La figura del giudice Longo trascina la Procura di Roma nella bufera

Il magistrato arrestato mentre era in servizio alla sezione distaccata di Ischia. Dall’inchiesta della Procura di Perugia emerge che i suoi presunti amici avvocati si erano interessati affinché Longo venisse nominato procuratore della Repubblica di Gela. Coinvolgendo l’allora membro del Csm Luca Palamara, che è stato anche presidente dell’Anm e attualmente in servizio all’ufficio inquirente di Roma. Si parla di una mazzetta per favorire la promozione dell’ex magistrato dell’ufficio giudiziario ischitano.

 L’inchiesta giudiziaria che coinvolse il giudice civile della sezione distaccata di Ischia Giancarlo Longo tiene ancora banco, creando una vera e propria bufera nell’ambito della magistratura. Come si ricorderà, Longo venne tratto in arresto dalla Guardia di Finanza su ordine del giudice per le indagini preliminari di Messina per corruzione nell’ambito delle funzioni da lui stesso detenute qualche anno prima presso la procura della Repubblica di Siracusa. I militari delle fiamme gialle giunti dalla città dello Stretto vennero accompagnati dai colleghi della tenenza di Ischia per prelevare il magistrato e condurlo in carcere, ove rimase fino all’udienza del riesame, ottenendo gli arresti domiciliari. La sua vicenda processuale si è chiusa qualche mese fa con una richiesta di patteggiamento accolta dal tribunale a cinque anni di reclusione, le dimissioni dall’ordine giudiziario e con la riparazione parzialmente del danno allo Stato.
Sembrava che tutto si fosse concluso “agevolmente”, ma così non è stato, in quanto i suoi due amici di un tempo, gli avvocati Pietro Amara e Giuseppe Calafiore, che hanno patteggiato anche loro le pene per i reati contestati, hanno collaborato con la giustizia. E si è appreso da fonti giudiziarie della Procura di Roma che uno dei due avrebbe riferito ai magistrati che sarebbe stata promessa una dazione di 40.000 euro ad un magistrato importante della stessa Procura della capitale, Luca Palamara, affinché spingesse per promuovere il loro amico, il giudice Giancarlo Longo, per la nomina a procuratore della Repubblica di Gela. Nomina che non è mai arrivata e che tutti gli interessati respingono. L’operazione si sarebbe potuta perfezionare per il tramite di Fabrizio Centofanti, amico del Palamara. Magistrato di un certo spessore e di rilevanza nazionale, per aver ricoperto la carica di presidente dell’Associazione nazionale magistrati e successivamente membro del Consiglio superiore della magistratura. E’ grazie soprattutto a quest’ultimo incarico che si sarebbe dovuto architettare questa promozione. Rimasta nel cassetto, anche perché esplose oltre un anno e mezzo fa la famosa inchiesta della Procura di Messina che portò all’arresto sia del Longo che dei due avvocati che avevano una capacità innata di relazionarsi con il bel mondo dell’alta finanza e anche con altri rappresentanti istituzionali. Ognuno in quella fase cercò di respingere l’accusa, ma gli elementi raccolti furono tali da consigliare i diretti interessati ad avere un atteggiamento ben diverso, in quanto oltre a Messina indagava Roma, attirando quegli stessi avvocati nella sfera investigativa per aver avuto rapporti finanche con qualche personaggio della giustizia amministrativa intervenuto per favorire i loro interessi o quantomeno dei clienti che rappresentavano. Un peso accusatorio di dimensioni tali da costringere i due professionisti a cambiare strategia difensiva. Collaborando, tant’è vero che la loro richiesta di patteggiamento venne accordata dai pubblici ministeri in tre anni di reclusione. E nell’ambito dei verbali acquisiti e in parte secretati, gli atti vennero trasmessi per competenza alla procura della Repubblica di Perugia nelle indagini nei confronti dei magistrati capitolini. Tant’è vero che si parla anche di una iniziativa che non trovò pieno consenso da parte di un magistrato della pubblica accusa di Roma, non collimando con le conclusioni con cui erano giunti il procuratore Pignatone e il suo aggiunto Ielo, che decisero che non vi erano le condizioni per proseguire nelle indagini nei confronti di uno degli avvocati che aveva ammesso alcune circostanze che avevano poi indotto a trasmettere gli atti ad altra autorità giudiziaria. Tanto da essere sollevato dall’inchiesta. Il magistrato in questione non si diede per vinto e segnalò l’accaduto anche al Consiglio superiore della magistratura.

L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI PERUGIA
Poi la situazione è completamente esplosa con l’iniziativa dei pubblici ministeri di Perugia di procedere alla perquisizione nell’abitazione del sostituto procuratore di Roma Palamara. Il quale si è dichiarato estraneo, di non aver ricevuto un becco di un centesimo dando la massima disponibilità a verificare i suoi movimenti bancari e le risorse finanziarie da lui possedute negli ultimi anni. Ammettendo solo di avere dal 2008 un rapporto di amicizia con il Centofanti, che all’epoca era uno stimato imprenditore e che non era stato mai coinvolto nelle indagini. Lo stesso Centofanti, sentito dagli inquirenti, ha escluso categoricamente di aver fatto da tramite per convincere il suo amico magistrato a sponsorizzare nell’ambito del Csm la nomina di Giancarlo Longo a procuratore capo di Gela. Lo stesso indagato ha dichiarato ai magistrati che lo hanno interrogato in queste ultime ore di non aver mai fatto parte della commissione per gli incarichi direttivi del Csm e che quella nomina non è stata mai presa in considerazione dall’organo di autogoverno della magistratura. Tutto sarebbe una vera e propria montatura.
Ma cosa c’è dietro questa inchiesta che sta sconquassando la magistratura italiana? Alcuni ritengono che vi sia una vera e propria contrapposizione in relazione alla nomina del nuovo procuratore capo di Roma, essendo il Pignatone in quiescenza e si sarebbe dovuto discutere anche della promozione del Palamara a procuratore aggiunto. Quest’ultimo ha titoli per ricoprire tale incarico, anche per essere uno degli esponenti di rilievo della corrente Unicost, tra le più rappresentative nel panorama dei giudici. Avendo ricoperto ruoli di livello nazionale prima come presidente dell’Anm e poi consigliere del Csm.

LE NOMINE
Lo sconquasso coinvolge altri aspetti che sono all’attenzione del plenum. Soprattutto le nomine dei capiufficio di Procure importanti. Oltre Roma, di cui abbiamo fatto cenno poc’anzi, c’è quella di Perugia, che indaga sui fatti accaduti nell’ufficio romano e come si sa i concorrenti sono numerosi. Tra cui magistrati di provata esperienza come Raffaele Cantone, a capo dell’Anticorruzione, o come Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Entrambi aspirano a sedersi sulla poltrona più importante della Procura di Perugia insieme ad altri due autorevoli magistrati che siedono attualmente negli uffici della Procura generale.
Tutta questa storia è partita da una piccola Procura siciliana, quella di Siracusa. Dove Giancarlo Longo era uno dei sostituti di punta e che aveva rapporti con gli avvocati Amara e Calafiore, che rappresentavano gli interessi in alcune indagini dell’Eni. Una multinazionale italiana che si occupa di idrocarburi, le cui attività erano sottoposte al vaglio dell’ufficio inquirente di Milano. Siracusa contestualmente apriva una nuova indagine sempre riferita alle attività dell’Eni e si chiedevano informazioni ai magistrati milanesi, ma non per approfondire taluni filoni aperti, ma solo per conoscere quali fossero gli elementi raccolti per giungere a dei “favori”. Un intreccio mostruoso che, come evidenziano gli ultimi sviluppi, ha interessato la Procura più importante del nostro Paese. Per le amicizie, le conoscenze e gli interessi che ruotano in determinate strutture finanziarie ed imprenditoriali. Rendendosi a questo punto necessario un intervento del Consiglio superiore della magistratura e delle alte sfere dell’Ufficio Ispezioni del Ministero e del procuratore generale presso la Cassazione affinché vengano dissipate storture e coinvolgimenti di personaggi che rappresentano le Procure più importanti italiane.

Rif:http://www.ildispariquotidiano.it/it/la-figura-del-giudice-longo-trascina-la-procura-di-roma-nella-bufera/

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