L’onorabilità dei magistrati è a rischio.

Da Toghe rotte a Toghe sporche il passo è lungo ben dodici anni. Era il 2007 ed il Procuratore aggiunto di Torino, Bruno Tinti, dava alle stampe il suo libro “Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa” in cui raccoglie le testimonianze di Tinti e di altri colleghi sulla situazione della giustizia italiana e sulle compromissioni della magistratura. Dodici anni dopo, lo scandalo Luca Palamara deflagra come una bomba nell’aula ovattata del Consiglio Superiore della Magistratura. È così che magistrati, giudici, pubblici ministeri vengono travolti da un’ondata popolare di sdegno. L’onorabilità dei giudici, quel sentimento che comprende la reputazione, l’auto percezione e l’identità morale di un individuo, terreno imprescindibile su cui far attecchire la professione di giudice, traballa sotto le pesanti mazzate dell’inchiesta che vede coinvolti membri del Csm e della Corte di Cassazione. Il comportamento di pochi giudici corrotti, inopportuni, avventati, di colpo investe una maggioranza attonita e formata da magistrati capaci, integerrimi, brillanti, onorabili.

Tra quei magistrati che hanno macchiato l’onorabilità della categoria va annoverato senza dubbio il Procuratore capo di Arezzo, Roberto Rossi. Colui che “ha fatto il viottolo al Csm”, quel giudice già finito sotto indagine della Commissione parlamentare sulle banche, lo stesso che nega di fronte ai suoi colleghi togati l’esistenza di conflitti di interesse. E non solo. Il procuratore Rossi è al centro di un’inchiesta della Squadra Mobile della Questura di Arezzo che ne ha messo in evidenza la non idoneità assoluta a ricoprire un ruolo così delicato. L’inchiesta, venuta alla luce solo recentemente dopo che era rimasta chiusa, inspiegabilmente, in un cassetto della Procura di Genova, racconta una brutta storia davvero. Potrebbe essere la trama di uno squallido film in cassetta anni ’70. Al centro vi è uno spaccato di vita ambientato ad Arezzo, raccontato da due temerari e coraggiosi poliziotti pronti a mettere a rischio la propria carriera pur di far emergere fatti e vicende di certo rilievo penale. 
Una storia dai contorni pruriginosi e con risvolti penali di cui sono protagonisti satiri lussuriosi con la toga, in appuntamenti galanti impegnati con avvocatesse libertine disponibili a raggiungere remote case di campagna, messe a disposizione da poliziotti prodi e fedeli che per agevolare tali incontri non esitano a chiedere denari a imprenditori senza scrupoli alla presenza di avvocati compiacenti. Un ruolo non marginale è quello dello scribacchino di corte che come un araldo in piazza indottrina il popolo con notizie veicolate ad arte dalle misere pagine del suo giornalino di provincia.
Un racconto dai contorni di boccaccesca memoria, impregnato di abusi, minacce, ricatti, minuziosamente scritto in una sorta di diario quotidiano dai due poliziotti. 

Tutto si svolge ad Arezzo, un paesone di provincia, noto per il caso Banca Etruria e prima ancora per essere la città dell’oro. È qui che nel 2008 fa la comparsa il Sostituto Procuratore Roberto Rossi, originario di Perugia, un magistrato che per quattro anni, dal 2008 al 2012, siede nella giunta dell’Associazione Nazionale Magistrati insieme al sodale Luca Palamara che di quel consesso ne è presidente e assunto recentemente alle cronache nazionali per lo scandalo “Toghe Sporche” 
Rossi è un magistrato importante, temuto e ossequiato che a suon di inchieste roboanti assurge spesso alle cronache nazionali.

Fino all’ aprile del 2012 quando la cappa grigia che aleggia sulla Procura di Arezzo e alimentata da sempre più frequenti e incontrollabili “vox populi”, quel detto non detto che cammina veloce tra i vicoli dei paesi, viene squarciata da un evento deflagrante: l’incriminazione per millantato credito di Antonio Incitti. 

Incitti non è un poliziotto qualsiasi. È il braccio destro del Sostituto Procuratore Roberto Rossi. È suo vicino di ufficio in Procura e condivide per anni vizi e segreti del potente magistrato di cui custodisce “particolari di vita irriferibili”.
E’ lui che contatta un imprenditore aretino, Stefano Fabbriciani, sotto indagine della Procura per una storia di usura, per farsi consegnare 50 mila euro in cambio di un interessamento di Rossi e del Procuratore capo dell’epoca Carlo Maria Scipio.  
Fabbriciani acconsente e sentito il parere del fido avvocato, consegna i denari prelevati da una cassetta di sicurezza di Banca Etruria (sigh) a Marta Massai, compagna dell’Incitti. La singolarità è che la consegna del “prestito” non avviene tra le confortevoli mura domestiche che i due condividono, ma addirittura in Procura ed ancora più incredibilmente nell’ufficio del Procuratore Rossi!
Incitti per Rossi è più di un agente di polizia. È un tuttofare, una sorta di maggiordomo, sempre pronto ad esaudire la più piccola richiesta del capo.

Rossi ha bisogno di un pied a terre per incontrarsi con le sue amanti, tra le quali anche giovani avvocatesse del foro aretino? Non c’è problema. Incitti si mette alla ricerca della garçonnière che viene individuata in un appartamento a Poggio Fabbrelli, nel comune di Monte San Savino in provincia di Arezzo. Di affitto, luce, acqua, gas, riscaldamento, si occupa Incitti che paga tutte le utenze. Per arredarla Rossi, insieme a Incitti, si reca a Pisa a ritirare del mobilio “regalato” da un consulente della Procura…
Ma evidentemente i festini organizzati nella garçonnière e che vedono protagonista il noto magistrato, infastidiscono i vicini che durante una accesa riunione di condominio chiedono a gran voce di allontanare quello scomodo personaggio e i suoi amici di merende. È sopra tutti uno dei condomini ad alzare la voce, un tale Emiliano, che si lamenta di dover assistere a spettacoli indecorosi messi in scena sui balconi del condominio. In particolare lamenta il fatto di esibizioni seni al vento, ben visibili a tutti, anche ai bambini che giocano in cortile.
Le proteste contro quella presenza indesiderata e imbarazzante sono così forti che Rossi viene invitato a non frequentare più quel luogo.
Venuta meno la disponibilità dell’appartamento a Poggio Fabbrelli, Rossi chiede al suo prode e valoroso poliziotto di trovare un altro “pied a terre”. Questa volta la scelta cade su un appartamento in località Vitiano, sempre in provincia di Arezzo. Sarà proprio in quell’appartamento che a detta del proprietario, Rossi si incontrerà con un’avvocatessa del foro aretino.
Anche in questo caso i costi di affitto, luce, acqua e riscaldamento vengono sostenuti da Incitti. Anche se l’appartamento è in uso a Rossi.

Oltre ad usufruire di questi appartamenti, Rossi si rende protagonista di molti altri abusi e illeciti.   Incitti, dopo essere stato abbandonato da Rossi e temendo di finire in galera dopo la denuncia di millantato credito a suo carico, rende testimonianze verbali all’ispettore della squadra mobile Alfio Motta. In particolare racconta che Rossi avrebbe addirittura fatto installare di nascosto e illegalmente delle telecamere nell’ufficio del Procuratore capo Scipio per controllare chi incontrava e cosa diceva. Ciò che veniva registrato durante il giorno dalle telecamere nascoste veniva poi visonato la sera al circolo Chimera Calcio di Arezzo presso il quale Incitti e Rossi si ritrovavano spesso. L’accesso a tali telecamere sarebbe avvenuto tramite un computer in uso a Incitti che è stato immediatamente posto sotto sequestro da Rossi appena uscì la notizia di indagini a suo carico.
Molti altri sono gli illeciti e gli abusi compiuti da Rossi e denunciati dalla Squadra Mobile alla Procura di Genova, tra i quali sono elencati casi di trasferimenti di funzionari perché a lui antipatici (è il caso di Marco Dalpiaz ex capo della squadra mobile aretina) e di altri carabinieri e poliziotti piegati alle isterie di Rossi.
Senz’altro l’abuso più eclatante è proprio quello fatto nei confronti dei due poliziotti che hanno osato indagare su di lui. Isadora Brozzi, capo della squadra mobile e Alfio Motta, suo vice, sono stati entrambi sottoposti a procedimento disciplinare e poi trasferiti.

Dopo anni di abusi e comportamenti che niente hanno a che fare con la nobiltà di una professione come quella di Giudice, questa settimana Rossi si trova per l’ennesima volta al cospetto dell’organo di auto governo della magistratura. Il CSM dovrà infatti esprimersi sull’idoneità di Rossi a ricoprire il ruolo di procuratore. Il Ministro della Giustizia Bonafede ha già espresso parere negativo facendo notare “l’inopportunità e l’avventatezza delle condotte del magistrato”.
Al giudizio del Ministro si è uniformato il parere negativo della V Commissione Incarichi Direttivi del Consiglio Superiore della Magistratura, presieduta da Piercamillo Davigo. L’ultima parola spetta adesso al plenum del CSM. 
L’onorabilità della categoria passa anche da questo voto. 

Rif: https://www.eutelia.life

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