I due magistrati indagati tra politica e pentiti

Indagati per calunnia Carmelo Petralia

Via D’Amelio – Anna Palma e Carmelo Petralia coinvolti nell’inchiesta sul depistaggio di Scarantino

Uno ha costruito la sua carriera nei ruoli dell’accusa, l’altra è stata per oltre dieci anni fuori ruolo, impegnata nello staff dell’ex presidente del Senato Renato Schifani e poi nelle stanze di Via Arenula, come vicecapo Dipartimento per gli affari di Giustizia. Carmelo Petralia e Anna Palma, indagati dalla Procura di Messina per il depistaggio di via D’Amelio, sono i primi magistrati chiamati a rispondere della colossale mistificazione costruita a tavolino sulle parole del pentito farlocco, Vincenzo Scarantino.

Top secret il contenuto dell’accusa di calunnia aggravata ipotizzata nei loro confronti, ma si sospetta che un ruolo cruciale della nuova indagine potrebbero giocare le 19 bobine trasmesse da Caltanissetta con registrazioni telefoniche dell’epoca, pronte a essere riversate su supporti moderni per la valutazione.

Di certo c’è che Scarantino aveva i numeri di cellulare di almeno quattro magistrati quando, nell’estate del ’95, era detenuto ai domiciliari a San Bartolomeo al Mare (Imperia), nella casa dove sarebbe stato “indottrinato” dagli uomini del gruppo Falcone-Borsellino e dove era installato un telefono fisso. Lo ha rivelato lui stesso, nel processo in corso ai poliziotti Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di averlo aiutato a memorizzare i verbali taroccati. “Il numero della Palma – ha detto Scarantino – mi sembra che me l’aveva dato Bo; quello del procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra (morto nel 2017, ndr) me l’aveva dato lui stesso, quello di Petralia me l’aveva dato il poliziotto Vincenzo Ricciardi, e quello del pm Nino Di Matteo me l’aveva passato Tinebra”. Di Matteo, sentito nel quater, è l’unico ad aver riferito spontaneamente di aver ricevuto in quel periodo messaggi vocali da Scarantino sul proprio cellulare, precisando però di non avergli mai risposto perché impegnato in un’udienza.

Diventata nel 2016 avvocato generale della Repubblica a Palermo (in quell’occasione il suo sponsor fu l’avvocato Paola Balducci, già deputata di Sel e compagna dell’ex ad delle Ferrovie dello Stato lo scomparso Lorenzo Necci), la Palma ha attraversato numerose polemiche per la sua familiarità con la politica (è sposata con Elio Cardinale, sottosegretario alla Salute nel governo Monti), la sua frequentazione di aggregazioni paramassoniche (nel ’79 fu nominata dama del Santo Sepolcro, lo stesso Ordine al quale apparteneva lo 007 Bruno Contrada, in cui rimase fino al ’93) e la sua amicizia con Totò Cuffaro, il governatore siciliano condannato per mafia. Fu Cuffaro a designare il fratello della Palma, già magistrato della Corte dei conti, “vicecommissario regionale per l’emergenza idrica in Sicilia”, come scrisse l’informatico Gioacchino Genchi nel libro autobiografico firmato con il giornalista Edoardo Montolli.

Sentita dalla Commissione regionale antimafia su via D’Amelio, Palma non ha saputo spiegare perché sul sopralluogo eseguito da Scarantino nella carrozzeria di via Messina Marine, in cui furono rubate le targhe poi montate sull’autobomba, non venne redatto alcun verbale: “Non mi sono posta assolutamente il problema – ha risposto – devo dire forse sarò stata ignorante”.

Già nella Dda catanese nel ’92, Petralia arriva a Caltanissetta a rafforzare il pool di magistrati all’indomani di via D’Amelio e negli anni successivi approda alla Procura nazionale antimafia, per poi guidare la Procura di Ragusa. Il suo ruolo nelle indagini su via D’Amelio è segnalato dall’Antimafia regionale nell’episodio di San Bartolomeo a Mare, la prima ritrattazione di Scarantino, bloccata proprio dall’intervento del pm, che in tempo reale, alla Questura di Genova, verbalizzò la ritrattazione della ritrattazione.

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