Il pm Arnesano davanti al giudice: «Ho sbagliato, non sono un mostro»

Un’ora e un quarto davanti al giudice e al pm per affrontare tutte le questioni che lo hanno portato in carcere. Tanto è durato l’interrogatorio di garanzia di Emilio Arnesano, il sostituto procuratore di Lecce finito nei guai nell’ambito dell’inchiesta su un presunto sistema di scambi di favori – condito anche da prestazioni sessuali – che ha fatto tremare non solo il Palazzo di giustizia, ma soprattutto la Asl di Lecce. Un faccia a faccia serrato, durante il quale Arnesano palesa tutto il suo malessere per la piega presa dagli eventi ma allo stesso tempo cerca di allontanare da sé i sospetti sui reati che gli vengono contestati.
Il lato umano del magistrato caduto in disgrazia traspare spesso nelle carte, e attraversa tutto il suo racconto quando parla della barca pagata a un prezzo di favore, della battuta di caccia, dei processi sospetti. Arnesano si difende, in qualche modo: «Non sono il mostro che mi descrivono qui dentro. Qualche leggerezza l’ho fatta – ammette – non dico che non l’ho fatta per questa storia delle donne…». Leggerezze, certo, ma il fulcro dell’inchiesta – ovvero i favori ricevuti in cambio di un interessamento alle sorti processuali degli amici – viene fortemente respinto. «Lei si è messo a disposizione», gli contesta il procuratore capo di Potenza Francesco Curcio. «No, no – protesta Arnesano – nego questo fatto. Nego il nesso di causalità. Questo non c’era. Il problema era l’amicizia che mi legava a questa persona, a queste persone». E anche nel rapporto con l’avvocatessa Benedetta Martina, assicura il pm leccese, «io mi sono prestato per amicizia».
All’interrogatorio, condotto dal giudice per le indagini preliminari Amerigo Palma, era presente, oltre al procuratore Curcio, anche il sostituto Veronica Calcagno. Arnesano è incalzato da una serie di domande che lo colpiscono anche nel privato, soprattutto quando la discussione si sposta sui rapporti sessuali intrattenuti con le avvocatesse che chiedevano il suo intervento per le ragioni più disparate. Ma Arnesano ammette: «La prima cosa che farò: chiedere scusa a mia moglie e a mio figlio. Ho sbagliato. Io ho detto, se mi credete, se mi date atto, io da oggi, da ieri anzi, ho detto basta. Se mia moglie mi vorrà ancora, le chiederò scusa, perdono». «Ho sempre lavorato tanto – aggiunge più avanti -. Ultimamente mi ha preso questa mano qua di queste benedette ragazze. Ma adesso basta. Non ne voglio più sapere né di ragazze e né di quei galantuomini».
Su un punto in particolare Arnesano appare sicuro: il suo rapporto con il direttore generale della Asl Ottavio Narracci e l’iter che lo ha portato a seguire il suo processo. Secondo l’accusa, Arnesano avrebbe esplicitamente chiesto che gli venisse assegnato il fascicolo relativo a un processo per peculato a carico del dirigente sanitario. La sua ricostruzione è diversa: «Io non conoscevo Narracci né mai Carlo Siciliano (dirigente del dipartimento di Medicina del lavoro e Igiene ambientale, ndr) mi ha parlato di Narracci. La questione del processo Narracci avviene in questi termini: io capito in un’udienza penale per processi che seguo io in cui c’è anche questo processo Narracci della dottoressa Mignone, che aveva istruito la dottoressa Mignone». Arnesano spiega poi che successivamente avrebbe chiesto al procuratore aggiunto se stesse appunto seguendo la vicenda Narracci, e che la Mignone gli avrebbe risposto negativamente, invitando lui a seguirlo. Stando alla ricostruzione dell’accusa, il processo al dirigente Asl sarebbe stato viziato da uno scarso impegno di Arnesano: da qui il sospetto che il pm avesse voluto favorire Narracci chiedendone poi l’assoluzione. In particolare, gestendo in maniera insufficiente un testimone. Glielo contesta il procuratore capo: «Fa due domande. Due paginette! Un processo di peculato a un alto dirigente dello Stato si fa così?».
Insomma, nel corso dell’interrogatorio viene passato al setaccio più in generale il rapporto di Arnesano con tutti i dirigenti Asl coinvolti: non solo con Narracci e Siciliano, dunque, ma anche con Giuseppe Rollo, primario di Ortopedia, e Giorgio Trianni, primario di Neurologia, entrambi al Fazzi. In ogni caso, Arnesano nega il nesso di causalità tra favori ricevuti ed eventuali (e presunti) aiuti di carattere giudiziario. Una difesa strenua, quella di Arnesano. Che nel finale si lascia andare: «Procuratore, signor giudice: restituitemi alla mia famiglia. Non mi lasciate qui dentro». Poche settimane dopo gli vengono concessi gli arresti domiciliari.

rif: https://www.quotidianodipuglia.it/lecce/il_pm_arnesano_davanti_al_giudice_ho_sbagliato_non_sono_un_mostro-4321202.html

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