Ecco perché Fuzio deve dimettersi (e non solo lui)

L’Espresso online ha reso pubblica la conversazione registrata, nel corso dell’inchiesta di Perugia a carico di Luca Palamara, il 21.5.2019 tra il pg della Cassazione Riccardo Fuzio e l’indagato, il cui contenuto veniva gelosamente tenuto nascosto da oltre 15 giorni dal Csm – silenti anche i vertici – in attesa, forse, che si calmassero le acque. Nel corso dell’incontro, il pg ha messo al corrente l’indagato di alcuni dettagli dell’inchiesta per corruzione nei suoi confronti e ha discusso con lui della operazione e dei voti per eleggere il pg di Firenze Marcello Viola a Procuratore di Roma. Tre le considerazioni: la prima che, a sostituirsi all’improprio silenzio delle Istituzioni, è stata, ancora una volta, la stampa nell’insopprimibile esercizio del diritto di informare i cittadini che, a loro volta, hanno il diritto di essere informati. La seconda è che lo scorretto comportamento di Fuzio – al pari di quello, altrettanto scorretto, di cinque membri del Csm, di cui quattro si sono dimessi e uno è ancora in “autosospensione (!?) – è “normale” espressione (assolutamente riprovevole) della degenerazione delle correnti che, costituitesi in gruppi di potere, hanno capi – spesso privi di incarichi formali – che, in quanto “signori delle tessere”, impartiscono disposizioni ai componenti il gruppo e sono in grado di determinare l’elezione dei prescelti a componenti del Csm, ai quali, successivamente, vengono impartite direttive per le nomine ai posti direttivi, anche di vertice. Ciò spiega perché i cinque componenti del Csm (due di Unicost, Spina e Morlini, tre di MI, Cartoni, Lepre, Criscuoli) vadano alle riunioni “carbonare” con Luca Palamara e Cosimo Ferri (capi indiscussi delle due correnti) per discutere, molto scorrettamente (anche con un deputato imputato, Luca Lotti) la nomina dei procuratori di Roma e di Perugia e dello stesso Palamara a procuratore aggiunto della Capitale; e ciò spiega perché il pg discuta impropriamente con l’indagato che, però, è il capo indiscusso della sua corrente alla quale deve molto per essere stato, per anni, in quota Unicost al Csm come magistrato-segretario, come addetto all’ufficio studi e, infine, come componente; e, del resto, la sua nomina a procuratore generale è frutto della convergenza sul suo nome anche dei voti di Unicost (compreso il Palamara) e di MI. Se questi sono gli effetti perversi delle correnti, degenerate in impropri e pericolosi centri di potere, allora i vertici della Anm devono convocare l’assemblea dei soci per deliberare sullo scioglimento di esse, in maniera che gli associati possano liberamente discutere, senza vincoli o pressioni, all’interno dell’Associazione, dei loro problemi nel trasparente confronto delle diverse opinioni. La terza considerazione è che i gravissimi comportamenti del pg – ancora più gravi di quelli tenuti dai cinque componenti del Csm nei cui confronti proprio il pg ha avviato l’azione disciplinare – pongono il problema di come possa essere esercitata l’azione disciplinare nei confronti del pg che ne è l’unico, esclusivo titolare e che certamente non la può esercitare contro se stesso. Il ministro di Giustizia può proporre l’azione disciplinare (e, nella specie, data la gravità della questione deve avviare da subito gli accertamenti), ma la proposta è pur sempre fatta al pg che non può certamente delegare l’inchiesta disciplinare al procuratore aggiunto o agli avvocati generali da esercitarsi nei suoi confronti (e al quale, anche nei casi di delega, spetterebbe sempre e comunque l’ultima parola). Né si può ricorrere all’“autosospensione” dalla carica di procuratore generale, istituto che non esiste nel nostro ordinamento giuridico e che sarebbe un mero, censurabile espediente. L’unica soluzione, in un caso del genere, anche per la gravità dei comportamenti, non può che essere quella delle dimissioni del procuratore generale dall’Ordine giudiziario.

Rif: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/07/03/ecco-perche-fuzio-deve-dimettersi-e-non-solo-lui/5297352/

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