Corruzione al Tribunale civile di Spoleto, il caso si allarga coinvolgendo il Giudice Salcerini

Corruzione al Tribunale civile di Spoleto, il caso si allarga

Si allarga l’inchiesta condotta dalla Procura di Firenze sulla presunta corruzione al Tribunale civile di Spoleto. A seguito dell’interrogatorio del giudice Tommaso Sdogati, indagato sul caso della presunta corruzione che ha coinvolto anche gli avvocati Nicoletta Pompei e Mauro Bertoldi (entrambi agli arresti domiciliari) gli inquirenti fiorentini hanno iscritto nel registro degli indagati anche il giudice Simone Salcerini, originario di Città di Castello, delegato fallimentare del Tribunale di Spoleto.

Al giudice Salcerini il pm fiorentino Luca Tescaroli ha fatto notificare un invito a comparire per la prossima settimana, per rispondere dell’ipotesi di abuso d’ufficio, relativa alla nomina dell’avvocato Bertoldi a delegato alle vendite, che sarebbe stata effettuata sulla base di pressioni del collega. Scenario, questo, che sarebbe emerso proprio durante l’interrogatorio del giudice Sdogati davanti al gip.

Una ricostruzione, quella fatta da Sdogati, sulla quale Salcerini potrà fornire la propria versione ai magistrati fiorentini che indagano sul caso che ha investito il Tribunale di Spoleto.

Toghe nella bufera, indagato un altro giudice (Salcerini)

Tribunale (foto d'archivio)

La procura di Firenze contesta l’abuso d’ufficio a Salcerini. Le “pressioni“ del collega Sdogati per nominare l’avvocato Bertoldi

Perugia, 12 gennaio 2020 –  Anche il giudice Simone Salcerini, Delegato alla Fallimentare del tribunale di Spoleto – originario di Città di Castello e un passato tra Torino e Arezzo – è finito nella bufera scatenata dall’indagine per corruzione sul collega Tommaso Sdogati e sugli avvocati Nicoletta Pompei e Mauro Bertoldi (entrambi agli arresti domiciliari per corruzione e traffico di influenze).
Il pm Luca Tescaroli, Aggiunto di Firenze, gli ha notificato un invito a comparire per la prossima settimana con l’ipotesi di abuso d’ufficio, in relazione alla nomina di Bertoldi, quale delegato alle vendite, dopo le pressioni del collega.

La decisione degli inquirenti su Salcerini arriva dopo l’interrogatorio di Sdogati davanti al gip che l’ha sospeso dalle funzioni per due mesi ritenendo sussistenti i gravi indizi di colpevolezza per la corruzione in atti giudiziari e il pericolo di reiterazione del reato: se al lavoro potrebbe avvantaggiare nuovamente la compagna avvocato e il suo socio di studio. Il giovane magistrato, al suo primo incarico dopo l’uditorato svolto a Perugia, ha ammesso di aver chiesto al collega Salcerini di nominare Bertoldi. Nei giorni scorsi la procura di Firenze ha acquisito anche l’elenco dei delegati alle vendite del tribunale in cui, in una riga, compare sbarrato il nominativo di un professionista sostituito con quello di Bertoldi. C’è inoltre il sospetto che poco prima delle ordinanze di custodia cautelare del dicembre scorso all’avvocato sia stato affidato un altro incarico, oltre a quello del 9 ottobre scorso.
Tutte questioni che potrebbero essere chieste allo stesso Salcerini.
 

Al gip Sdogati “ha dichiarato di aver parlato due sole volte con il giudice Salcerini segnalandogli l’iscrizione di Bertoldi nelle liste dei delegati ma ha negato d aver effettuato qualsivoglia pressione sul medesimo”.
«Gli ho detto “Simò senti l’hai fatta quella – io non mi ricordo se ho detto cosa o cosina – cosa?“, perché lui mi aveva detto che c’avrebbe avuto da dare delle deleghe”.
L’interessamento di Sdogati su Salcerini è del 9 settembre scorso, esattamente un mese dopo a Bertoldi arriva via pec la nomina per la vendita di un immobile a Todi. Sdogati sapeva, secondo l’accusa, che i proventi degli incarichi sarebbero stati divisi a metà tra la Pompei e Bertoldi.
” … fino alla morte, per dirti che anche se non vieni più in ufficio … quando me pagano è a metà”, diceva, intercettato, Bertoldi alla Pompei.
Una circostanza che Sdogati dice di non sapersi spiegare. “Le anticipo la domanda che avrei fatto all’avvocato Pompei, dice “perché dividono a metà… perché questa metà doveva durare tutta la vita?”, chiede Pezzuto.
Sdogati: “Ah, questo no, la lettura di questa cosa tra de loro non gliela so dà…”.
Sdogati non ha saputo nemmeno spiegare perché, durante le intercettazioni la Pompei gli dice “ ma lo sai che serve anche per noi, no!… cioè sempre una cosa in più “.
“La spiegazione di tale espressione fornita da Sdogati – dice Pezzuto – non è assolutamente convincente. L’indagato sostiene infatti che “ serve anche per noi “ intende per lei e per il collega di studio.
Intanto il tribunale del Riesame di Firenze ha fissato al 15 gennaio l’udienza per discutere la revoca dei domiciliari sollecitata dagli avvocati Guido Rondoni e Roberto Erasti per la Pompei mentre gli stessi legali sono al lavoro per presentare appello contro il provvedimento di interdizione nei confronti di Sdogati. Quest’ultimo potrebbe chiedere autonomamente il trasferimento in un’altra sede. Dopo la procura infatti è atteso l’avvio dell’azione disciplinare da parte del Csm. Nei prossimi giorni si muoverà anche la Sezione disciplinare dell’Ordine degli avvocati di Perugia.
 

Rif:https://www.lanazione.it/umbria/cronaca/giudice-indagato-1.4975694

Lavori gratis alla barca, la Procura di Napoli indaga il pm D’Onofrio

Quando ha ricevuto l’avviso di garanzia, si è limitato a chiudere i rapporti con alcuni colleghi via chat, ai quali avrebbe confidato poche parole: «Scusatemi, sono indagato dalla Procura di Roma, non voglio mettere nessuno di voi in difficoltà…», mostrandosi comunque determinato a difendersi fino in fondo. È il giorno più lungo per Vincenzo D’Onofrio, attuale procuratore aggiunto ad Avellino, candidato nei prossimi mesi a svolgere il ruolo di reggente nella Procura irpina, quando il capo Rosario Cantelmo lascerà la conduzione dell’ufficio per raggiunti limiti di età. 
È stato raggiunto da un avviso di garanzia nell’ambito di un’inchiesta della Procura romana, sulla scorta di un’informativa trasmessa nella Capitale dai colleghi della Dda di Napoli. Tutto ruota attorno ad alcune intercettazioni a carico dell’armatore Salvatore Di Leva, titolare – tra l’altro – di un cantiere navale a Marina di Stabia, in una vicenda che si è via via arricchita dalle dichiarazioni rese dallo stesso Di Leva, al termine di un interrogatorio fiume condotto a Napoli dal procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo.

In sintesi, D’Onofrio è accusato di concussione, per aver esercitato pressioni nei confronti dello stesso Di Leva, perché riparasse un’imbarcazione che usava per le gite nel golfo. Una barca diventata oggetto del contendere, secondo quanto emerso da alcune intercettazioni e secondo quanto confermato dallo stesso Di Leva. In realtà, la barca appartiene ad un altro soggetto, che entra in questa storia come potenziale testimone: si tratta di Pasquale D’Aniello, attualmente vicesindaco di Piano di Sorrento e grande amico dello stesso magistrato D’Onofrio. D’Aniello è stato ascoltato come teste dai pm romani. Stando a quanto emerso finora, la barca venne condotta nel cantiere di D’Aniello per un’opera di manutenzione per la quale D’Onofrio avrebbe insistito più di una volta.

Un personaggio chiave, Salvatore Di Leva, in questa ed altre vicende collegate. È indagato per corruzione assieme al magistrato napoletano Andrea Nocera, costretto la scorsa settimana a rassegnare le dimissioni dal ruolo di capo dell’ufficio ispettorato del Ministero; e assieme all’ex senatore (armatore e socio in affari) Salvatore Lauro. Ma è anche potenzialmente parte offesa nella vicenda che vede ora indagato D’Onofrio. Difeso dai penalisti Immacolata Marra e Vitale Stefanelli, Di Leva si è limitato ad ammettere quanto emerso dai primi atti di indagine. Fa capire che le richieste di D’Onofrio erano al limite dell’assillo, al punto tale da essere avvertite con un certo timore da parte dell’armatore. Chiaro il ragionamento: veniva assieme alla scorta – è il ragionamento dell’armatore – so che ha lavorato nel pool anticamorra e che è un magistrato in carriera. Fatto sta che delle presunte pressioni esercitate dal magistrato, Di Leva si sarebbe lamentato anche con D’Aniello, che gli avrebbe però risposto di non curarsi più di tanto delle richieste di D’Onofrio. Natali a Pomigliano D’Arco, una carriera spesa in forza alla Dda (prima in Calabria, poi a Napoli), Vincenzo D’Onofrio ha legato il suo nome alle più importanti indagini condotte sulla camorra vesuviana. È grazie al suo lavoro che sono stati arrestati centinaia di camorristi, poi condannati in via definitiva, con un’aggressione sistematica ai capitali mafiosi. Carattere schietto ed esuberante, ha avuto il merito di smantellare la dinasty dei Sarno alla fine del decennio scorso (quando era il clan più potente di Napoli, ndr), ottenendo risultati brillanti anche contro le cosche di Acerra e di altri comuni vesuviani, tanto da finire più volte nel mirino dei clan su cui indagava. In almeno due occasioni, è addirittura emerso il tentativo della camorra vesuviana di realizzare nei suoi confronti un attentato esplosivo, tanto che i movimenti di D’Onofrio sono stati studiati per mesi da boss finiti al centro delle sue indagini.

E non è tutto. Sue anche le indagini sul malaffare, come quella di undici anni fa sui grandi appalti per la videosorveglianza, che provocarono un vero e proprio terremoto sotto il profilo politico amministrativo. È il penalista Mario Terracciano, difensore di D’Onofrio, a chiarire: «Si tratta di ipotesi infondate, chiariremo ogni punto». Ma D’Onofrio e Nocera non sono gli unici personaggi eccellenti finiti al centro di verifiche investigative. Sotto accusa anche l’ufficiale della Guardia di Finanza Gabriele Cesarano (distaccato presso la Presidenza del Consiglio dei ministri), interrogato venerdì pomeriggio dai pm Giuseppe Cimmarotta e Henry John Woodcock, che stanno indagando – da Napoli – su presunte trame sospette all’ombra del cantiere di Marina di Somma. Difeso dall’avvocato Terracciano, Cesarano ha respinto le accuse di aver agevolato Di Leva e Lauro in un incontro finito sotto intercettazione. Stessa determinazione da parte del magistrato Nocera (difeso dall’avvocato Alfonso Furgiuele), che respinge l’accusa di aver ricevuto ticket per Capri in cambio di notizie riservate.

oghe campane, indagato anche l’ex pm Vincenzo D’Onofrio

Il primo è Andrea Nocera, in passato pm a Torre Annunziata e poi capo (dimissionario) degli ispettori del ministero della Giustizia. Il secondo è Vincenzo D’Onofrio, per anni icona della lotta alla camorra e oggi procuratore aggiunto ad Avellino. In comune hanno la toga, certo, ma anche la passione per le gite in barca che adesso rischia di costare cara a entrambi: per Nocera i pm di Napoli ipotizzano il reato di corruzione, mentre D’Onofrio è stato messo sotto inchiesta per concussione dai colleghi di Roma.

Lo scenario che sconvolge la magistratura campana è quello di presunti scambi di favori tra i magistrati inquisiti e gli armatori Salvatore Di Leva, oggi consigliere comunale di Sorrento, e Salvatore Lauro, in passato senatore di Forza Italia, entrambi sotto inchiesta per corruzione. In che cosa sarebbero consistiti questi vantaggi? Partiamo da D’Onofrio, l’ultimo in ordine di tempo a finire nel mirino dei pm. Il magistrato avrebbe preteso da Di Leva, titolare anche di un cantiere navale a Marina di Stabia, la riparazione della barca che utilizzava per le sue giornate di relax nel golfo di Napoli. Il natante, però, non risulta di sua proprietà, ma appartiene a Pasquale D’Aniello, vicesindaco di Piano di Sorrento e amico di vecchia data di D’Onofrio. Di qui l’ipotesi di concussione che ora sembra frenare la folgorante ascesa del magistrato originario di Pomigliano d’Arco, in passato capace di sgominare il clan Sarno di Ponticelli e attualmente in pole position per sostituire Rosario Cantelmo alla guida della Procura di Avellino.

Come hanno fatto i magistrati a risalire a D’Onofrio? Attraverso il trojan installato nel cellulare di Di Leva. E anche questo accomuna il procuratore aggiunto di Avellino al collega che fino a pochi giorni fa ha guidato gli ispettori del ministro Alfonso Bonafede. Stando a quanto emerso proprio da intercettazioni telefoniche e ambientali, Nocera avrebbe ottenuto biglietti gratuiti per viaggiare in aliscafo da Napoli a Capri, oltre il rimessaggio di un gommone di sua proprietà, in cambio di notizie su un procedimento penale che riguarderebbe l’ex senatore Lauro. Su questi fatti Di Leva ha già fornito chiarimenti ai pm, precisando come tra lui e Nocera ci sia un’amicizia ventennale e come il presunto interessamento del magistrato abbia riguardato una vicenda giudiziaria relativa a Lauro. Ulteriori sviluppi sono attesi nei prossimi giorni, quando indagati e persone informate sui fatti potrebbero essere nuovamente ascoltati dagli inquirenti.

“Il pm Luberto asservito all’ex deputato Pd Aiello”

“Il pm Luberto asservito all’ex deputato Pd Aiello”

Il procuratore aggiunto di Catanzaro Vincenzo Luberto “asserviva stabilmente la sua funzione al deputato del Pd Ferdinando Aiello in cambio di promesse di denaro, beni e utilità”. È l’accusa mossa dai pm di Salerno nei confronti del magistrato calabrese, perquisito nei giorni scorsi perché indagato di corruzione e per rifiuto d’atti d’ufficio. Il tutto aggravato […]

rif: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/12/14/il-pm-luberto-asservito-allex-deputato-pd-aiello/5615751/

Calabria, “a Luberto viaggi pagati dal politico amico”

“Il pm Luberto asservito all’ex deputato Pd Aiello”

Viaggi pagati con l’American Express dell’ex parlamentare Ferdinando Aiello. Era lui a “regalare” alcuni soggiorni del procuratore aggiunto di Catanzaro Vincenzo Luberto, indagato per corruzione e rifiuti di atti d’ufficio con l’aggravante dal favoreggiamento alla ‘ndrangheta. La Procura di Salerno ha scoperto versamenti in contanti ed assegni che consentivano a Luberto “uscite” sproporzionate per lo […]

rif: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/12/15/calabria-a-luberto-viaggi-pagati-dal-politico-amico/5617403/

Catanzaro, indagato il pm Luberto per corruzione

Un’inchiesta della procura di Salerno scuote la magistratura calabrese. Il procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, e braccio destro di Nicola Gratteri, avrebbe avuto rapporti sia pure indiretti con la ‘ndrangheta

rif: https://tg.la7.it/cronaca/catanzaro-indagato-il-pm-luberto-per-corruzione-13-12-2019-145276

Catanzaro: indagato il procuratore aggiunto Luberto per corruzione

l procuratore aggiunto della procura di Catanzaro Vincenzo Luberto è indagato dai magistrati della Procura di Salerno per per corruzione aggravata dal metodo mafioso. A riportare la notizia è stato oggi il quotidiano “Il Fatto Quotidiano”. Da quanto si apprenda dal giornale, i magistrati salentini – competenti a giudicare su fatti che riguardano i loro colleghi del distretto giudiziario di Catanzaro – hanno firmato un decreto di perquisizione eseguito nei giorni scorsi nei confronti del magistrato della procura di Catanzaro. L’accusa si riferirebbe a presunti viaggi che sarebbero stati regalati al magistrato dall’ex parlamentare del Pd Ferdinando Aiello con il quale è in rapporti di amicizia. Inoltre, sono state eseguite delle perquisizioni anche a carico dell’ex deputato. Il nome di Luberto sarebbe emerso in un’indagine della Procura di Catanzaro che ha poi trasmesso gli atti a Salerno e dalle quale – secondo quanto ha scritto Il Fatto – sarebbero anche emersi contatti tra il politico e ambienti legati alla criminalità organizzata. Da qui la contestazione dell’aggravante di mafia. Dei fatti sarebbero stati informati anche il Procuratore generale della Cassazione ed il Csm per eventuali aspetti disciplinari. Nessun commento alla notizia dell’indagine è stata fatta da ambienti della procura catanzarese.

rif: http://www.antimafiaduemila.com/images/stories/personaggi/giudici_e_magistrati/2019/luberto-vincenzo-giornalisti.jpg

Giudice corrotto al tribunale di Latina: un’associazione di cittadini ha deciso di dire basta

I fallimenti delle aziende sono determinati da fattori economici, finanziari e imprenditoriali che, in una economia capitalistica “normale”, dipenderebbero dalle cosiddette regole del mercato. In questo caso, invece, tali regole non hanno avuto ragion d’esistere perché i fallimenti venivano pilotati da una cricca affaristica con a capo un giudice della sezione fallimentare del Tribunale di Latina, Antonio Lollo, che si avvaleva del suo potere per stabilire chi poteva essere “condannato” al fallimento e chi no. Lo avrebbe ormai accertato un’inchiesta della locale Procura della Repubblica che ha trasmesso gli atti per competenza a Perugia. Dalle cronache risulta che alcuni di questi fallimenti sarebbero stati decretati a causa di momentanei problemi di liquidità delle aziende interessate, pur in presenza di una loro ampia solvibilità dal punto di vista patrimoniale. Il meccanismo di funzionamento della cricca era semplicemente diabolico: prevedeva che il giudice (dimessosi dalla carica dopo essere stato arrestato dalla Squadra Mobile di Latina che ha condotto le indagini) individuasse tra gli atti giudiziari della sua sezione quelle aziende che potevano essere “spolpate” prima che avessero accesso al patrimonio i creditori riconosciuti dalle sentenze. Avendo il potere di decretare lo stato di insolvenza, il togato nominava come curatori fallimentari suoi amici commercialisti e avvocati, ai quali riconosceva laute parcelle di liquidazione, sempre in danno delle aziende dichiarate fallite. Il “malloppo” così costituito veniva poi spartito dal capo della cricca (lo stesso ex giudice) in base a regole accettate dall’intero gruppo. Ad essere truffati in pratica erano dunque tutti: imprenditori, lavoratori, creditori ed erario.

Allo stato delle indagini, infatti, risulta che la continuità dell’attività aziendale, la sua redditività produttiva (spesso presente pur tra mille difficoltà), il futuro dei dipendenti e dell’imprenditore interessato, siano state subordinate a questo tipo di interessi. Ma la sensazione generale, visto che l’inchiesta di Latina sembra aver mostrato solo la punta di un immenso iceberg, è che la vicenda nasconda molti e più importanti interessi sui quali sarebbe utile un impegno della politica nazionale ai massimi livelli e un dibattito pubblico più approfondito.

Tra coloro che a Latina vogliono chiarezza e giustizia sull’intera vicenda si annovera, in primis, l’associazione onlus Giusta-Mente, formata da imprenditori e singoli cittadini di Latina che hanno vissuto in prima persona il meccanismo della cricca appena descritto. Sembra, infatti, che queste procedure fallimentari siano state avviate spesso a seguito di accertamenti dell’Agenzia delle Entrate e dei relativi procedimenti di riscossione da parte di Equitalia (quella dove fino all’anno scorso era Vicepresidente Esecutivo Antonio Mastrapasqua, per intenderci). Ciò avveniva nello stesso tempo in cui le banche chiudevano improvvisamente le linee di credito decennali con questi clienti, mentre faccendieri-avvocati, molto noti a Latina, si proponevano per operazioni di svendita non solo del patrimonio sociale, ma persino dell’intera storia imprenditoriale della malcapitata azienda. Dal meccanismo però sembra sino rimaste escluse alcune società sulle quali sono già emerse gravi irregolarità amministrative e patrimoniali: uno per tutti è il caso della Aviointeriors di Tor Tre Ponti – Latina, di proprietà dell’imprenditore napoletano Alberto Veneruso. I lavoratori in quel caso hanno dovuto persino organizzare un sit-in davanti alla sede della Guardia di Finanza di Latina per poter esporre le incredibili anomalie che si erano ritrovati in busta paga. Le altre aziende invece sono finite nel tritacarne e con loro anche centinaia di lavoratori e lavoratrici insieme alle loro famiglie. Che si trattasse di una catena di supermercati, di un complesso immobiliare mai ultimato, di un caseificio, di un pastificio, di un’industria tessile, di un’attività commerciale o di un’azienda agricola, non importa. Ogni azienda era un’occasione di arricchimento per la cricca. Non si contano i casi in cui queste attività sono state spinte dall’intero sistema in una crisi irreversibile, anche se avevano margini per potersi risollevare. Presso la sezione fallimentare di Latina i fascicoli di fallimento sono più che raddoppiati negli ultimi anni e solo in parte ciò sembrerebbe dovuto alla crisi.

Gli aderenti all’Associazione Giusta-Mente vogliono ora capire perché in tutti questi casi si è arrivati alla dichiarazione fallimentare e come è stata gestita l’intera procedura. Già sono emerse precise indicazioni, anche rispetto ad anomale carriere politiche che sempre più spesso salgono alla ribalta della cronaca nel capoluogo pontino. Sono indicazioni che per motivi di opportunità al momento non possono essere divulgate. Ai cronisti comunque spetta di segnalare il caso di un’alta funzionaria dell’Agenzia delle Entrate, moglie di uno dei commercialisti arrestati insieme al giudice Lollo. Il soggetto è stato Assessore alle attività produttive al Comune di Formia e risultata esser stato multato dalla Banca d’Italia per gravi inadempienze amministrative della società di cui era Consigliere di Amministrazione: la società finanziaria Finworld ,che la stessa Banca d’Italia ha cercato di espellere per la seconda volta in pochi anni dall’albo degli intermediatori finanziari: il provvedimento è stato sospeso a luglio di quest’anno dal TAR del Lazio. Proprio nei giorni scorsi la signora in questione è stata nominata invece componente del Consiglio di Amministrazione di Acqualatina per volere del Senatore di Forza Italia, Claudio Fazzone. I membri dell’associazione ora intendono portare il tutto all’attenzione della Commissione Parlamentare Antimafia, che pare essere assai sensibile a quanto accade in provincia di Latina e alle losche trame di potere e di denaro che da decenni la governano.

Dalle intercettazioni risulta che l’ex giudice Antonio Lollo, diceva di non si sentirsi “sporco” quando commetteva i reati di cui si è già dichiarato colpevole. Forse perché riteneva e ritiene di non essere il solo nel suo ambiente ad agire contro i suoi doveri d’ufficio. Infatti, quasi due anni fa, una vicenda identica aveva portato in carcere la giudice del Tribunale di Roma “più mafiosa dei mafiosi” (testuali parole sue) Chiara Schettini. Probabilmente per questo, in seguito all’inchiesta, il Presidente del Tribunale di Latina ha deciso di affidare tutti i procedimenti fallimentari in corso ai consulenti iscritti negli albi professionali provinciali di Napoli. Una decisone che la scorsa settimana, con un ritardo di alcuni mesi rispetto allo scoppio dello scandalo, ha portato l’Ordine degli avvocati di Latina a chiedere una nuova ispezione presso il Tribunale di Latina da parte del Ministero di Grazia e Giustizia: Ministero che nel mese di aprile di quest’anno aveva già commissariato l’intera sezione fallimentare dello stesso Tribunale. Un provvedimento che aveva suscitato sgomento nell’opinione pubblica non tanto per il fatto che fosse stato adottato: in realtà era atteso da decenni, non solo dalle vittime di questo sistema, ma anche da tutti i professionisti onesti. Lo sgomento era determinato dal fatto che da molto tempo a Latina questa ingiustizia si è trasformata in un sistema: ancora oggi tanta gente ne paga le conseguenze. Ed è esattamente contro questo sistema che da ieri sono scesi in campo i volontari di Giusta-Mente.

Rif:https://www.articolo21.org/2015/12/la-legge-dei-fallimenti-pilotati-al-tribunale-di-latina-unassociazione-di-cittadini-ha-deciso-di-dire-basta/

Sì al sequestro dei beni della giudice sotto processo per aver pilotato i fallimenti

(Fotogramma)

Via libera alla confisca per 1 milione e mezzo di euro sui beni dell’ex giudice della sezione fallimentare del Tribunale di Roma ,Chiara Schettini, imputata nel processo per peculato, con l’accusa di essersi appropriata di oltre 1.115.000 euro del fallimento della Srl Tecnoconsult. L’allora giudice delegato, ora sotto processo a Perugia, era stata rinviata a giudizio dal Gup del Tribunale umbro, che riteneva esistente il fumus del reato, messo a punto, in almeno quattro procedure fallimentari, con l’aiuto di curatori, commercialisti e avvocati, per appropriarsi del denaro destinato al pagamento dei creditori. Un meccanismo che consisteva nel nominare curatori fallimentari infedeli e nel redigere, con l’aiuto di avvocati, falsi atti di insinuazione al passivo.

Rif: https://www.ilsole24ore.com/art/si-sequestro-beni-giudice-sotto-processo-i-fallimenti-pilotati-ACc2Gtw