apparsa la drammaticità della vicenda. Capristo, infatti, tramite il consulente Ilva e suo amico Nicola Nicoletti, avrebbe fatto nominare avvocati a lui vicini per difendere i dirigenti accusati di omicidio colpo per gli indenti mortali di Giacomo Campo e Alessandro Morricella. Una nomina che avrebbe, secondo l’accusa, garantito agli imputati una strada privilegiata per la chiusura del procedimento penale. E ai familiari degli operai, invece, la dimostrazione dell’assenza di giustizia.

IL SISTEMA TRANI
“Ricavare il più rilevante profitto possibile”. È questo secondo il tribunale di Leccel’obiettivo dell’ex gip di Trani Michele Nardi, condannato a novembre 2020 a 16 anni e 9 mesi di carcere perché ritenuto a capo di associazione a delinquere che in cambio di denaro e regali costosi orientata le inchieste. Oltre al carcere per Nardi è stata disposta anche l’estinzione del rapporto di lavoro con lo Stato e la confisca di beni, in solido con altri imputati, per un valore complessivo di 2 milioni e 200mila euro. Nella stessa vicenda sono coinvolti altri due magistrati tranesi giudicati con rito abbreviato: l’ex pubblico ministero Antonio Savastacondannato a 10 anni, e Luigi Scimè condannato a 4 anni e anche lui costretto a lasciare la toga. I fatti ruotano intorno all’imprenditore barese Flavio D’introno che in cambio di aiuto per numerose e burrascose vicende giudiziarie che lo vedono alla sbarra per usura e altri reati sovvenziona “sistematicamente” Nardi e Savasta “in cambio della tutela dei suoi interessi nell’ambito di numerose vicende giudiziarie penali, tributarie e civili”. A questi si aggiunge poi anche un ispettore di polizia, Vincenzo Di Chiaro, ritenuto “longa manus operativa tanto di Savasta quanto di D’Introno” e condannato a oltre 9 anni di carcere. Nardi – secondo il tribunale – è colui che stabilisce le regole organizzative dell’associazione e che stabilisce la ripartizione dei profitti, tanto che riserva a sé una percentuale fissa su tutte le “pratiche” che saranno gestite dal gruppo. Savasta agisce attivando le più disparate iniziative giudiziarie, tutte portate avanti con “una evidente distorsione dei poteri e doveri connessi alla pubblica funzione” perché “costantemente piegati al soddisfacimento di interessi privati”. Di Chiaro ha avuto, sempre secondo i giudici, il compito di predisporre false relazioni di servizio e comunicazioni di reato, tutte puntualmente “canalizzate” in modo tale da farle pervenire direttamente a Savasta. Quello che emerge è un quadro caratterizzato “da gravissime pressioni, omissioni, alterazioni di dati processuali, falsificazione di prove e di documenti, persino di interi fascicoli processuali nel contesto di uno stabile asservimento delle pubbliche funzioni ad interessi privati”. Nella vicenda è stato condannato a 4 anni di reclusione anche l’imprenditore Luigi D’Agostinoex socio di Tiziano Renzi che, in accordo con Savasta, avrebbe versato tangenti nel 2015 e controllato le dichiarazioni di alcuni testimoni in un’indagine sui reati fiscali di società riconducibili a se stesso affinché non venisse mai fuori il suo nome. E di nuovo compare il nome dell’avvocato Giacomo Ragno, condannato a 2 anni e 8 mesi, per aver individuato e messo a disposizione del sistema un uomo disposto a fornire false dichiarazioni e salvare D’introno da una delle vicende che lo coinvolgevano.

ARMI E DENARO A BARI
“Delinque fino all’ultimo momento, e oltre” l’ex gip di Bari Giuseppe De Benedictisfinito in carcere con l’accusa di corruzione in atti giudiziari insieme all’avvocato penalista Giancarlo Chiarello. Anche a Bari, il motore della devianza del magistrato è il denaro: mazzette in cambio di scarcerazioni di indagati. Non importa il calibro del criminale: più sono colpevoli e più alta è la somma da pagare. Persino elementi di spicco della criminalità organizzata barese e foggianariescono a lasciare il carcere grazie a De Benedictis e all’avvocato Chiarello, collettore di denaro per conto del giudice a cui destinava le richieste di scarcerazione. “Un’amicizia fondata su un illecito mercimonio della funzione giurisdizionale” che non si è affievolita nemmeno di fronte alla certezza che presto sarebbero stati arrestati. La loro “proclività a delinquere – si legge negli atti d’inchiesta – non è scemata neanche davanti alla consapevolezza del Chiariello di essere oggetto delle propalazione accusatorie dei collaboratori di giustizia e del De Benedictis di essere sottoposto ad indagine da parte della Procura di Lecce e che, in attesa della prevista restrizione cautelare, non disdegna l’ennesima dazione corruttiva”. Incassare, insomma, fino all’ultimo euro. Prima della tempesta. Durante le perquisizioni i carabinieri riescono a ritrovare 60mila euro nascosti nelle prese elettrichedell’abitazione del giudice. Ma soprattutto la somma di 1 milione e 300mila euroin contanti nascosti in tre zaini a casa del figlio dell’avvocato Chiarello. Ma c’è di più. Parallelamente anche la Squadra mobile di Bari sta indagando su quel magistrato che ama le armi. Nelle campagne di Andria i poliziotti scoprono un vero e proprio arsenale composto da mitragliette Uzi, fucili kalashnikov, mitragliatori d’assalto come M12 e Ar15, novantanove pistole, mine anticarro, bombe a mano, altri fucili, carabine di precisione, più circa 3.400 detonatori e 10 silenziatori per bombe a mano. De Benedictis e un caporal maggiore dell’esercito vengono descritti dal gip di Lecce come “autentici trafficanti in armi da guerra”. Di chi sono quelle armi? Del giudice, in gran parte, ma gli inquirenti non escludono che pistole, fucili e mitragliatori che siano in realtà “di soggetti terzi appartenenti a persone orbitanti nell’ambito della criminalità organizzata locale”.

GLI ANTICORPI
La magistratura possiede “gli anticorpi necessari per colpire i comportamenti devianti” e ha “ancora una volta nella nostra regione, dimostrato di saper guardare al proprio interno e individuare le più gravi criticità”. Sono le parole utilizzate dal procuratore di Lecce Leonardo Leone de Castris, dopo l’arresto di De Benedictis. Eppure nell’opinione pubblica qualcosa sta cambiando. I tanti magistrati onesti che quotidianamente svolgono il loro lavoro, devono imparare a difendersi dai loro stessi colleghi infedeli. E non solo con indagini e processi. Il procuratore di Potenza Francesco Curcio – che indaga sui magistrati di Lecce, Brindisi e Taranto – ha ribattezzato i suoi colleghi travolti da bufere giudiziarie “gli Arnesano” che “ci sono, ci sono stati, probabilmente continueranno ad esserci”. Perché? Perché all’interno della magistratura sopravvive un “girare la testa, un certo voltare la testa dall’altra parte, un certo modo corporativo di intendere il nostro mestiere” che diventa ”il terreno, il sostrato su cui Arnesano e gli Arnesano possono delinquere”. E quindi è la stessa magistratura che deve potenziare quegli anticorpi, rimettendo in discussione anche i criteri di valutazione e di assegnazione di responsabilità ai magistrati che sono diventate spesso una prassi consolidata in grado di creare “guasti giganteschi”. Per Curcio “i reati commessi da Arnesano sono, a mio avviso, la perfetta espressione di un modo di intendere l’attività di magistrato”: la “conquista di una postazione” che, una volta raggiunta priva alcuni colleghi di “interesse per l’attività che svolge” e di “amore per le cose che fa, per le carte che deve studiare”. Incentivi che evidentemente qualcuno ha trovato altrove: nel sesso, nel denaro, nel potere.


Rif: https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/06/15/magistrati-indagati-o-condannati-in-quasi-tutte-le-province-lanno-orribile-della-giustizia-pugliese-tra-sesso-mazzette-armi-e-favori/6226447/

Forse si è svegliato Mattarella e prende a picconate la magistratura

Forse si è svegliato Mattarella e prende a picconate la magistratura

Mattarella non è Cossiga. Non è neanche Pertini. Non gli piace alzare la voce, fare clamore. Noi nel titolo abbiamo scritto “picconate”, per ricordare il vecchio Presidente che voleva far circondare Palazzo dei Marescialli (cioè la sede del Csm) dai carabinieri, e tutti gli davano del pazzo ma aveva ragione lui; però è chiaro che Mattarella il piccone non lo sa usare e non gli piace: usa il fioretto, al massimo tira un ceffone.

Beh, stavolta un ceffone l’ ha tirato. In piena faccia alla magistratura. È stato il momento più importante e forte del suo discorso di insediamento pronunciato ieri pomeriggio a Montecitorio, durato 38 minuti e interrotto 52 volte dagli applausi. Ha usato parole dolci ma che assomigliano molto alle frustate. C’è una frase che non è stata notata, ma che è una frase di granito: ha chiesto che sia ristabilita “la certezza del diritto”. Avete presente tutti quelli che si impancano e strappano l’applauso chiedendo a ogni pié sospinto la certezza della pena? La certezza della pena è un’idiozia, spesso in contrasto col diritto. Lui ha detto invece ”certezza del diritto”, e di sicuro non gli è sfuggito il valore polemico di queste tre parole, perché Mattarella spesso è stato molto pauroso su questi temi, ma di diritto, questo è certo, ci capisce.

Martedì abbiamo aperto il giornale con un titolo un po’ furioso. Diceva così: “Il Mattarella bis pietra tombale sulla riforma della giustizia”. Forse – probabilmente – ci sbagliavamo. Comunque questo discorso di ieri del Presidente ci fa pensare che ci sbagliavamo, e noi, con tutta la nostra anima, speriamo che sia proprio così. Cioè speriamo che il Mattarella-due sia molto diverso dal Mattarella-uno, che prenda di petto i problemi che ieri, sobrio ma deciso, ha segnalato uno ad uno. Quali problemi?

Primo, la perdita di credibilità della magistratura. Secondo la rottura del rapporto di fiducia con la gente. Terzo, il rischio di sentenze ingiuste. Quarto, l’interesse eccessivo dei magistrati per il potere che sovrasta l’interesse per la giustizia. Quinto, il non funzionamento del Csm, travolto dalle correnti. Non è poco. E poi ha aggiunto, seppure con parole rapide, la sua denuncia sullo stato delle carceri, sovraffollate e – questo chiunque lo sa – sovraffollate soprattutto perché zeppe di persone imprigionate senza processo dai magistrati.

Poi Mattarella ha voluto anche concedere qualcosa. Ma pure in questo passaggio è stato prudente. Ha ricordato che l’indipendenza e l’autonomia della magistratura sono un bene prezioso, ma ha anche aggiunto che questa indipendenza va conquistata e difesa. E addirittura ha detto che non la si può difendere se non si riconquista la fiducia del popolo. Mi ha colpito questo discorso, perché non me lo aspettavo. Immaginavo che Mattarella avrebbe fatto, come ha fatto, uno splendido discorso sulle grandi questioni sociali, sul lavoro, sulle persone, sulla dignità, sulla violenza contro le donne (un po’ meno esplicito è stato sull’immigrazione, dove, forse per non indispettire la Lega, non ha mai usato la parola accoglienza), ma non speravo che potesse mettere la lancia in resta sulla giustizia. Quello che più mi ha stupito, però, è stata la reazione del Parlamento.

Questo è il Parlamento che non ha mai fatto un fiato per contestare lo strapotere della magistratura. È sempre stato coniglio. Soprattutto nella sua componente di sinistra. Succube delle procure e dei 5 Stelle. È il Parlamento che ancora non ha pronunciato neppure una vocale per fermare la persecuzione dell’ex parlamentare Giancarlo Pittelli. Eppure ieri è scattato in piedi e ha tributato il più lungo dei suoi applausi alle sferzate di Mattarella alla magistratura. Entusiasta. Persino i 5 Stelle lì a spellarsi le mani. Come è possibile? Ora possiamo sperare che il Parlamento si muova per riportare sotto controllo la magistratura? Era silenzioso e acquattato solo per la paura blu che nutre verso le procure, ma pronto alla rivolta? La copertura offertagli dal Quirinale gli è bastata? Beh, se sarà così, noi del Riformista, che siamo tra i pochi che lo hanno criticato, gli facciamo un monumento a Mattarella. Proprio qui a via Pallacorda.

Rif: https://www.ilriformista.it/forse-si-e-svegliato-mattarella-e-prende-a-picconate-la-magistratura-278191/

Undici magistrati indagati, la Procura di Milano sta crollando 

Mai così tanti, nemmeno ai tempi di Tangentopoli quando una parte del pool di «Mani Pulite», a cominciare da Antonio Di Pietro, finì dall’olimpo degli eroi alla dannazione degli accusati, perfino di corruzione, il reato per cui quei magistrati misero a soqquadro il Paese a metà degli anni Novanta. Sono nove i pubblici ministeri di Milano, e diventano undici considerando la fresca pensionata Ilda Boccassini, tra poco in libreria con le sue memorie, e l’ex, proprio del pool, Piercamillo Davigo, a essere indagati dalla Procura di Brescia che per competenza territoriale si occupa delle presunte violazioni di legge dei vicini colleghi. Un numero esorbitante tanto più che per anni non ce ne sono praticamente stati, se non in casi molto particolari, come quello del pm Ferdinando Esposito, indagato e condannato per induzione indebita. Quasi tutti i procuratori che hanno guidato Brescia sono ex di Milano e, questa è sempre stata la considerazione comune tra gli addetti ai lavori, forse non molto inclini a mettere sotto inchiesta toghe di loro diretta conoscenza.

Anche questa volta il capo è un ex, Francesco Prete, ma le condizioni sono cambiate con la «casa» della Procura di Milano che sta crollando, distrutta prima di tutto dalle faide interne. Il grosso degli indagati rientra nel procedimento nato dai verbali dell’avvocato Pietro Amara sulla presunta Loggia Ungheria, dal procuratore Francesco Greco, agli aggiunti Fabio De Pasquale e Laura Pedio, ai sostituti Sergio Spadaro (da qualche settimana assegnato alla neonata Procura europea) e Paolo Storari, le cui dichiarazioni hanno inguaiato i colleghi. I reati per loro sono, a vario titolo, omissione d’atti d’ufficio e rivelazione di segreto d’ufficio. In più c’è l’ex Dottor Sottile del pool, Davigo, a cui un avvocato milanese, Jacopo Pensa, ha dedicato una poesia diventata virale in cui lo sbeffeggia per il suo «antigarantismo» («Io non godo proprio mai / se qualcuno sta nei guai / ma se lui da sempre dice / che l’avviso fa felice / perché è come una malia / a tutela della garanzia / io aderisco al sentimento / e anch’io sono contento»).

Poi ci sono quattro pm iscritti nel registro bresciano per altri fatti. Alberto Nobili, responsabile dell’antiterrorismo, è indagato, assieme alla ex moglie Ilda Boccassini, per abuso d’ufficio in relazione a un incidente automobilistico mortale che coinvolse la figlia dei due. Per questa vicenda Brescia ha già chiesto l’archiviazione. Sempre quest’estate si è saputo che i pm esperti in reati finanziari Stefano Civardi, Giordano Baggio e Mauro Clerici sono indagati per omissione in atti d’ufficio perché non avrebbero approfondito abbastanza la posizione di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, ex vertici di Mps, in una delle tante indagini sulle difficoltà della banca senese.

Rif: https://www.iltempo.it/attualita/2021/09/23/news/magistrati-procura-milano-indagati-brescia-reati-distruzione-crollo-faide-interne-greco-davigo-28783966/

Come difendersi contro i giudici corrotti?

Come i normali cittadini, anche i giudici possono essere corrotti. Tuttavia, sussiste una sorta di rispetto quasi servile che la politica e i singoli tributano a chi esercita la funzione giudiziaria.

Ciò, sicuramente, accresce, anziché tenere a bada, la corruzione in ambito giudiziario. In questo articolo affronteremo la questione relativa al “come difendersi contro i giudici corrotti”. Cioè, il normale cittadino ha strumenti per difendersi contro un giudice che abusa della sua funzione, facendo della stessa una specie di scambio, vantaggio-favori o danaro-favori?

Può accadere, infatti, che un giudice accetti un favore (danaro o altra utilità) per ribaltare una sentenza, allungare i tempi di un processo. O trasmettere delle informazioni a favore di una parte.

A fronte di ciò, cosa è possibile fare?

Anzitutto, specifichiamo che, in ipotesi, il giudice risponde della sua condotta al Consiglio Superiore della Magistratura. E quest’ultimo ha il potere di comminare sanzioni disciplinari.

Di conseguenza, se si vogliono far valere condotte illecite, si può presentare un esposto al CSM, che aprirà un procedimento disciplinare con udienza pubblica. Tuttavia, si può anche direttamente andare sul pesante e denunciare il giudice per corruzione.

Tale scelta, però, presuppone che si possa provare quanto si sostiene in merito alla corruzione. E ciò, non è sempre facile. In siffatta ipotesi, la denuncia dovrà essere presentata alla Procura della Repubblica. Così come si fa nei confronti di un qualunque altro cittadino che abbia commesso un reato.

Comunque, tra la prima e la seconda ipotesi c’è una differenza, considerato che dinanzi al CSM si possono far valere tutti i tipi di illecito posti in essere dal giudice, mentre innanzi alla Procura, soltanto le condotte integranti reato.

Reato di corruzione

Sicché, alla domanda: “come difendersi contro i giudici corrotti?”, occorre preliminarmente chiarire quando ricorra, tecnicamente, la corruzione, sul piano penale.

Ebbene, il reato di corruzione in atti giudiziari, ex art. 319 ter del c.p., si ha quando il giudice, in qualità di pubblico ufficiale (quindi nell’esercizio delle sue funzioni) riceve indebitamente per sé o per un terzo, del denaro o altra utilità o ne accetti la promessa, al fine di danneggiare una delle parti in un processo civile, penale o amministrativo, compiendo un atto contrario ai suoi doveri.

Ne deriva che il giudice è corrotto quando accetta una mazzetta, una vacanza o un qualsiasi regalo, promettendo, in cambio, di alterare le carte di un processo, di rinviare un’udienza o di omettere l’emanazione di un atto dovuto.

Inoltre, è tale anche quello che accetti soltanto la promessa di uno dei vantaggi appena descritti.

Quindi, è sufficiente che si possa provare che lo stesso aveva accettato “l’affare”.

La pena stabilita per detto reato, è quella della reclusione da 6 a 12 anni. Quando il magistrato ha agito per favorire o danneggiare una parte.

Se, invece, dal comportamento illecito del giudice, deriva un’ingiusta condanna del cittadino, con pena inferiore a 5 anni, il magistrato rischia la reclusione da 6 a 14 anni.

Infine, se la pena a cui viene condannato ingiustamente il cittadino, superi i 5 anni o arrivi all’ergastolo, la pena per il giudice varia dagli 8 ai 20 anni.

Questi sono i dati alla mano ma, di fatto, anche di fronte a enormi abusi, si tende sempre a occultare i reati, o comunque, gli illeciti commessi da siffatta categoria.

Quanti cittadini, infatti, hanno finora avuto il coraggio di denunciare l’abuso di un giudice?

Rif: https://www.proiezionidiborsa.it/come-difendersi-contro-i-giudici-corrotti/

Giustizia, la credibilità calpestata da chi giudica: ecco la magistratura italiana

 Toghe

l mugnaio Arnold insistette fino a Berlino, per trovare un giudice che fosse capace di fare giustizia. L’amministrazione della giustizia è una delle funzioni centrali della vita civile, da sempre. E ci si fa ricorso per questioni essenziali. Vita o morte? Sì, ma anche vita o morte economica, familiare, d’impresa. Il racconto ambientato nella seconda metà del Settecento, al quale si attribuisce verità storica, oppone un uomo del popolo a un aristocratico tedesco, il barone von Gersdorf. Questi era capace di controllare l’amministrazione della giustizia nel suo territorio, anche contro le buone ragioni. Il nobiluomo deviò un corso d’acqua per alimentare la propria pesciera, a tutto danno del mulino, che non poté più essere alimentato e utilizzato. Dopo aver visto respinte le sue istanze dai giudici locali Arnold decise di rivolgersi al giudice supremo, il sovrano Federico il Grande, andando fino a Berlino. Esaminando il caso, Federico diede ragione al mugnaio e incarcerò i giudici corrotti dal barone. Se il giudice supremo è il sovrano, c’è da augurarsi che la dinastia abbia prodotto un buon frutto. Ma quando il giudice supremo è stato nominato in modo illecito? Vantaggi e svantaggi delle Istituzioni democratiche. Il potere giudiziario distinto dal potere esecutivo è principio di libertà. A patto che non ci si trovi nella condizione in cui è piombata la Corte di Cassazione, l’organo al vertice della giurisdizione ordinaria italiana.

NOMINA ILLEGITTIMA
E’ notizia di pochi giorni fa. Il Consiglio di Stato ha giudicato illegittima la nomina del presidente della Corte Suprema, e del suo vice. Pietro Curzio e Margherita Cassano sono stati nominati dal Csm un anno e mezzo fa, nel luglio 2020. Le scelte adottate dal Csm sono state definite “irragionevoli e gravemente carenti”. Siamo in una situazione senza precedenti. Il vertice della magistratura risulta illegittimo. Che immagine riceve la Giustizia, quando chi deve giudicare è stato giudicato illegittimo? E quali conseguenze dovrebbe sostenere chi ha fatto nomine “irragionevoli”?

NUOVA BATTAGLIA
Un’accusa forte al Csm, che sta attraversando un momento di criticità evidente. Consiglieri sotto inchiesta e dimissionari, nomine illegittime, l’organo di autogoverno dei giudici ha provato a resistere contro la sentenza del Consiglio di Stato, ribadendo la nomina di Curzio e Cassano, per consentire di avviare oggi l’anno giudiziario. Nessuno si augura di assistere a una nuova battaglia di corsi e controricorsi come quella che segnò la fine di Michele Prestipino alla Procura di Roma. A quale privato cittadino è consentito di fare ricorso contro il Consiglio di Stato? Eppure, il Csm ritiene di poter andare oltre il massimo grado della giustizia amministrativa. Di certo è che uno scontro rinnovato tra le più alte cariche dello Stato è un attentato troppo forte alla credibilità della Magistratura e della sua ormai mal dissimulata “guerra per bande”. In questi anni non si è avvertita nemmeno la presenza del sommo arbitro, il Capo dello Stato, che è presidente di diritto del Csm. Tutto è accaduto senza un suo intervento. Che Paese ci aspetta, se chi è chiamato a vigilare sulla legittimità non sa amministrare sé stesso e le sue competenze nel rispetto delle norme e delle leggi? Se fossimo marziani potremmo sorridere, ma siamo immersi nella realtà della contraddizione. Ne va di mezzo la vita dei cittadini, delle famiglie, delle imprese. Ne va di mezzo la credibilità delle Istituzioni. 

rif: https://www.liberoquotidiano.it/news/economia/30180466/giustizia-credibilita-chi-giudica-magistratura.html

Indagato Patroni Griffi. E spunta il solito Amara

Finora il Consiglio di Stato, il tempio della giustizia amministrativa, era rimasto ai margini del gorgo di veleni che ruota intorno all’avvocato Piero Amara, il legale siciliano divenuto la «gola profonda» di almeno tre Procure della Repubblica. Un magistrato contabile era finito sotto accusa, ma i vertici non erano stati chiamati in causa. Ieri a colmare la mancanza arriva lo scoop del Domani che racconta come nel mirino delle rivelazioni di Amara sia finito anche il massimo rappresentante del Consiglio di Stato: il primo presidente, Filippo Patroni Griffi, che si ritrova indagato dalla Procura di Roma per induzione indebita.

Come spesso accade, c’è di mezzo una gentile signora cara all’alto magistrato: Giada Giraldi, una amica che Patroni Griffi fa assumere in una azienda controllata da Amara, la Dagi srl. Stipendio, quattromila euro. Sarebbe solo una cortesia, magari un po’ irrituale, se di mezzo non ci fossero le cause che nello stesso periodo approdano sulla scrivania di Patroni Griffi – che allora presiedeva la quarta sezione del Consiglio – e che riguardavano la Exitone, una azienda assistita proprio da Amara.

Davanti alle notizie di stampa, ieri dagli ambienti del Consiglio di Stato si fa presente che in realtà Patroni Griffi prese una decisione contraria alla azienda di Amara, la Exitone, ribaltando un provvedimento assunto dal giudice Riccardo Virgilio, già finito nella rete. Ma il risultato non cambia, la posizione di Patroni Griffi sembra traballare, anche perché a fare da tramite tra lui e Amara sarebbe stato l’imprenditore Fabrizio Centofanti, già salito alle cronache come amico di Luca Palamara e (secondo le accuse) finanziatore di alcune sue spese.

In attesa degli sviluppi dell’indagine, l’inchiesta su Patroni Griffi sembra confermare quanto si ipotizza da tempo: e cioè che i verbali resi in segreto da Piero Amara e tuttora coperti da segreto istruttorio, sono ormai in circolazione in tutta Italia, nelle mani di diverse procure, e costituiscono un tesoretto di rivelazioni pronte a deflagrare. Secondo gli atti depositati dalla Procura di Perugia, che ha ricevuto anche lei una parte dei verbali di Amara, sebbene coperti da ampi omissis, gli interrogatori cruciali dell’avvocato siciliano sono stati resi in più riprese a Milano, davanti al sostituto procuratore Paolo Storari, nell’ambito di un procedimento penale aperto già dal 2017. In questo contesto, nell’autunno 2019 Storari interroga Amara per quattro volte di fila: il 18 e 24 novembre, poi il 5 e il 16 dicembre. Il 29 gennaio successivo, i vertici della Procura trasmettono una parte delle dichiarazioni di Amara a Fabio De Pasquale, procuratore aggiunto del processo Eni: in mezzo agli omissis ci sono le accuse lanciate da Amara contro il presidente del tribunale che celebra il processo, Marco Tremolada. De Pasquale, che teme che Tremolada intenda assolvere i vertici di Eni, cerca invano di fare entrare i verbali di Amara nel processo. A quel punto il fascicolo, come era doveroso, viene trasmesso alla Procura di Brescia che archivia tutto: quelli di Amara contro Tremolada sono veleni senza sostanza.

Ma di nomi, nei verbali raccolti da Storari, ce ne sono molti altri. I termini massimi per le indagini preliminari sono scaduti da tempo, e quali siano le intenzioni del pm milanese per chiudere l’inchiesta non si sa. Ma intanto i verbali inviati per competenza qua e là per l’Italia sono oggetto di una sorta di gossip giudiziario, sul loro contenuto e sulle persone che vi vengono chiamate in causa circolano voci incontrollate e incontrollabili. Pare che circolino anche copie anonime, forse apocrife. Ieri si apprende che uno dei nomi finora coperti da omissis era Patroni Griffi. Chi sarà il prossimo?

Rif: https://www.ilgiornale.it/news/politica/indagato-patroni-griffi-e-spunta-solito-amara-1941431.html

Consiglio di Stato, “indagato il presidente Patroni Griffi per induzione indebita. Per i pm ha fatto pressioni per favorire un’amica”

Consiglio di Stato, “indagato il presidente Patroni Griffi per induzione indebita. Per i pm ha fatto pressioni per favorire un’amica”

l quotidiano ‘Domani’ riferisce dell’iscrizione del registro degli indagati dell’ex ministro del governo Monti da parte della Procura di Roma. Secondo l’accusa, avrebbe indotto l’avvocato Piero Amara (indagato con la stessa ipotesi di reato) a non licenziare Giada Giraldi, sua amica.

Indagato per induzione indebita ‘a dare o promettere utilità’”. È questa l’accusa con cui Filippo Patroni Griffi, presidente del Consiglio di Stato, è stato iscritto dalla procura di Roma nel registro degli indagati. La notizia viene riportata dal quotidiano il Domani, in cui si legge che l’ex ministro del governo Monti, capo del più importante organo della giustizia amministrativa, nel 2017, quando era presidente della quarta sezione di palazzo Spada, avrebbe indotto l’avvocato Piero Amara(indagato con la stessa ipotesi di reato) a non licenziare Giada Giraldi, un’amica dell’alto magistrato. Esperta in relazioni istituzionali – si legge sul quotidiano – Giraldi sarebbe stata assunta tempo prima in un’azienda di Amara, la Da.gi srl. Amara le avrebbe fatto un contratto da circa 4-5mila euro al mese, dopo una raccomandazione arrivata da un suo socio in affari, Fabrizio Centofanti,imprenditore finito sui giornali celebre perché accusato di aver corrotto il pm Luca Palamara. Secondo i pm, però, sarebbe stato proprio Patroni Griffi a sollecitare Centofanti (al tempo socio di Amara) affinché trovasse un posto di lavoro alla ragazza”.

Rif: https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/04/23/consiglio-di-stato-indagato-il-presidente-patroni-griffi-per-induzione-indebita-per-i-pm-ha-fatto-pressioni-per-favorire-unamica/6175237/

Magistratura, l’alta toga Patroni Griffi indagata: “Ha favorito un’amica”, duro colpo al Consiglio di Stato

Pure Palazzo Spada – sede autorevole del Consiglio di Stato – rischia di finire sotto i riflettori per una vicenda che riguarda in prima persona uno dei suoi vertici. Notizia di qualche giorno fa è quella che riguarda l’iscrizione nel registro degli indagati, da parte dei pm della Procura di Roma, proprio del presidente dell’organo costituzionale (il più importante della giustizia amministrativa), Filippo Patroni Griffi. Il caso, riportato dal quotidiano Domani, vede l’alto magistrato ed ex ministro della Pubblica amministrazione del governo Monti «indagato per induzione indebita “a dare o promettere utilità”» nei confronti di una donna, sua conoscente.

rif: https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/27007595/magistratura-alta-toga-patroni-griffi-indagata-favorito-amica-duro-colpo-consiglio-stato.html