Luca Palamara espulso definitivamente dall’Anm: “Gravi violazioni del codice etico”. Lui accusa ancora la magistratura

E’ stato espulso definitivamente dall’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara, ex pm imputato a Perugia per corruzione. Motivazione: gravi violazioni del codice etico. La decisione, sostenuta da ben 111 voti su 113, era già stata presa a giugno, ma Palamara aveva presentato ricorso e aveva chiesto di essere ascoltato. Ricorso bocciato. “L’Anm a cui pensa Luca Palamara non esiste più e questo è un buon risultato”, ha commentato il presidente del sindacato delle toghe Luca Poniz. Il riferimento è a un’intercettazione in cui Palamara diceva che l’Anm, di cui lui è stato presidente, non conta più nulla.

rif: https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/24589848/luca-palamara-espulsione-definitiva-anm-gravi-violazioni-codice-etico.html

Caso Palamara, Bernini in Procura a Perugia: «Ho fiducia nella magistratura nonostante il pm Mescolini»

Bernini, prosciolto per prescrizione in Aemilia, ieri ascoltato in procura a Perugia «Una giornata di giustizia affinché cose del genere non capitino più a nessuno»

REGGIO EMILIA . Giovanni Paolo Bernini, ex assessore Pdl a Parma, è stato sentito per circa tre ore in Procura a Perugia, come persona informata sui fatti dopo le dichiarazioni fatte nelle scorse settimane sulle chat, agli atti delle inchieste perugine, tra l’ex consigliere del Csm Luca Palamara e l’attuale procuratore di Reggio Emilia Marco Mescolini, all’epoca in cui si stava deliberando la nomina dell’ufficio giudiziario emiliano. 

«Ho fatto il mio dovere come mio padre mi ha insegnato. A lui che ha visto l’inizio ma non ha potuto assistere alla fine di questa vergognosa vicenda giudiziaria, dedico questa giornata di libertà e di giustizia, affinché cose del genere non capitino più a nessuno», dice Bernini, al termine dell’audizione. 

«La mia fiducia nella magistratura e nella giustizia italiana che, nonostante Palamara e Mescolini, non è mai venuta meno, da oggi è ancora più confermata», aggiunge. 

Il parmense è stato imputato in Aemilia dove l’accusa è stata condotta proprio da Mescolini. Accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e poi di voto di scambio politico-mafioso, è stato prosciolto in via definitiva con la dichiarazione di prescrizione del reato di corruzione elettorale “semplice”. 

Ha scritto un libro-denuncia, dove si dice vittima di «malagiustizia politica» e parla di un mancato coinvolgimento in Aemilia di esponenti Pd accusando di questo Mescolini. Dopo che erano uscite le chat in cui Mescolini si informava con Palamara della nomina, Bernini ha chiesto di essere ascoltato dai pm perugini. 

Della chat con Palamara, Mescolini ha invece parlato pubblicamente a fine agosto: «Non ho mai mendicato favori ad alcuno, tantomeno a Palamara (la quinta Commissione mi aveva indicato con 5 voti di maggioranza mesi prima della sua nomina quale presidente). La mia coscienza di uomo e di magistrato in quanto sempre e soltanto condizionato dalla legge è totalmente serena». Nei giorni scorsi la Procura di Perugia ha accolto anche la richiesta dell’ex procuratore aggiunto di Bologna, Valter Giovannini, che nell’Appello di Aemilia in corso rappresenta l’accusa, di estrarre copia delle chat che lo riguardano oltre che di un’intercettazione telefonica in cui viene citato, agli atti delle inchieste su Palamara. Si tratta di dialoghi, ad esempio tra Palamara e un altro consigliere del Csm, sulla sentenza disciplinare che censurò Giovannini, ora sostituto procuratore generale a Bologna, per il caso di Vera Guidetti, farmacista di 62 anni che uccise la madre e poi si suicidò. Fu Palamara a scrivere la motivazione di quella sentenza.

Rif: https://gazzettadireggio.gelocal.it/reggio/cronaca/2020/09/18/news/ho-fiducia-nella-magistratura-nonostante-il-pm-mescolini-1.39322378?refresh_ce

Il caso Palamara: tutte le tappe del caos procure

Il caso Palamara: tutte le tappe del caos procure

Scoppia a maggio del 2019, quando l’allora pm della procura di Roma viene accusato di corruzione. L’inchiesta coinvolge l’attuale Csm, di cui Luca Palamara è stato componente dal 2014 al 2018, mentre diventano pubbliche le sue chat: uno scandalo nello scandalo che sconvolge la magistratura

Scoppia il 29 maggio 2019 il caso Palamara. Perché l’allora pubblico ministero della procura di Roma Luca Palamara viene raggiunto da un ordine di perquisizione in cui gli si contesta l’accusa di corruzione per aver ricevuto 40mila euro per una nomina (accusa poi caduta) e aver avuto rapporti con l’imprenditore Fabrizio Centofanti, mettendo a disposizione la sua funzione giudiziaria. Nonché con gli avvocati Pietro Amara Giuseppe Calafiore già coinvolti in indagini a Messina e Roma. Ex presidente dell’Anm ai tempi di Berlusconi, esponente di spicco della corrente centrista di Unicost, Palamara è stato componente del Csm nel quadriennio 2014-2018. 

Il suo caso travolge l’attuale Csm perché un Trojan, microspia-virus introdotto nel suo cellulare poi sequestrato, registra due settimane di conversazioni a metà maggio 2019, proprio mentre al Csm è calda la discussione sul candidato più idoneo a reggere la procura di Roma, dove il capo in carica, Giuseppe Pignatone, lascia l’incarico. In lizza ci sono big della magistratura come Giuseppe Creazzo procuratore a Firenze, Franco Lo Voi a Palermo, Marcello Viola, procuratore generale a Firenze. Una cena all’hotel Champagne di Roma, la sera dell’8 maggio, precipita nel caso anche altri consiglieri dell’attuale Csm, Luigi Spina e Gianluigi Morlini di Unicost (il secondo presidente della commissione per gli incarichi direttivi), Corrado Cartoni,  Antonio Lepre e Paolo Criscuoli, di Magistratura indipendente. È la corrente di destra della magistratura di cui ha fatto parte Cosimo Maria Ferri, deputato renziano ma ancora Pd nel 2019, che partecipa all’incontro, a cui è presente anche Luca Lotti, deputato del Pd, inquisito per il caso Consip dalla procura di Roma e in quel momento già rinviato a giudizio. 

Il terremoto dell’inchiesta coinvolge anche il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio, anche lui finito nelle registrazioni di Palamara, che è costretto a lasciare l’incarico con l’accusa di aver rivelato a Palamara fatti dell’indagine. Il Csm deve procedere alla sostituzione di ben 5 componenti. Palamara, come tutti gli altri del Csm, finisce anche sotto inchiesta disciplinare. 

Un anno dopo, a maggio 2020, la procura di Perugia chiude l’inchiesta e deposita gli atti. Diventano pubbliche non solo tutte le intercettazioni, ma anche le chat di Palamara con i colleghi. Non solo quelle del 2019, ma anche quelle degli anni precedenti, il 2017 e il 2018. Centinaia di brevi conversazioni che avevano sempre ad oggetto richieste di incarichi al Csm, per le quali i vari candidati, di tutte le correnti, si rivolgevano a Palamara per avere un appoggio. Uno scandalo nello scandalo che sconvolge la magistratura.

Le carte finiscono sui giornali. Ma non in possesso dell’Anm, nonostante il presidente Luca Poniz le abbia chieste con insistenza. Si apre presso i probiviri del sindacato dei giudici la procedura per l’espulsione di Palamara dall’Anm. Che viene decisa a luglio. Gli altri componenti del Csm decidono invece di dimettersi. Tranne Paolo Criscuoli che ha avuto un ruolo marginale nella vicenda. Palamara contesta l’espulsione perché il Comitato direttivo centrale dell’Anm non ha accolto la sua richiesta di essere sentito. Fa ricorso. L’assemblea viene fissata per il 19 settembre. Ma il sindacato dei giudici conferma il verdetto ed espelle definitivamente Palamara. Intanto al Csm va avanti il processo disciplinare che dovrebbe concludersi in tempi molto stretti e potrebbe anche comportare la sua radiazione dall’ordine giudiziario. Dalla procura generale della Cassazione, retta da Giovanni Salvi, si lavora ad altre azioni disciplinari oltre alla decina già contestata.

Malagiustizia, migliaia di errori ma pagano solo quattro magistrati

Malagiustizia, migliaia di errori ma pagano solo quattro magistrati

I casi di ingiusta detenzione sono un migliaio all’anno in tutta Italia. Le azioni disciplinari nei confronti dei magistrati sono 53 in tutto, ma in tre anni, cioè nel periodo 2017-2019. Il dato napoletano è tra quelli non indicati nel bilancio dell’Ispettorato delministero della Giustizia. Resta il fatto che non bisogna essere sofisticati matematici per cogliere una sproporzione tra questi numeri. Se a Napoli, solo nel 2019, ci sono state 129 ordinanze che hanno disposto indennizzi per un totale di oltre tre milioni di euro (3.207.214 a voler essere precisi), vuol dire che ci sono stati 129 casi accertati di ingiusta detenzione. Vuol dire che ci sono state 129 persone che hanno subìto l’arresto e il carcere, senza che vi fossero accuse o presupposti fondati ma sicuramente per disposizione di un magistrato, pm o giudice.

E allora viene da chiedersi come mai sono soltanto 53 i magistrati, che in tutta Italia e non solo a Napoli, e in tre anni non in uno solo, sono stati sottoposti ad azioni disciplinari, considerando anche che di questi 7 sono stati assolti, 4 hanno avuto la censura, 9 non doversi procedere e 31 procedimenti sono in corso. Di chi è allora la responsabilità delle centinaia di ingiuste detenzioni risarcite nello scorso anno a Napoli e del migliaio risarcito in tutta Italia? Pur volendo considerare che, secondo la giurisprudenza di legittimità, il diritto alla riparazione è configurabile anche nel caso di un atto di querela successivamente oggetto di remissione, nel caso di reati in prescrizione o derubricati, resta una sproporzione. Come si spiega? «Vuol dire che c’è un abuso della custodia cautelare», afferma Raffaele Marino, magistrato di lunga esperienza, attualmente in servizio presso la Procura generale di Napoli. 

«Bisogna distinguere tra ciò che è fisiologico e ciò che è invece patologico. Se un imputato viene assolto in Appello siamo di fronte a un errore fisiologico ma se viene scarcerato dal Riesame e la posizione archiviata si tratta di un errore patologico, a mio avviso». Il procuratore Marino sottolinea tuttavia la singolarità di ciascun caso. «Bisogna valutare caso per caso sulla base delle carte, non si può generalizzare». Ma pur restando distanti da facili generalizzazioni, un problema c’è. «Sta nella mancanza di controlli da parte dei capi degli uffici giudiziari o di volontà di fare controlli – aggiunge Marino – Se, per esempio, l’indagine di un pmviene ridimensionata già al Riesame vuol dire che il pm non ha lavorato bene, e se non ha lavorato bene il pm non deve stare dove sta oppure va controllato. C’è tutto un ragionamento da fare che non viene fatto».

Cosa si può fare? «Bisognerebbe introdurre meccanismi di controllo seri, ora invece tutto è affidato al capo dell’ufficio che dovrebbe essere Superman per controllare tutto e tutti». Di fronte ai numeri del report ministeriale, Marino non ha dubbi: «Quando abbiamo numeri di questo genere c’è qualcosa che non funziona nella resa giudiziaria e rispetto alla lesione dei diritti primari dei cittadini, perché chi viene messo in galera subisce danni che sono notevolissimi. Per non parlare del processo penale, che oggi ha un fine processo mai grazie a nostro ministro della Giustizia, ed è di per sé un danno, un danno notevole. Al di là del dato economico, quindi, il costo sociale della giustizia in Italia è enorme e questo Paese non può più sopportarlo». «Ben vengano – conclude il magistrato – proposte come quella di istituire una Commissione parlamentare di inchiesta che cerchi di capire cosa non funziona e come il progetto di una riforma che parta anche dal Csm per eliminare il potere delle correnti».

Rif. https://www.ilriformista.it/malagiustizia-migliaia-di-errori-ma-pagano-solo-quattro-magistrati-129481/

Vite strappate, un libro sull’Italia dei ‘bambini bancomat’ – “Bibbiano la punta dell’iceberg”

ROMA – “Quando una bambina viene strappata a sua madre a 4 mesi e 15 giorni, come accaduto a me, una sorella finisce in casa famiglia, un’altra viene data in affidamento anche se la nostra mamma biologica non ci aveva abbandonate” dobbiamo parlare di quella che Antonella Betti, intervistata da DireDonne, ha definito “l’altra meta’ della luna”, dove “Bibbiano e’ solo la punta dell’iceberg”

E’ un’accusa senza sconti e vissuta sulla propria pelle quella contenuta nel libro inchiesta ‘Vite strappate in Italia dagli anni 70 ad oggi’, da lei scritto come giornalista, assistente sociale e soprattutto come ‘bambina strappata’ alla propria madre biologica. 

“Sono circa 40mila- ha dichiarato- i bambini tolti in modo coatto alle loro famiglie. Nessuno e’ immune da questo olocausto, da questo scempio che deve cessare. I bambini non sono bancomat. E’ ora di dire basta”. 

Il testo, uscito nella prima edizione il 26 dicembre 2019 e in una versione aggiornata a gennaio 2020, descrive, attraverso la presentazione di alcune storie rese piu’ anonime rispetto ai dati reali, quello che l’autrice ha definito: “un olocausto tacito dei bambini”. L’introduzione del libro, a firma della senatrice Paola Binetti, a proposito di alcuni casi che vedono accreditata la cosiddetta alienazione parentale, ribadisce come “La scienza non parli mai di Pas” e chiede “una commissione d’inchiesta”

Antonella Betti, cresciuta da un ingegnere e da una casalinga, “mamma Mariella” come la chiama nel corso dell’intervista, e’ appunto anche lei una delle storie del libro. “Solo a 31 anni ho scoperto la mia storia– ha raccontato- Nel mio percorso di studi pero’ ho sempre avuto un’attenzione inconsapevole su quello che succedeva dietro agli affidi, alle adozioni. Poi ho dovuto fare i conti, mio malgrado, con questa piaga sociale che e’ di notevoli proporzioni”. 

Tra i numeri dei ‘sequestri di Stato’, riportati nel lavoro “il 13% e’ motivato dalla cosiddetta conflittualita” dei genitori e solo “il 4% da violenza e abuso”. “Un dato- ha detto l’autrice- che dovrebbe essere rovesciato, esattamente l’opposto”. 

Lorenza, Dario, Milo, Marcella, Thomas sono solo alcuni nomi delle storie di bambini “strappati” alle famiglie d’origine che l’autrice ha incontrato in occasione del dibattito alla sala Teodoli Bianchelli alla Camera dei Deputati, il 21 dicembre 2017, quando la senatrice Binetti incontro’ le vittime della ‘malagiustizia’. 

Su quei nomi Antonella Betti ha ripercorso con emozione la propria storia e ha parlato di se stessa come di una “radice strappata”: tolta, come i suoi fratelli e sorelle, a una giovane madre 28enne che non li aveva affatto abbandonati, per questioni di “eredita’” e tanto altro che il libro racconta. “Fu salvato solo il secondogenito perche’ maschio- ha raccontato Betti– e io fui data in affidamento con una semplice lettera“. 

Sulla situazione italiana delle case famiglia e di tanti casi che ha analizzato anche come tecnica, ha ammesso: “Ho capito che dietro a tutto questo business non c’e’ una famiglia che non funziona, ma la stessa matrice che ha separato me e i miei fratelli. Le case famiglia andrebbero scandagliate una ad una. Bibbiano e’ la punta d’iceberg e un figlio a una madre non si puo’ togliere. Mi piacerebbe che su questo si aprissero dei tavoli valutativi con tutti i tecnici”.

Rif:https://www.dire.it/17-09-2020/504266-vite-strappate-un-libro-sullitalia-dei-bambini-bancomat/

Contro la malagiustizia italiana noi non molleremo mai

Presentato ieri sera a Matera Il libro-inchiesta di Aris Alpi “Noi Sappiamo” sul presunto duplice omicidio di Luca Orioli e Marirosa Andreotta (Fidanzatini di Policoro) avvenuto il 23 marzo 1988.

Oltre al giornalista Alpi erano presenti la mamma di Luca nonchè nostra Presidente Onoraria Olimpia Fuina Orioli, il Colonnello dei Carabinieri Salvino Paternò già comandante della stazione carabinieri di Policoro e il Sindaco di Napoli Luigi De Magistris che in qualità di PM di Catanzaro nell’ambito della sua inchiesta “Toghe Lucane” si occupò anche di questo caso, a causa della quale fu letteralmente “epurato” dalla Magistratura.

Le importantissime testimonianze rese dagli illustri Ospiti al folto pubblico presente nel capiente salone dell’Hotel San Domenico, in rigoroso rispetto alle norme anti-Covid, hanno tracciato un quadro altamente inquietante su quanto avvenuto in tema di malagiustizia, in Basilicata soprattutto ma anche nel resto d’Italia, svelando gli intrecci illeciti di un sistema illegale e anticostituzionale sfociato, di recente, anche nello scandalo Palamara.

Su questi temi di vitale importanza per le sorti della libertà e della democrazia italiana noi Cittadini attivi di Bernalda e Metaponto, fondatori a causa di tutto ciò del movimento astensionista politico italiano avente l’intento di salvaguardare la sovranità popolare e pertanto di contrastare i loschi intrecci di quella magistratura corrotta e collusa con i poteri politico-istituzionali deviati, la massoneria e la criminalità organizzata, accogliamo in pieno l’appello di Luigi De Magistris a non mollare mai.

E’ stato per noi un grande onore incontrarlo, dopo i suoi ultimissimi anni nella magistratura di Catanzaro, e che fin da allora ci videro suoi strenui difensori nonché organizzatori di numerosi sit-in e proteste sociali in suo favore.

rif:https://www.politicamentecorretto.com/2020/09/07/contro-la-malagiustizia-italiana-noi-non-molleremo-mai/

I numeri della malagiustizia: 26mila innocenti in carcere, 740 milioni di euro in risarcimenti

I numeri della malagiustizia: 26mila innocenti in carcere, 740 milioni di euro in risarcimenti

«Anche gli innocenti vanno in carcere». Le voci delle vittime di errori giudiziari irrompono nel dibattito sulla prescrizione con una proposta di legge che chiede l’istituzione di una Giornata nazionale da celebrarsi ogni anno il 17 giugno nell’anniversario dell’arresto di Enzo Tortora, assolto dopo una condanna in primo grado «che con la legge sulla prescrizione di oggi avrebbe rischiato di morire con il marchio della colpevolezza», fa notare Francesca Scopelliti, compagna storica del conduttore e presidente della Fondazione a lui dedicata.

Il testo presentato alla Camera lo scorso 30 ottobre è da ieri anche al Senato, come annunciato da Andrea Ostellari, presidente della Commissione Giustizia di Palazzo Madama, con l’obiettivo di vedere la legge approvata prima del prossimo giugno. A sensibilizzare e organizzare l’iniziativa in seguito alle recenti dichiarazioni del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, è stato il Partito Radicale che nella storica sede romana ha messo a confronto i protagonisti del dibattito politico e le persone finite ingiustamente nel tritacarne giudiziario. Tra gli intervenuti i primi firmatari della proposta di legge: Maria Stella Gelmini e Enrico Costa di Forza Italia, Riccardo Molinari della Lega con l’adesione di Italia Viva arrivata in corso d’opera con la presenza di Roberto Giachetti e via sms dall’ex ministra Maria Elena Boschi.Related videos • Recovery Plan: nelle linee guida un set di 6 ”missioni” per il piano in cantiere.

Di «populismo penale utilizzato per fare propaganda che mette in discussione principi che non possono essere negoziabili» parla Maria Stella Gelmini su cui «Forza Italia e tutto il centrodestra sono uniti in quella che deve essere la battaglia di tutti i garantisti». Concorde il leghista Riccardi Molinari che definisce la legge Bonafede “un abominio” che deve portare a un «lavoro trasversale per riaffermare la cultura delle garanzie che non può essere messa in discussione». Citando Pannella, l’esponente di Italia Viva, Roberto Giachetti ha definito l’Italia «un Paese malato di giustizia». «Anche il solo pensiero comune e la speranza che un indagato riesca a dimostrare la propria innocenza crea una torsione culturale.

In uno Stato di diritto si devono dimostrare le accuse non l’innocenza», ha detto il deputato renziano, tirando in ballo anche il tema dei magistrati fuori ruolo impiegati negli uffici legislativi dei ministeri. Tutto ciò – ha detto Giuseppe Rossodivita, avvocato radicale tra gli autori del testo di legge sulla Giornata dedicata alle vittime della giustizia, è legato al «ricatto dell’obbligatorietà dell’azione penale», un principio italiano che, secondo l’ex deputata radicale Rita Bernardini, «deve essere messo in discussione».

rif:https://www.ilriformista.it/i-numeri-della-malagiustizia-26mila-innocenti-in-carcere-740-milioni-di-euro-in-risarcimenti-41847/

La lotta per la legalità di Nadia: “Minacciata dalla mafia, ignorata dalla giustizia: ora chiedo indagine sui pm”

La lotta per la legalità di Nadia: “Minacciata dalla mafia, ignorata dalla giustizia: ora chiedo indagine sui pm”

«Quella che ha Nadia è un’ampia documentazione. Adesso ci aspettiamo che parta un’indagine a 360° sulla Procura di Genova. Siamo convinti che lì sono celati segreti che possono scuotere tutta l’Italia, ben più di Mafia Capitale». Il presidente di Federcontribuenti, Marco Paccagnella, non ha dubbi. Da nove anni conosce e segue Nadia Gentilini, ex immobiliarista di Chiavari che venti anni fa fu incaricata dalla società dell’ex cantiere navale al porto cittadino di vendere decine di immobili che dovevano sorgere in quell’area. Un affare milionario, su cui avevano messo gli occhi la politica locale corrotta e probabilmente le ‘ndrine. Da allora è iniziato il suo “calvario”, raccontato nel libro-autobiografia “Annientata. La mia lotta per la legalità“, pubblicato nel 2018.

In questi anni ha denunciato minacce di morte dirette per strada e sotto casa, telefonate e biglietti funebri, il furto della macchina, ritrovata vicino alla camera mortuaria dell’ospedale di Lavagna e sei coltelli sullo scooter, tutto riportato a polizia e carabinieri. Avvisaglie tipiche del metodo mafioso, in un’area come quella compresa tra Genova, Chiavari, Tiguglio e Lavagna (comune sciolto per mafia nel 2017) in cui dal 2000 diverse indagini e arresti, oltre che una sentenza della Corte di Cassazione e documenti della Commissione antimafia e della Direzione investigativa antimafia, hanno dimostrato la presenza della ‘ndrangheta. Tra gli interessi traffico di droga, armi e rifiuti, oltre alle operazioni immobiliari.Related videos • Laura flagella la Louisiana. Ingenti i danni dell’uragano, di potenza superiore a Katrinahttps://w.theoutplay.com/5.0.168/frame.html

Proprio grazie alla testimonianza di Nadia, nel 2012, vengono condannati in via definitiva, dopo un’inchiesta a Genova, l’ex sindaco di Chiavari Vittorio Agostino e suo figlio, l’architetto Alessandro, tra l’altro legati all’ex tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito. Tentata concussione: sei e quattro anni di galera, perché, come è scritto nella sentenza a loro carico, «hanno escogitato un sistema per avere la completa gestione dell’affare dell’ex cantiere». Ma con il loro arresto le minacce a Nadia non si placano e nel frattempo l’immobiliarista perde, stranamente, quasi tutti i clienti. Non solo: il Comune di Chiavari avvia la trasformazione di una parte confinante con l’ex cantiere in albergo, soggetta a vincolo monumentale. L’operazione sottrae appeal al progetto affidato a Nadia, che non riesce a ripagare un prestito che le è stato fatto da Banca Sella: a quel punto scatta il pignoramento e lei deve chiudere la sua agenzia immobiliare.

Nello stesso 2012 entra nel vivo il caso Belsito. Nadia, che riceve intanto il sostegno di Libera, riesce a farsi ascoltare per sei ore degli inquirenti del pm Henry John Woodcoock alla Procura di Napoli. Poi nel 2013 tutto passa alla Procura di Genova, dove la donna racconta che non si trovano più documenti e denunce che aveva depositato prima a Chiavari e poi a Napoli dal 2009. Le dicono di andare dal pm Piscitelli, che non trova, per questo si rivolge al procuratore capo Francesco Cozzi, lo stesso che ora indaga su Aspi per il crollo del Ponte Morandi e sui 49 milioni della Lega. Con lei c’è l’avvocato di Libera Valentina Sandroni, che racconta a Il Riformista: «Cozzi le disse che non aveva prove, ma noi avevamo indizi forti per avviare un’indagine». Quegli “indizi” non sono solo i documenti sul suo caso (studi edili, contratti, visure e documenti sul piano regolatore di Chiavari), ma anche denunce di cittadini e imprenditori che si dicono sotto tiro della criminalità e altre carte che parlano di operazioni anomale.

Nadia, spaventata dalle minacce, scappa dalla Liguria. Nel 2016 la Procura di Genova archivia il suo caso (qualche anno prima lo stesso era successo alla Procura di Biella). Ci dice l’avvocato Sandroni: «Probabilmente per prescrizione, anche se non ci è stato comunicato. Noi abbiamo inviato negli anni diversi solleciti, senza risposta. Non sappiamo nemmeno se le indagini sono state avviate. Grave che Nadia non sia mai stata chiamata da un magistrato e che siano passati sette anni per una archiviazione, sono tanti».

L’ex immobiliarista, però, non si arrende e tramite parlamentari di Pd e Movimento 5 Stelle arriva a depositare lo scorso giugno la sua memoria, con tutta la documentazione, alla Commissione antimafia. Il presidente Nicola Morraspiega a Il Riformista: «Quello che c’è stato riferito credo meriti un doveroso approfondimento, per tanti aspetti che non posso indicare. Sono questioni delicate e in buona parte sono state oggetto di secretazione»Poi aggiunge sulla Procura di Genova: «Dico soltanto che per combattere certe realtà bisogna studiare assai bene e a me sembra di capire che in tante parti del nostro Paese ancora manchi una sana, diffusa e profonda cultura e conoscenza di fenomeni mafiosi».

Qualcosa di simile diceva nel 2016 a Il Secolo XIX il predecessore di Cozzi, Michele di Lecce: «Diversi giudici non sembrano comprendere come la ’ndrangheta esercita il suo potere. Non la vedono, non la sentono, la ignorano. Sembrano vivere su un altro pianeta. Il processo “Maglio 3”, alla malavita calabrese radicata a Genova si è concluso con una riga di assoluzioni. L’inchiesta “La Svolta”, sulle ’ndrine del Ponente, ha perso per strada il livello politico, prima che il Consiglio di Stato annullasse gli scioglimenti di Bordighera e Ventimiglia». Lo stesso Cozzi, inoltre, a gennaio di quest’anno lamentava a Genova carenza d’organico per magistrati e amministrativi, sostenendo che così «non è facile portare avanti inchieste importanti».

Nel frattempo Nadia, che si sente sostanzialmente “ignorata” dalla giustizia ligure e che non ha mai ricevuto una scorta, ha paura di morire e per questo tiene un diario giorno per giorno. Ora si è candidata alle elezioni regionali in Liguria di domenica e lunedì prossimi con l’ex grillina Marika Cassimatis. «Voglio fare qualcosa per la Regione – sostiene – e per tutte le persone vittime della mafia. In Liguria c’è un muro incredibile, una protezione istituzionale che non fa emergere e risolvere le situazioni come la mia»

Rif: https://www.ilriformista.it/la-lotta-per-la-legalita-di-nadia-minacciata-dalla-mafia-ignorata-dalla-giustizia-ora-chiedo-indagine-sui-pm-158343/

I Pm ‘intoccabili’ che hanno distrutto la magistratura tra beghe, giochi di potere e ricatti

I Pm ‘intoccabili’ che hanno distrutto la magistratura tra beghe, giochi di potere e ricatti

Il Csm ha scelto la via venezuelana: Palamara non sarà processato, la stragrande maggioranza dei testimoni che lui ha chiesto siano ascoltati non saranno ascoltati. I giudici dei quali ha chiesto la ricusazione (in quanto complici del presunto delitto) non saranno ricusati. Il processo sarà rapidissimo – anche per dimostrare che la giustizia quando vuole sa essere svelta – la difesa sarà messa a tacere, il collegio giudicante sarà composto da complici del delitto, e tra tre settimane ci sarà la sentenza. La sentenza – questa è una notizia che noi abbiamo avuto in esclusiva – sarà di condanna. E a quel punto il caso Palamara potrà essere considerato chiuso e nessuno più dovrà parlarne. I giornalisti sono stati già avvertiti e chi violerà la consegna la pagherà cara. Ha deciso così il Csm.

Non c’è niente di forzato nelle righe che ho scritto. È così. Il Csm ha stabilito che non si svolgerà il processo perché il processo vero farebbe saltare in aria tutto l’impianto della magistratura, metterebbe in discussione quasi tutte le Procure, i procuratori, gli aggiunti, i presidenti dei Tribunali, anche moltissimi giudici, renderebbe evidente la necessità assoluta di separare le carriere, potrebbe persino rendere illegali molte e molte e molte delle sentenze emesse in questi anni da giudici sottoposti al ricatto, o comunque al condizionamento, del partito dei Pm che domina il Csm e che si fonda sullo sperimentato sistema delle correnti. È un rischio troppo grande per le istituzioni. Dalle intercettazioni sul telefono di Palamara, e dai trojan, risulta esattamente questo: che la struttura portante della magistratura è illegale e nominata da un sistema ad incastro di condizionamenti e talvolta di ricatti. Che quasi nessun magistrato di potere è estraneo a questo sistema. E che l’intera magistratura italiana è stata ferita a morte e va riformata e riportata almeno vicina alla legalità, dalla quale oggi è lontanissima.

Il Csm ha deciso di ignorare tutto ciò, e di prendere in considerazione solo la riunione all’Hotel Champagne (un paio d’ore in tutto) alla quale parteciparono i deputati Lotti e Ferri e nella quale si discusse della nomina del Procuratore di Roma, punto e basta. Per questa riunione – che peraltro fu intercettata in modo totalmente illegale, perché la Costituzione proibisce l’intercettazione dei parlamentari – si propone (e si accoglie) la condanna di Palamara e poi si chiede di stendere su tutto il resto un velo e di cancellare ogni cosa in un grande silenzio. Come esce da questa vicenda la magistratura italiana? Seppellita. È inutile che ogni volta che parliamo della magistratura ripetiamo che però un gran numero di magistrati rispettano le leggi, son persone per bene, sono professionisti capaci. È vero, certamente, ma la magistratura nel suo insieme è una struttura marcia. “Chiacchiere e distintivo”. E di conseguenza la gran parte delle inchieste giudiziarie e delle sentenze, probabilmente, sono ingiuste e sono determinate dai rapporti di forza tra i Pm e i giudici.

È così in tutti i paesi dell’occidente? No, non è così. La malagiustizia è uno dei problemi della modernità, ma in pochissimi paesi democratici esiste una situazione così vasta di illegalità, dovuta allo strapotere che negli ultimi trent’anni la magistratura si è conquistato, schiacciando la politica e soffiando via i cardini essenziali dello stato di diritto. Ogni giorno che passa c’è una controprova. Prendete Gratteri, tanto per parlare di uno che un po’ i nostri lettori conoscono. Ma voi sapete di un altro paese occidentale dove un Procuratore, mentre è in corso l’udienza preliminare nella quale si decide la sorte di circa 400 suoi imputati, se ne va in Tv a fare spettacolo, ride, fa battute e sostiene che se la gente viene assolta è perché i giudici sono corrotti, e se spesso le sue inchieste finiscono in un flop è perché nella magistratura c’è molta invidia? E nessuno gli chiede conto del perché un Pm impegnato in un maxiprocesso trova normale e giusto andare in Tv a fare polemica contro i suoi imputati. E se qualcuno al mondo possa mai credere che quel Pm è un Pm rigoroso e serio che si occupa solo del suo lavoro? Conoscete i nomi di magistrati inglesi, o francesi, o tedeschi o americani che si comportano così, senza peraltro che né la politica, né il Csm si occupino di censurare questi atteggiamenti?

Non li conoscete. In verità c’era qualcuno che aveva criticato Gratteri: il suo diretto superiore, il Procuratore generale di Catanzaro Otello Lupacchini. Fior di magistrato con gloriosa carriera alle spalle. Il Csm nel giro di una settimana, invece di intervenire su Gratteri intervenne su Lupacchini, lo degradò sul campo e lo spedì a mille chilometri dalla sua sede. Voi pensate che ci sarà qualche altro magistrato che leverà la sua vocina, pure flebile, verso lo sceriffo di Catanzaro? E perché – magari uno si chiede – Gratteri è così potente? Perché ha sconfitto la ‘ndrangheta? No, la ‘ndrangheta oggi è infinitamente più forte di quando lui ha iniziato ad operare in Calabria. Ha decuplicato le sue forze. E allora perché? Perché è un Pm che sa fare la parte del Pm moderno: censore, uomo di spettacolo, scrittore, politico. Alla ricerca di reati? No, quelli li trova raramente. Alla ricerca di imputati. Possibilmente illustri.
Cosa resta della magistratura? Cenere.

Rif:https://www.ilriformista.it/i-pm-intoccabili-che-hanno-distrutto-la-magistratura-tra-beghe-giochi-di-potere-e-ricatti-158267/

Baldovino De Sensi, le chat con Palamara del magistrato trasferito a L’Aquila

palamara de sensi

Baldovino De Sensi, un giudice cacciato dal Csm e trasferito all’Aquila nelle chat con Luca Palamara oggetto dell’inchiesta Magistratopoli. Nei messaggi anche il nome di Legnini.

Il giudice Baldovino De Sensi faceva parte di Magistratura indipendente, la corrente di destra di Cosimo Ferri, ora deputato renziano, ritenuto “un dominus delle nomine” come Palamara che però è di Unicost, corrente centrista.

De Sensi, trasferito al Tribunale dell’Aquila il 5 marzo scorso, nella primavera del 2018, come riporta Il Fatto Quotidiano, ha provato ad avere l’appoggio di Luca Palamara, ancora consigliere, per diventare vicesegretario generale del Csm, provando persino a fare “lo sgambetto” al Quirinale che aveva indicato Gabriele Fiorentino.

De Sensi comincia a tempestare di messaggi Palamara nel febbraio del 2018: “Bisogna far modificare la norma e prevedere 2 vice segretari”.

In un altro messaggio sempre De Sensi incalza Palamara: “Uno non si può arrendere se prima ha fatto qualcosa: non mi sembra che tu abbia combattuto per me o per A… Per ora siamo stati solo umiliati, soprattutto lei. E tutto era nelle tue mani che ti saresti potuto limitare a dire che il vice segretario lo avrebbe fatto il più meritevole, per profilo e impegno in questa consiliatura e non per diritto successorio, così lei sarebbe entrata al posto mio. Invece così andrà a qualcuno solo perché di Area e noi due, che confidavamo sul tuo appoggio prenderemo solo schiaffi”.

Con questo sms quindi De Sensi ipotizza che, con il passaggio a vice segretario generale, il suo posto da magistrato segretario passerà a una donna, indicata nei messaggi come A.

Dal 2018 arriviamo ad aprile 2019. Tramontata l’ambizione da vice segretario, De Sensi riparte alla carica con i messaggi a Palamara: questa volta vorrebbe un incarico al ministero della Giustizia.

De Sensi, fallito il primo obiettivo, punta a diventare capo del Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria (Dog) del ministero della Giustizia.

Chat Luca Palamara-De Sensi: dentro anche il nome di Giovanni Legnini

Nelle chat spunta anche il nome di Giovanni Legnini, vice presidente del Csm, (fino al 2018), candidato in Abruzzo con il centro sinistra alla presidenza della Regione alle elezioni del 2019, oggi commissario straordinario alla ricostruzione per le zone del terremoto del 2016 e 2017, che già aveva avuto degli scambi epistolari con Palamara.

“Parla con Giovanni (Legnini, ex vicepresidente, ndr) e fatemi andare al posto della Fabbrini”, scrive De Sensi a Palamara.

Barbara Fabbrini era la persona in pole position per quell’incarico e oggi è l’attuale capo del dipartimento dell’organizzazione giudiziaria (Dog).

Scrive ancora De Sensi: “Cerca di capire se il mio nome è arrivato veramente… E se mi devo muovere con la Lega”Ma Baldi (ex capo di gabinetto del ministro della giustizia Bonafede ndr) quando lo vedi?” .

Niente da fare, De Sensi non ci riesce neanche questa volta e resta magistrato segretario al Csm.

Su sua richiesta poi, il 5 marzo scorso, il plenum del Csm delibera il rientro in ruolo di De Sensi, a L’Aquila, considerata “sede disagiata”.

Per penuria  di magistrati segretari, però, il Comitato di presidenza chiede al ministero della Giustizia una “presa di possesso” posticipata di 6 mesi. Dopo che Il Fatto quotidiano ha pubblicato le chat tra De Sensi e Palamara, il Comitato di presidenza ha deciso che De Sensi non può restare al Consiglio.

Rif: https://www.ilcapoluogo.it/2020/09/15/baldovino-de-sensi-le-chat-con-palamara-del-magistrato-trasferito-a-laquila/