I magistrati furbetti che fanno milioni con le aste immobiliari (Alessandro Di Giacomo, Chiara Mazzaroppi Francesco Mazzaroppi, Gemma Cucca, Elisabetta Carta)

Case e ville comprate per poco e rivendute a prezzi da capogiro. Così un gruppo di toghe in Sardegna lucrava sulle gare e sulle speculazioni edilizie.

I magistrati furbetti che fanno milioni con le aste immobiliari

Magistrati proprietari di ville “vista mare” da milioni di euro o che comprano immobili da capogiro ai prezzi ribassati dell’asta e poi li rivendono al valore di mercato, intascandosi la differenza. In barba alla legge che prevede che le toghe non possano partecipare alle aste giudiziarie, per ovvi motivi di conflitti di interessi.

Invece a Tempio Pausania, in Sardegna, c’erano giudici che facevano speculazioni edilizie facendo vincere le gare ad amici i quali poi li nominavano come aggiudicatari. E a quel punto, i magistrati rivendevano quegli immobili al triplo del prezzo.

Un giro di affari smascherato da altri magistrati, quelli di Roma, in particolare il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pubblico ministero Stefano Fava, che hanno iniziato a indagare nel 2016 su una villa affacciata sul mare di Baia Sardinia.

L’immobile, appartenuto a un noto imprenditore della zona finito male, venne messo all’asta e aggiudicato, complice il giudice fallimentare Alessandro Di Giacomo, a un avvocato «per persona da nominare». Le persone che poi sono state indicate erano Chiara Mazzaroppi, figlia dell’ex presidente del tribunale di Tempio Pausania, Francesco, e il di lei compagno, Andrea Schirra, anche loro magistrati in servizio (presso il tribunale di Cagliari). La villa, grazie alle «gravi falsità» contenute nella perizia, per usare le parole del gip di Roma Giulia Proto, è stata pagata 440 mila euro. Un ribasso ottenuto con «vizi macroscopici nella procedura di vendita»: tra l’altro si certificava la presenza in casa del comodatario che in realtà era morto qualche mese prima. A nulla erano valse segnalazioni e proteste dei creditori: il giudice ha deciso di ignorarle. Per garantire alla figlia del suo ex capo, o forse direttamente a lui, un affare immobiliare non da poco: l’intenzione era di ristrutturare il complesso e di rivenderlo a 2 milioni di euro. Ovvero con una plusvalenza di 1,6 milioni.

Insomma, un affare niente male. Per il quale, poco prima di Natale, il giudice Alessandro Di Giacomo è stato punito con l’interdizione a un anno dalla professione. I Mazzaroppi, padre e figlia, e Schirra sono indagati.

L’indagine ha svelato anche una serie di affari simili per i quali, però, non è possibile procedere: i reati sono già prescritti. Dalle carte depositate dalla procura di Roma, infatti, si scopre che gli affari immobiliari di Francesco Mazzaroppi hanno origini ben più lontane. Correva l’anno 1999 quando il giudice Di Giacomo, ancora lui, assegnò a un’avvocatessa, Tomasina Amadori (moglie del suo collega Giuliano Frau), il complesso alberghiero “Il Pellicano” di Olbia, una struttura da 34 camere. Amadori, a quel punto, indicò come aggiudicataria la Hotel della Spiaggia Srl, società riconducibile al commercialista Antonio Lambiase. Il prezzo dell’operazione era poco più di un miliardo di lire. Un anno dopo, “Il Pellicano” venne venduto da Lambiase, vicino a Mazzaroppi padre, a 2,3 miliardi: più del doppio del prezzo di acquisto. Scrive il pm di Roma Stefano Fava: «Risultano agli atti gli stretti rapporti economici intercorrenti tra Antonio Lambiase e Francesco Mazzaroppi. Lambiase ha infatti acquistato un terreno in località Pittolongu di Olbia cedendone poi metà a Rita Del Duca, moglie di Mazzaroppi.

Su tale terreno Lambiase e Mazzaroppi hanno edificato due ville», nelle quali vivono tuttora. Chiosa il pm: «Le evidenziate analogie, oggettive e soggettive, con la vicenda relativa all’aggiudicazione dell’immobile di Baia Sardinia, nonché la perfetta sovrapponibilità delle condotte dimostrano come anche la vendita a prezzo vile dell’albergo “Il Pellicano” sia conseguente a condotte illecite, non più perseguibili penalmente perché prescritte».

A corredo di tutto ciò, la procura di Roma ha raccolto anche una serie di testimonianze tra le quali quella dell’allora presidente della Corte d’Appello di Cagliari, Grazia Corradini, che non usa mezzi termini: «In relazione all’acquisto del terreno su cui Francesco Mazzaroppi aveva edificato la sua villa c’erano state in passato delle segnalazioni relative a rapporti poco limpidi con i locali commercialisti e in particolare con Lambiase, consulente del Consorzio Costa Smeralda, insieme al quale avrebbe acquistato più di dieci anni fa il terreno su cui era stata realizzata la villa».

La Corradini racconta poi di come a queste segnalazioni fossero seguite due indagini, una penale e una predisciplinare senza alcun esito.

Poi Corradini parla anche della villa a Baia Sardinia: «Lavicenda indubbiamente appare poco limpida se si considera il prezzo di vendita di una villa assai prestigiosa che si affaccia su Baia Sardinia, il cui prezzo di mercato si può immaginare pari ad almeno alcuni milioni di euro». Una questione su cui «ha relazionato il presidente del Tribunale di Tempio, la cui relazione allego unitamente ai documenti acquisiti che sembrerebbero confermare una “regolarità formale” nelle procedure di vendita, come ci si poteva attendere visto che eventuali interferenze è difficile che risultino dagli atti della procedura».

Il presidente del tribunale di Tempio chiamato in causa era Gemma Cucca, che ora è presidente della Corte d’Appello di Cagliari, dove è succeduta proprio alla Corradini. Anche lei è indagata dalla procura di Roma.

Ce ne sarebbe abbastanza, ma il torbido al tribunale di Tempio Pausania continua con le rivelazioni di segreto d’ufficio, ingrediente indispensabile in un sistema che si reggeva su favori e amicizie. Sempre nel corso delle indagini sulla villa di Baia Sardinia, infatti, gli inquirenti hanno sentito due indagati parlare tra di loro del fatto che il gip Elisabetta Carta, che aveva firmato il 1 giugno 2016 un decreto d’urgenza per intercettarli, li avesse prima avvisati. Scrive il giudice di Roma: «La vicenda è particolarmente grave: il gip che ha autorizzato una intercettazione informa gli indagati che sono sotto intercettazione dicendo loro di “stare attenti”, il tutto mentre le intercettazioni sono ancora in corso».

Elisabetta Carta si è difesa negando le accuse a suo carico e ammettendo solo di avere avuto con la coppia buoni rapporti lavorativi. Per lei è già stata disposta l’interdizione per un anno.

Non è finita: di quelle intercettazioni, chissà come, venne informato anche Francesco Mazzaroppi, all’epoca presidente della Corte d’Appello di Cagliari e – come detto – padre dell’acquirente Chiara Mazzaroppi.
Tutto questo sembrava normale, nel tribunale di Tempio Pausania, dove i magistrati erano preoccupati soltanto di fare affari immobiliari.

Rif: http://espresso.repubblica.it/inchieste/2018/04/10/news/i-magistrati-furbetti-che-fanno-affari-con-le-aste-immobiliari-1.320423

Banca Etruria, il Csm sul pm Rossi Roberto: “Chiese la proroga dell’incarico e fu pagato”

Tra le questioni controverse l’omissione dell’eventuale conflitto di interessi per i due incarichi iniziati ai tempi del governo Letta e proseguiti con quello di Renzi. Le due consulenze furono pagate in totale 7500 euro.

Niente procedura di trasferimento per incompatibilità nei confronti del procuratore di Arezzo Roberto Rossi. Secondo il Csm non ci sono gli estremi, cioè non ci sono state condotte seppure “indipendenti da colpa” tali da mettere il magistrato “in condizione di non esercitare le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità“. E in particolare “non ci sono elementi per sostenere un rapporto di conoscenza tra il dottor Rossi con il ministro Maria Elena Boschi, tale da mettere in discussione il profilo dell’imparzialità e dell’indipendenza del magistrato nella trattazione di vicende processuali che potenzialmente potrebbero coinvolgere parenti del citato ministro”. A deciderlo è stato il plenum del Consiglio superiore della magistratura che così ha archiviato il caso del capo dei pm di Arezzo finito all’attenzione di Palazzo dei marescialli per un incarico di consulenza giuridica svolta per il governo fino alla fine del 2015, quando già aveva avviato le prime indagini su Banca Etruria, di cui è stato per un periodo vicepresidente Pierluigi Boschi, padre del ministro per le Riforme. Ma seppure resa più soft, la delibera approvata non risparmia critiche al procuratore di Arezzo, a cui si rimprovera di non aver pensato di rinunciare all’incarico di consulenza quando cominciò a indagare su Banca Etruria e di essersi autoassegnato i relativi fascicoli, coinvolgendo nelle inchieste i suoi sostituti solo dopo le sue audizioni davanti al Csm.

Non si è trattato di una decisione indolore né per Rossi, né per il Csm. Per il magistrato perché gli atti sono stati comunque inviati al pg della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare nei confronti delle toghe per le valutazioni di sua competenza. Per il Csm perché la discussione è stata costellata da pesanti critiche sul lavoro svolto dalla prima commissione, che si occupa delle procedure disciplinari, accusata di aver “travalicato i suoi compiti”, con un’istruttoria quasi da “Superprocura“, dalla laica di Forza Italia Elisabetta Casellati e dai togati di Magistratura Indipendente, Claudio Galoppi e Lorenzo Pontecorvo.

E anche perché sulla delibera finale si sono astenuti gli stessi relatori, il presidente della commissione, l’ex ministro Renato Balduzzi, e il togato di Area Piergiorgio Morosini, che pure avevano presentato delle modifiche al testo per venire incontro alle richieste di Unicost, la corrente in cui “milita” il procuratore di Arezzo. L’accordo è saltato quando a sorpresa il gruppo delle toghe di centro ha presentato un emendamento, approvato a maggioranza, per escludere l’inserimento degli atti nel fascicolo del procuratore.

Risultato: la delibera finale è passata con 11 voti (dei togati di Unicost, di Magistratura Indipendente, dei laici di Ncd Antonio Leone e di Sel Paola Balducci e del primo presidente della Cassazione), il no del laico di Forza Italia Pierantonio Zanettin (contrario a un testo ammorbidito perché convinto che “l’immagine e la credibilità del procuratore siano definitivamente compromesse”) e l’astensione oltre che dei relatori, dell’intero gruppo di Area, del pg della Cassazione e del vicepresidente Giovanni Legnini (per assicurare il numero legale, come ha spiegato lo stesso numero due di Palazzo dei marescialli).

Nuove verifiche su Etruria: i dubbi sulle versioni del procuratore di Arezzo, Roberto Rossi.

Lettere e verbali di Palazzo Koch su fusione e bancarotta. Per trovare un partner l’istituto incaricò come advisor Rothschild e Lazar. Ci saranno altri controlli su Boschi senior e sulle responsabilità del cda.

La commissione parlamentare d’inchiesta dovrà svolgere nuove verifiche su quanto accaduto nel crac di Banca Etruria. In vista dell’ufficio di presidenza fissato per martedì che deciderà sulle audizioni del governatore di Bankitalia Vincenzo Visco e dell’ex amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni, saranno acquisiti nuovi documenti che riguardano i rapporti tra l’istituto di credito aretino e Bankitalia. Le carte già a disposizione mostrano infatti che durante l’audizione di giovedì il procuratore Roberto Rossi, titolare dell’indagine, avrebbe fornito versioni diverse da quelle che risultano agli atti. Tanto che alcuni esponenti dell’opposizione lo accusano addirittura di «aver mentito prospettando una situazione ben diversa da quella che invece ha portato al fallimento». Sono proprio le relazioni, gli scambi di lettere e le citazioni per le azioni di responsabilità a fornire il quadro che stride con le dichiarazioni dell’alto magistrato. Anche tenendo conto che Rossi ha dichiarato di avere tuttora in corso «approfondimenti sul ruolo di Bankitalia e Consob», pur consapevole che si tratta di attività per le quali è competente la procura di Roma.

L’operazione con Pop Vicenza

«Ci è sembrato un poco strano — attacca Rossi — che la Banca d’Italia avesse inoltrato a Banca Etruria un invito di integrazione con la Banca Popolare di Vicenza che era in condizioni simili». In realtà la sequenza emersa dagli atti racconta una storia diversa. Il 3 dicembre 2013 l’allora governatore Visco scrive una lettera al presidente del cda di Etruria Giuseppe Fornasari per evidenziare le «rilevanti criticità» dovute tra l’altro «alle dimensioni del portafoglio deteriorato» e sottolinea la convinzione che la Banca «non sia più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento». Dunque «dispone la convocazione del cda entro 10 giorni dal ricevimento della missiva con all’ordine del giorno l’integrazione della Popolare in un gruppo di adeguato standing in grado di apportare le necessarie risorse patrimoniali, manageriali e professionali». Per questo Etruria nomina come advisor «per il supporto» nella ricerca Rothschild e Lazard che contattano 27 gruppi. Si fa avanti soltanto PopVicenza che il 29 gennaio 2014 formalizza il proprio interesse. Il direttore generale chiede un incontro in Bankitalia per illustrare la strategia: procedere con «un’Opa per cassa su almeno il 90 per cento del capitale». Bankitalia dà conto delle trattative in corso con numerosi verbali. L’ultimo, datato 18 giugno 2014, è un «appunto per il direttorio» in cui il capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo dà atto che il negoziato è fallito «perché Etruria ha formalmente respinto la proposta di Opa». E quindi propone «un’approfondita ed estesa opera di revisione degli impieghi riguardante la corretta classificazione di vigilanza e un’aggiornata valutazione del grado di recuperabilità». 

Roberto Rossi e Pier Ferdinando Casini (Imagoeconomica)
La posizione di Pierluigi Boschi

Il secondo punto sul quale saranno effettuati ulteriori controlli riguarda la posizione dell’ex vicepresidente Pier Luigi Boschi, padre del sottosegretario Maria Elena. Durante la sua audizione il procuratore Rossi ha dichiarato che Boschi e gli altri componenti dei cda a partire dal 2010 non sono tra gli indagati per bancarotta «perché non hanno partecipato alle riunioni degli organi della banca che hanno deliberato finanziamenti finiti poi in sofferenza». Ma anche perché «non avevano informazioni sufficienti sulle operazioni». Una posizione che ha scatenato le opposizioni. Con una richiesta formale il senatore di Idea Andrea Augello accusa il magistrato di «non aver detto la verità, esponendo una tesi falsa» e per questo ha chiesto al presidente Pier Ferdinando Casini di sollecitare Bankitalia alla trasmissione di nuovi documenti. E spiega: «Tutte le linee di credito e richiedono un formale rinnovo, generalmente ogni 18 mesi. È impossibile che il nuovo cda si sia baloccato solo con crediti insolventi, ma deve aver rinnovato tra il 2010 e il 2012 tutti i crediti privi di garanzie erogati nel biennio precedente. E questo è peggio di quanto fatto da chi li ha concessi anche perché ha ritardato la possibilità di avviare una procedura di recupero, finché la situazione non è divenuta insostenibile e il cda ha proceduto ad una serie di svalutazioni, azzerando il patrimonio aziendale».

Procutore Rossi Roberto: La toga che indaga sulle banche lavora pure per Palazzo Chigi Il procuratore capo di Arezzo sarebbe un consulente del governo di Renzi. Lavora per il Dipartimento degli affari giuridici

Il caso di Banca Etruria si allarga ed emerge un nuovo conflitto di interessi. Quello della Boschi è noto, ma adesso entra in campo pure la procura di Arezzo.

A svelare il retroscena è il Fatto Quotidiano, il procuratore capo di Arezzo, quello della Procura che indaga sul presunto conflitto d’interessi degli ex vertici dell’istituto, sarebbe un consulente del governo a Palazzo Chigi. Poi, come spiega Il Fatto Quotidiano, alla voce si sono aggiunge le evidenze: nel numero 81 dell’elenco di consulenti e collaboratori della presidenza del Consiglio ecco materializzarsi il nome di Roberto Rossi, con tanto di curriculum. E nel cv si legge, tra le altre, che l’uomo è “attualmente Procuratore della Repubblica facente funzioni presso la Procura della Repubblica di Arezzo”.

L’uomo è stato nominato nel febbraio di quest’anno tra i consulenti di lavoro del governo Renzi. Di fatto Rossi è a capo della Procura che sta indagando sul caso che lambisce Pier Luigi Boschi, padre del ministro delle Riforme ed ex vicepresidente di Banca Etruria. Nel dettaglio, Rossi è consulente del Dagl (Dipartimento degli affari giuridici e legislativi), a cui capo c’è Antonella Manzione. L’incarico della toga scade il 31 dicembre 2015, e prevede una retribuzione di 5mila euro lordi. Il suo compito a Palazzo Chigi viene così descritto: “Attività di consulenza, instruendo e rendendo pareri in materie riguardanti il diritto penale, la procedura penale, sanzioni amministrative, nonché su problemi concernenti”.

l “Paese delle Meraviglie di Maria Etruria Boschi e Pm Rossi”

Scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano di oggi 19 dicembre 2015: “Dobbiamo tante scuse a Maria Etruria Boschi. Vittime della cultura del sospetto, avevamo ipotizzato un suo conflitto d’interessi nella storiaccia della Banca del Buco. Poi l’abbiamo sentita alla Camera e ogni dubbio è svanito. Ci ha convinti. Se lo dice lei, osservatrice super partes, se lo conferma il suo amico premier e se lo ribadiscono i deputati della maggioranza che devono guadagnarsi la ricandidatura, allora è vero: nessun conflitto d’interessi. Alla luce della sua impeccabile ricostruzione e di testimonianze di prima mano, la storia di Banca Etruria e dei tre decreti salva-banche va riscritta così.”

“4.5.2013. L’assemblea dei soci di Etruria, sull’orlo del crac, nomina vicepresidente Pier Luigi Boschi, membro del Cda dal 2011 e incidentalmente padre di Maria Elena, casualmente promossa due mesi prima ministra delle Riforme e dei Rapporti col Parlamento. Lei, azionista della banca come tutta la famiglia, è pazza di gioia: “Bravo papà, era ora che si accorgessero di quanto sei bravo. Temevo che la mia nomina a ministro ti stroncasse la carriera, invece la tua bravura ha vinto su tutto. Malgrado io sia ministra, ti han promosso lo stesso: sei un fuoriclasse”. Infatti il nuovo vertice, in un anno, riesce a depauperare il patrimonio sociale per 5 miliardi.”

“1.11.2014. Anche Bankitalia si accorge di quant’è bravo Pier Luigi e appioppa una multa di 2,5 milioni a tutto il vertice di Etruria (144 mila euro a lui) per “violazione delle disposizioni sulla governance”, “carenze nell’organizzazione e nei controlli interni”, “carenze nella gestione e nel controllo del credito”, “carenze nei controlli”, “violazioni in materia di trasparenza”, “omesse e inesatte segnalazioni agli organi di vigilanza” – continua Marco Travaglio nel suo l’editoriale dal titolo “Morto un Gelli se ne fa un altro” -. Ma è tutta invidia, infatti lui resta al suo posto finché Bankitalia impone al governo di commissariare Etruria. Il procuratore di Arezzo, Roberto Rossi, indaga per falso in bilancio e altri reati sugli ultimi Cda, dove sedeva papà Boschi, che però è uno dei pochi a non venire indagato.”

“20.1.2015. Il governo Renzi, a Borse chiuse per evitare speculazioni, annuncia un decreto per trasformare le banche popolari in Spa. Tra queste c’è Etruria, che Bankitalia ha già dato per morta. Ma ora pare risorta e i risparmiatori, anziché fuggire a gambe levate, tornano a fidarsi. Nei giorni precedenti però qualcuno se l’è cantata, infatti c’è la corsa ad acquistare titoli di popolari, specie di Etruria.” (…)

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi

(Articolo intero su dagospia.com) – Dobbiamo tante scuse a Maria Etruria Boschi. Vittime della cultura del sospetto, avevamo ipotizzato un suo conflitto d’ interessi nella storiaccia della Banca del Buco. Poi l’ abbiamo sentita alla Camera e ogni dubbio è svanito. Ci ha convinti. Se lo dice lei, osservatrice super partes, se lo conferma il suo amico premier e se lo ribadiscono i deputati della maggioranza che devono guadagnarsi la ricandidatura, allora è vero: nessun conflitto d’ interessi.

Alla luce della sua impeccabile ricostruzione e di testimonianze di prima mano, la storia di Banca Etruria e dei tre decreti salva-banche va riscritta così.

4.5.2014. L’ assemblea dei soci di Etruria, sull’ orlo del crac, nomina vicepresidente Pier Luigi Boschi, membro del Cda dal 2011 e incidentalmente padre di Maria Elena, casualmente promossa due mesi prima ministra delle Riforme e dei Rapporti col Parlamento. Lei, azionista della banca come tutta la famiglia, è pazza di gioia: “Bravo papà, era ora che si accorgessero di quanto sei bravo. Temevo che la mia nomina a ministro ti stroncasse la carriera, invece la tua bravura ha vinto su tutto. Malgrado io sia ministra, ti han promosso lo stesso: sei un fuoriclasse”. Infatti il nuovo vertice, in un anno, riesce a depauperare il patrimonio sociale per 5 miliardi.

1.11.2014. Anche Bankitalia si accorge di quant’ è bravo Pier Luigi e appioppa una multa di 2,5 milioni a tutto il vertice di Etruria (144 mila euro a lui) per “violazione delle disposizioni sulla governance”, “carenze nell’ organizzazione e nei controlli interni”, “carenze nella gestione e nel controllo del credito”, “carenze nei controlli”, “violazioni in materia di trasparenza”, “omesse e inesatte segnalazioni agli organi di vigilanza”.

Ma è tutta invidia, infatti lui resta al suo posto finché Bankitalia impone al governo di commissariare Etruria. Il procuratore di Arezzo, Roberto Rossi, indaga per falso in bilancio e altri reati sugli ultimi Cda, dove sedeva papà Boschi, che però è uno dei pochi a non venire indagato.

20.1.2015. Il governo Renzi, a Borse chiuse per evitare speculazioni, annuncia un decreto per trasformare le banche popolari in Spa. Tra queste c’ è Etruria, che Bankitalia ha già dato per morta. Ma ora pare risorta e i risparmiatori, anziché fuggire a gambe levate, tornano a fidarsi. Nei giorni precedenti però qualcuno se l’ è cantata, infatti c’ è la corsa ad acquistare titoli di popolari, specie di Etruria.

La Boschi, sospettata di aver preso parte al Cdm in conflitto d’ interessi, dice che il verbale è un segreto di Stato, poi però lo viola e giura che non c’ era: sarebbe stato conflitto d’ interessi e poi era in Senato. Lì nessuno l’ ha vista, ma si sa come sono le sante: ubique e, volendo, invisibili.

10.9.2015. Il Cdm approva lo schema del decreto che recepisce la direttiva europea sulle risoluzioni bancarie (bail-in). Riguarda anche Etruria. La Boschi è angosciata: “Mi si nota di più se vado o se non vado? Ma dai, ce lo chiede l’ Europa, che problema c’ è”. E va, come ad altre due riunioni preparatorie (tanto il verbale è segreto, no?). Non sa, la Vispa Teresa, che il diavolo è in agguato: mentre lei invia un sms con le emoticon, una mano furtiva aggiunge all’ art. 35 sei paroline (“nonché dell’ azione del creditore sociale”) che modificano il testo unico bancario sugli istituti commissariati e impediscono ai creditori sociali di chiedere i danni agli ex manager. Incluso papà. Lei non s’ accorge di nulla, glielo fanno sotto il naso: sennò sai come si metterebbe a strillare, allergica com’ è ai conflitti d’ interessi.

5.10.2015. La Boschi invia al presidente del Senato il decreto con dentro il salva-papà infilato a sua insaputa.

31.10.2015. La nota giureconsulta (sta riformando la Costituzione) partecipa ad Arezzo al convegno “Legalità e sviluppo”. Sul palco c’ è un pm, tal Roberto Rossi, e lei si arrovella: “Mi pare di averlo già visto da qualche parte, ma dove? Ah, la memoria!”.

16.11.2015. Nuovo Cdm sul salva-banche. La Boschi non c’ è, né del resto potrebbe accorgersi del codicillo salva-papà. Mica può cogliere certe sottigliezze: è solo laureata in Legge.

22.11.2015. Il Cdm vara il decreto. La Boschi fa sapere che non c’ è (qui il segreto sul verbale non vale). All’ uscita alcuni colleghi l’ avvicinano per spiegarle tutto. Ma lei si tappa le orecchie: “Non voglio sapere né sentire, sarebbe conflitto d’ interessi!”.

Poi uno, sempre a tradimento, butta lì che i conti in banca e le case di papà sono salvi: i creditori sociali non possono più aggredirli, a meno che non lo faccia il commissario scelto da Bankitalia e nominato dal suo governo. Lei spalanca gli occhioni colmi di lacrime: “Davvero avete fatto questo per me? Grazie, ragazzi, che pensiero gentile, non dovevate! Anche a nome di papà. Però per Natale non voglio più nulla, eh? Meno male che mi sono astenuta, se no era conflitto d’ interessi.L’ ho scampata bella!”.

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16.12.2015. Il Fatto rivela che il pm Rossi è consulente della Presidenza del Consiglio dai tempi di Letta, confermato dal governo Renzi, e ogni tanto gironzola per Palazzo Chigi dove ha l’ ufficio anche la Boschi. Figurarsi lo stupore della ministra: “Ecco chi era il pm del convegno! Lo dicevo che quella faccia non mi era nuova! Brrr che paura, è quello che indaga sulla banca di papà! A saperlo prima, mi sarei astenuta pure dal convegno! Fortuna che non sono fisionomista, sennò era conflitto d’ interessi! Matteo, quel Rossi è troppo bravo: lo confermiamo anche per l’ anno prossimo?”

Toghe sporche ci ricorda che abbiamo un grosso problema nella magistratura

Il CSM è diventato, anziché organo di autogoverno e garante dell’autonomia della magistratura, una struttura da cui il magistrato si deve guardare… (con) le correnti trasformate in cinghia di trasmissione della lotta politica” (Giovanni Falcone, 20 maggio 1990)

Il decreto della perquisizione disposta dalla procura di Perugia nei confronti dell’attuale sostituto procuratore a piazzale Clodio racconta una vicenda meritevole di attenzione. Il pm della procura di Roma, Luca Palamara, quando rivestiva il ruolo di componente del Csm avrebbe ricevuto 40 mila euro dagli avvocati Giuseppe Calafiore e Piero Amara per favorire la nomina di Giancarlo Longo a procuratore di Gela, non andata in porto.

Noi restiamo garantisti con tutti, per davvero, ma è interessante sottolineare la difesa di Palamara: “Sulla mia persona si stanno abbattendo i veleni della Procura di Roma, ma ho la tempra forte e non mi faccio intimidire. Sto chiarendo punto per punto tutti i fatti che  mi vengono contestati perchè ribadisco che non ho ricevuto pagamenti, né regali, né  anelli e non ho fatto favori a nessuno”.

Al netto, delle vicende personali da chiarire nelle sedi opportune emergono 3 questioni interessanti:

  1. Nelle procure c’è una guerra per bande, che mette il cittadino alla mercé di procuratori e PM sostanzialmente motivati da ragioni completamente avulse dalla applicazione dei codici. Queste dinamiche si riflettono evidentemente sulle garanzie del cittadino.
  2. Il CSM che dovrebbe vigilare su queste faccende è a sua volta preda di correntismi. Se da un lato è ovunque riconosciuta e richiamata l’assoluta necessità dell’indipendenza dei giudici e dei PM da ogni interferenza esterna, non si nota la stessa attenzione nei confronti della cosiddetta “autonomia interna” del magistrato, quella cioè rispetto al proprio organismo associativo.
  3. C’è da chiedersi se gli strumenti previsti per sanzionare condotte di magistrati corrotti o che comunque abusano del loro siano adeguati, a partire dall’impianto del CSM.

Quali soluzioni?

A) Da queste parti denunciamo da tempo la necessità di una profonda riforma della giustizia (quindi necessariamente costituzionale). Più che di riforma del CSM dovremmo parlare di riforma dei CSM, perché la separazione delle carriere è un bene necessario.

B) A presiedere i due CSM dovrebbe essere, non solo virtualmente, il Capo dello Stato, la cui posizione super partes di raccordo tra i poteri dello Stato garantisca il necessario collegamento della magistratura con le istanze esterne. Il primo presidente della Corte di cassazione è membro di diritto del CSM giudicante, mentre il procuratore generale della Corte di cassazione è membro di diritto del CSM requirente. I componenti di entrambi i nuovi Consigli sono nominati per metà dal Parlamento in seduta comune, e per metà, rispettivamente, dagli appartenenti all’ordine dei giudici e dai pubblici ministeri. La presenza dei due membri di diritto (primo presidente della Corte di cassazione e procuratore generale) garantisce la prevalenza numerica della componente togata. Inoltre, la componente togata di ciascun Consiglio dovrebbe essere nominata, rispettivamente, dai giudici e dai magistrati del pubblico ministero previo sorteggio degli eleggibili. Questo meccanismo è il più idoneo a contrastare il fenomeno della “correntocrazia” e a rafforzare quindi l’autonomia interna dei magistrati. Percorribile l’ipotesi secondo la quale possano essere sorteggiati fra gli eleggibili solo soggetti di garantita esperienza: si pensi a un albo comprensivo dei magistrati già valutati tre volte.

C) La cognizione delle questioni disciplinari è devoluta a un’apposita sezione disciplinare, composta da cinque membri effettivi; il vicepresidente del Consiglio è il presidente della sezione, che è altresì formata da un componente eletto tra quelli designati dal parlamento e da quattro componenti eletti tra quelli togati. Il nostro disegno di legge costituzionale prevederebbe la creazione (dopo i due nuovi CSM) di una terza istituzione: la Corte di disciplina. Separando la funzione disciplinare da quella amministrativa, si escluderebbero rischiose interferenze, evitando che chi è chiamato a valutare, a vario titolo, le carriere dei magistrati (professionalità, conferimento di incarichi dirigenziali, incompatibilità non derivanti da illeciti disciplinari) ne possa giudicare anche i profili disciplinari. Superando, finalmente, anche quella “giustizia domestica” testimoniata a più riprese, logicamente ed eticamente inaccettabile.

Rif:https://www.immoderati.it/2019/05/31/toghe-sporche-ci-ricorda-che-abbiamo-un-problema-nella-magistratura/

“Toghe sporche”: il ministro Bonafede invia gli ispettori nelle procure (Luca Palamara)

Iniziativa nel pieno rispetto dell’autonomia della magistratura che ha aperto un’inchiesta nei primi giorni di maggio, attivando l’Ispettorato di via Arenula per svolgere “accertamenti, valutazioni e proposte”.

ROMA – La vicende che stanno investendo i pm Luca Palamara e Stefano Fava sono all’attenzione del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che, già nei primi giorni di maggio, ha investito l’Ispettorato di via Arenula del compito di svolgere “accertamenti, valutazioni e proposte“.

Il Guardasigilli come viene riferito, e’ molto preoccupato data la delicatezza della vicenda che coinvolgerebbe anche le nomine del Csm, tiene il massimo riserbo e si riserva di assumere ogni opportuna iniziativa quando il quadro sara’ piu’ chiaro, nel pieno rispetto dell’autonomia della magistratura che ha aperto un’inchiesta.

Oggi intanto Palamara verrà nuovamente ascoltato dai magistrati, il pm ex consigliere del Csm assistito dagli avvocati Benedetto e Mariano Marzocchi e Michele Di Lembo,  viene accusato di aver accettato gioielli e viaggi per pilotare le nomine dei magistrati a capo delle procure. In particolare avrebbe ricevuto 40 mila euro dagli avvocati Giuseppe Calafiore e Piero Amara per favorire la nomina di Giancarlo Longo a procuratore di Gela, non andata in porto.

Mai ricevuto pagamenti. Si stanno abbattendo su di me i veleni della Procura di Roma, – si difende Palamara – ma ho la tempra forte e non mi faccio intimidire. Sto chiarendo punto per tutto tutti i fatti che mi vengono contestati perchè ribadisco che non ho ricevuto pagamenti, nè regali, ne anelli,e non ho fatto favori a nessuno“.

Restano però le intercettazioni della Guardia di Finanza effettuante mediante un captatore (trojan) installato nel telefono di Palamara, che hanno consentito persino di ascoltare le conversazioni di Palamara con due parlamentari (ascoltati quindi casualmente) ed una registrazione con l’ex sottosegretario Luca Lotti (Pd). I parlamentari sono estranei all’indagine.

il procuratore aggiunto Paolo Ielo

Un altro dei soggetti chiave associati alle indagini sui rapporti tra Palamara e Spina è poi il pm romano Stefano Rocco Fava, a sua volta indagato per “favoreggiamento” e “rivelazione del segreto di ufficio in concorso”. Il pm calabrese, firmatario dell’esposto al Csm contro il procuratore Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Paolo Ielo, è accusato di aver rivelato a Palamara notizie sulle indagini a suo carico e di averlo aiutato ad eluderle fornendo atti e documenti.

C’avrai la tua rivincita perché si vedrà che chi ti sta fottendo (…) forse sarà lui a doversi difendere a Perugia, per altre cose perché noi a Fava lo chiamiamo”, diceva al telefono Spinaall’amico Palamara, che gli rispondeva: “No adesso lo devi chiamare altrimenti mi metto a fare il matto“. Nei colloqui intercettati anche la necessità di far arrivare a capo della procura di Perugia un magistrato amico in grado di alleggerire la sua posizione e magari aprire un fascicolo contro l’aggiunto Paolo Ielo, che aveva trasmesso gli atti arrivati da Messina a Perugia per competenza.

Dal fascicolo d’ indagine della Procura di Perugia sul pm Palamara, affidato alla pm Gemma Milano e al Gico della Guardia di Finanza di Roma si evince che Palamara avrebbe acquisito informazioni anche attraverso il commercialista Andrea De Giorgio, consulente nominato anche all’interno della Procura della Repubblica di Roma. Secondo i pm, “la consegna di queste carte ‘contro’ i suoi colleghi da parte di Fava e parimenti le informazioni assunte dal De Giorgio” hanno “per Palamara, nella sua ottica, un valore al contempo difensivo e forse di ‘ritorsione“.  Adesso al vaglio degli inquirenti ci sono i file contenuti in uno dei computer dell’ex consigliere del Csm sequestrato a piazzale Clodio.

Rif:https://www.ilcorrieredelgiorno.it/toghe-sporche-il-ministro-bonafede-invia-gli-ispettori-nelle-procure-per-accertare-il-caos-in-corso/

Toghe sporche, la Procura: “A Palamara 40mila euro per favorire una nomina”

E’ quanto scritto nel decreto della perquisizione disposta dalla Procura di Perugia nei confronti dell’attuale sostituto procuratore a piazzale Clodio, che avrebbe ricevuto il denaro per favorire la nomina di Giancarlo Longo a procuratore di Gela. La replica del pm: “Veleni della procura su di me, mai preso soldi o regali e mai fatto favori”

Toghe sporche, la Procura: "A Palamara 40mila euro per favorire una nomina"

ROMA. Il pm della procura di Roma, Luca Palamara, quando rivestiva il ruolo di componente del Csm avrebbe ricevuto 40 mila euro dagli avvocati Giuseppe Calafiore e Piero Amara per favorire la nomina di Giancarlo Longo a procuratore di Gela, non andata in porto. E’ quanto emerge dal decreto della perquisizione disposta dalla Procura di Perugia nei confronti dell’attuale sostituto procuratore a piazzale Clodio.

Negli atti si afferma che Palamara “quale componente del Csm riceveva da Calafiore e Amara la somma pari ad euro 40 mila per compiere un atto contrario ai doveri d’ufficio, ovvero agevolare e favorire il medesimo Longo (arrestato nel febbraio del 2018 nell’ambito dell’inchiesta su corruzione in atti giudiziari dalla Procura di Messina – ndr) nell’ambito della procedura di nomina a procuratore di Gela alla quale aveva preso parte Longo, ciò in violazione dei criteri di nomina e selezione”.
Rif: https://www.repubblica.it/cronaca/2019/05/30/news/toghe_sporche_a_palamara_40mila_euro_per_favorire_una_nomina-227584340/

Scandalo Banca Etruria, il vizietto del procuratore smemorato (Roberto Rossi)

Il titolare della procura di Arezzo ha omesso di dire in Commissione che Boschi sr è indagato per “falso in prospetto”. Lo aveva già fatto davanti al Csm un anno e mezzo fa.

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E’ uno stile preciso del procuratore. Un vizietto, sarebbe il caso di dire. Rossi finì davanti al Csm nel dicembre 2015 per valutare se ci fossero conflitti di interesse tra l’indagine avviata sul dissesto di Banca Etruria. Era emerso infatti che il procuratore aveva nel novembre 2013 (governo Letta) una consulenza  a palazzo Chigi proseguita per pochi mesi anche mentre Maria Elena Boschi era ministro. In quell’occasione gli fu chiesto se avesse rapporti di conoscenza con la famiglia Boschi. Il procuratore disse di no. E solo dopo venne fuori che invece Rossi, prima sostituto e poi procuratore ad Arezzo dal 2014, aveva indagato altre due volte su Pier Luigi Boschi: per la compravendita della Fattoria La Dornafinita con un’archiviazione; e poi per “dichiarazione infedele”, filone anche questo che si chiuse nell’aprile 2014 quando l’Agenzia delle Entrate fece pagare a Boschi “i maggiori imponibili in capo alla Fattoria di Dorna”, 38.576 euro di Irpef e 814 euro di addizionale regionale.Dove si dimostra che le commissioni d’inchiesta parlamentari, quando ci sono indagini in corso, sono ad alto rischio strumentalizzazione”. A palazzo dei Marescialli, sede del Csm, dove ancora è aperto un fascicolo per una casa di campagna avuta senza pagare l’affitto, non sono ancora arrivate richieste di verificare eventuali profili del procuratore di Arezzo Roberto Rossi. “Se dovessero arrivare, valuteremo il dà farsi” si spiega. Ma la sensazione è che si sia davanti ad una tempesta in un bicchier d’acqua. Se in Commissione, giovedì scorso, la domanda specifica su Pier Luigi Boschi e il suo eventuale coinvolgimento nel filone d’inchiesta che riguarda il cosiddetto “prospetto informativo 2013 sui profili di rischio per i risparmiatori delle obbligazioni subordinate” non è stata fatta, il procuratore non era tenuto a rivelare che Boschi è indagato. Avrebbe potuto farlo, chiedendo di secretare l’audizione, ma non era obbligato a farlo.

Dove si dimostra che le commissioni d’inchiesta parlamentari, quando ci sono indagini in corso, sono ad alto rischio strumentalizzazione”. A palazzo dei Marescialli, sede del Csm, dove ancora è aperto un fascicolo per una casa di campagna avuta senza pagare l’affitto, non sono ancora arrivate richieste di verificare eventuali profili del procuratore di Arezzo Roberto Rossi. “Se dovessero arrivare, valuteremo il dà farsi” si spiega. Ma la sensazione è che si sia davanti ad una tempesta in un bicchier d’acqua. Se in Commissione, giovedì scorso, la domanda specifica su Pier Luigi Boschi e il suo eventuale coinvolgimento nel filone d’inchiesta che riguarda il cosiddetto “prospetto informativo 2013 sui profili di rischio per i risparmiatori delle obbligazioni subordinate” non è stata fatta, il procuratore non era tenuto a rivelare che Boschi è indagato. Avrebbe potuto farlo, chiedendo di secretare l’audizione, ma non era obbligato a farlo.

E’ uno stile preciso del procuratore. Un vizietto, sarebbe il caso di dire. Rossi finì davanti al Csm nel dicembre 2015 per valutare se ci fossero conflitti di interesse tra l’indagine avviata sul dissesto di Banca Etruria. Era emerso infatti che il procuratore aveva nel novembre 2013 (governo Letta) una consulenza  a palazzo Chigi proseguita per pochi mesi anche mentre Maria Elena Boschi era ministro. In quell’occasione gli fu chiesto se avesse rapporti di conoscenza con la famiglia Boschi. Il procuratore disse di no. E solo dopo venne fuori che invece Rossi, prima sostituto e poi procuratore ad Arezzo dal 2014, aveva indagato altre due volte su Pier Luigi Boschi: per la compravendita della Fattoria La Dornafinita con un’archiviazione; e poi per “dichiarazione infedele”, filone anche questo che si chiuse nell’aprile 2014 quando l’Agenzia delle Entrate fece pagare a Boschi “i maggiori imponibili in capo alla Fattoria di Dorna”, 38.576 euro di Irpef e 814 euro di addizionale regionale.

Dunque, anche allora Rossi omise dettagli importanti ma non rilevanti (le inchieste erano state archiviate e indagare una persona non vuol dire conoscerla o averci rapporti) davanti al Csm e certo non mentì. Il fascicolo su Banca Etruria rimase infatti saldamente sulla scrivania del procuratore che, generoso o meno di dettagli, dimostrava di non fare sconti alla famiglia Boschi. 

La storia si ripete oggi. Ed è nuovamente bufera, politica più che giudiziaria. Nel corto circuito mediatico che sempre investe il caso Banca Etruria (l’istituto di credito toscano è fallito nel novembre 2015 mangiandosi circa 300 milioni di 35 mila correntisti in parte risarciti dal governo), per raccontare cosa è successo convieneaggrapparsi ai fatti, così come sono avvenuti.

L’audizione

Giovedì scorso il procuratore Rossi Roberto viene sentito in Commissione parlamentare che indaga sul crac di sette banche. Di quelle quattro ore di audizione restano tre questioni: 1) Bankitalianon ha vigilato come avrebbe dovuto e anzi aveva caldeggiato la fusione tra il 2014 e il 2015 con Popolare Vicenza (un’altra banca fallita) il cui dissesto era però in condizioni assai peggiori di Etruria; 2)Pier Luigi Boschi non era indagato per bancarotta perché non aveva firmato prestiti che sono stati alla base della bancarotta; 3) Boschi senior è entrato nel cda della banca nel 2011 senza deleghe, è diventato vicepresidente nel marzo 2014 ma i finanziamenti allegri, quelli che hanno minato la solidità della banca sono avvenuti tra il 2008 e il 2010. 

Da ora in poi, nel racconto, occorre stare alle parole usate dal procuratore e che sono state registrate. L’audizione è stata più volte secretata. Quando a Rossi è stato chiesto perché Boschi sr“non è stato rinviato a giudizio per bancarotta”, il procuratore ha risposto che non fu lui, che neppure era nel cda, a firmare le operazioni avventate. Ma disse anche che “non essere imputati non significa non essere indagati in altri procedimenti”. Fissate bene questa frase.

Boschi indagato 

Il quotidiano La Verità domenica scrive invece che Boschi sr è indagato per “falso in prospetto”. L’indagine è proprio di Rossi che ha aperto un fascicolo sulle obbligazioni di Banca Etruria ritenute rischiose e che sarebbero state vendute ai clienti non adeguatamente informati, attraverso i prospetti, dei rischi di quell’investimento. La Consob infatti ha già multato Boschi per circa 40 mila euro. 

La lettera del procuratore

Arriva a metà pomeriggio al presidente Casini che la gira, in via riservata ai membri della Commssione. Il testo è, ovviamente, pubblico dopo pochi minuti. “Non ho nascosto nulla circa la posizione del consigliere Pierluigi Boschi in relazione alle domande che mi venivano poste – scrive il procuratore – Ho anzi chiarito e ribadito che la sua esclusione riguardava il processo per bancarotta attualmente in corso mentre per gli altri procedimenti, a domanda, ho precisato che non essere imputati non significava non essere indagati. Null’altro mi è stato chiesto in merito”. Il procuratore definisce “gravemente offensive” le accuse ricevute visto che “ho risposto a tutte le domande che mi sono state formulate senza alcuna reticenza o omissione”. Il procuratore ha allegato il file con il verbale dell’audizione e le risposte fornite sul punto al deputato M5S Alessio Villarosa. 

Domattina l’ufficio di presidenza della Commissione si occuperà del caso. Brunetta sembra sulle barricate. Il Presidente Casini ha detto che, “per quello che mi riguarda ho già avuto le risposte che mi servivano”. E comunque decideranno domani il dà farsi. 

Opposizioni all’attacco

Così come il Pd esultò giovedì scorso chiedendo le scuse da chi in questi anni li ha attaccati su Etruria quasi fosse l’unico male del paese, oggi vanno a nozze 5 Stelle e opposizioni varie. Il senatore Augello di centrodestra (Idea) è stato tra i più attenti a mettere a nudo il pasticcio e oggi tra i più duri: “Rossi ha chiesto che la lettera rimanesse riservata perché ha ancora il senso del ridicolo”. Il Pd mette in campo i membri in commissione, da Mirabelli a Vazio, da Esposito al tesoriere Stefano Bonifazi. Si difende il procuratore (“nessuno di noi, meno che mai i 5 Stelle hanno fatto una domanda specifica su questo filone di indagine”) e si attacca chi “continua ad attaccare Banca Etruria per colpire la famiglia Boschi senza ragionare su quanto è successo nel sistema di credito italiano in questi anni”. 

Il post di Maria Elena 

In serata il sottosegretario Boschi affida a Facebook la sua amarezza, “da due anni questa vicenda viene usata per attaccare me e il Pd”. “Nessuno – si legge sul post – può negare che il Pd ha commissariato l’istituto e che abbiamo lottato contro il sistema sbagliato delle vecchie Banche popolari. Si utilizza la vicenda Banca Etruria per mettere in secondo piano le vere vicende, complicate, del sistema bancario italiano. Chi ha sbagliato ad Arezzo ha pagato e pagherà.. Io penso che sarebbe più giusto farechiarezza sugli errori fatti da tanti per non sbagliare più”. Ma Banca Etruria è un ventilatore troppo prezioso e utile per essere messo a tacere durante la campagna elettorale. La Commissione in chiusura di legislatura, difficilmente avrà l’autorevolezza di essere arbitro. E con questo il Pd deve fare i conti. 

Rif: https://notizie.tiscali.it/politica/articoli/scandalo-etruria-pm-vizietto/

Adnkronos: Banca Etruria, cosa c’è da sapere sul PM Roberto Rossi

Non si placa lo scontro sul nuovo filone d’inchiesta che riguarda il dissesto di Banca Etruria, affrontato in questi giorni nella Commissione d’inchiesta sulle banche presieduta da Pier Ferdinando Casini. A finire sotto i riflettori è il procuratore di Arezzo Roberto Rossi, accusato da alcuni componenti di aver omesso parte della verità rispetto al “presunto status di indagato di Pier Luigi Boschi”, ex vicepresidente dell’istituto bancario e padre della sottosegretaria Maria Elena Boschi. Ma chi è Rossi? Cosa ha detto in commissione? E perché la sottosegretaria ha annunciato azione civile nei confronti dell’ex direttore del ‘Corriere della Sera’, Ferruccio de Bortoli?

CHI E’ ROBERTO ROSSI – Roberto Rossi è il procuratore di Arezzo che giovedì scorso ha deposto davanti alla Commissione d’inchiesta sulle banche in merito alle indagini della Procura di Arezzo sul dissesto di Banca Etruria.

L’AUDIZIONE IN COMMISSIONE – Nella sua deposizione, Rossi ha ricordato che è stata la Banca d’Italia “in seguito a una serie di ispezioni” e dopo aver avanzato soluzioni “per risolvere una situazione deteriorata” a proporre il commissariamento per Banca Etruria, nel febbraio del 2015, avvenuto attraverso un decreto del Tesoro. Quanto al capitolo Boschi, il padre della sottosegretaria Maria Elena Boschi ed ex vicepresidente dell’istituto, Rossi ha sottolineato che il non rinvio a giudizio per Boschi senior “non è un caso singolo”. Dopo la deposizione, alcuni componenti della Commissione d’inchiesta hanno però accusato Rossi di aver omesso parte della verità rispetto al caso Banca Etruria, in particolare rispetto al “presunto status di indagato di Pier Luigi Boschi”.

PIER LUIGI BOSCHI E’ INDAGATO? – Domenica scorsa il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, ‘La Verità’, ha rivelato che “l’ex presidente Giuseppe Fornasari, Boschi senior e altri dieci consiglieri del cda insediatosi nell’aprile 2011, oltre all’ex direttore generale Luca Bronchi e a quattro membri del collegio sindacale, risultato iscritti sul registro degli indagati della Procura di Arezzo per bancarotta e falso in prospetto (il foglietto informativo che va ai clienti delle obbligazioni subordinate)”. Il quotidiano ha parlato quindi di “un filone che dovrebbe essere arrivato quasi al giro di boa della richiesta di proroga delle indagini e che è stato innescato dalle conclusioni e dalle sanzioni che la Consob ha comminato a 17 ex amministratori per i subprime spazzatura”.

LA REPLICA DI ROSSI – Ieri il procuratore di Arezzo, Roberto Rossi, ha inviato una lettera al presidente della Commissione banche, Casini, nella quale sottolinea di aver risposto “a tutte le domande che mi sono state formulate senza alcuna reticenza né omissione”. “Non ho nascosto nulla circa la posizione del consigliere Pierluigi Boschi in relazione alle domande che mi venivano poste” scrive il procuratore di Arezzo, rispondendo in merito agli “addebiti gravemente offensivi” attorno a quanto da lui dichiarato alla commissione sul caso Banca Etruria e sullo status di Pier Luigi Boschi.

Per provare la sua condotta, il magistrato ha riportato una copia del verbale della commissione, aggiungendo di aver “chiarito e ribadito che la sua esclusione riguardava il processo per bancarotta attualmente in corso, mentre per gli altri procedimenti, a domanda, ho precisato che non essere imputati non significava non essere indagati. Null’altro mi è stato richiesto in merito”. Rossi ha quindi rimarcato che “non appena mi sono state fatte domande sull’ipotesi di falso in prospetto, ho chiesto la secretazione dell’audizione in quanto vi sono indagini preliminari sul punto. Le domande in merito hanno riguardato i fatti oggetto di indagine e non, in alcun modo, le persone iscritte nel registro degli indagati. Ho chiarito i punti che mi venivano sollecitati riferendomi ovviamente allo stato delle indagini in corso”.

LE REAZIONI – Il senatore di Idea, Andrea Augello ha chiesto a Casini “di accertare l’esistenza di un filone d’indagine nei confronti dei membri del Consiglio di amministrazione di Banca Etruria sulla denuncia di Consob riguardo alle falsificazioni dell’ultimo prospetto per l’emissione di obbligazioni subordinate”. Inoltre, Augello, dopo la richiesta di trasmissione dei verbali delle audizioni e della lettera di Rossi al Csm, ha chiesto che Rossi “venga formalmente convocato per un’audizione testimoniale per completare la sua esposizione sulle inchieste in corso a margine della vicenda di Banca Etruria dicendoci finalmente tutta la verità. Sempre ammesso che gli riesca”. Ieri Casini ha fatto sapere che la lettera di Rossi “fornisce una risposta chiara ed esauriente. Tutto il resto afferisce ai giudizi politici che ciascun Gruppo ha il diritto di formulare”.

CHE C’ENTRA DE BORTOLI? – Dopo le polemiche, ieri la sottosegretaria Maria Elena Boschi con un post su Facebook ha annunciato di aver firmato “il mandato per l’azione civile di risarcimento danni nei confronti del dottor Ferruccio de Bortoli”. Nel maggio scorso, sempre via social, Boschi aveva comunicato l’intenzione di procedere per vie legali “per tutelare il mio nome e il mio onore” in seguito alle anticipazioni del libro dell’ex direttore del ‘Corriere della sera’, ‘Poteri forti (o quasi)’ diffuse sull’Huffington Post.

Nel suo libro, de Bortoli racconta che nel 2015 l’allora ministra delle Riforme Boschi chiese a Federico Ghizzoni, all’epoca amministratore delegato di Unicredit, di valutare l’acquisto di Banca Etruria, la banca del padre. Un episodio subito smentito dalla sottosegretaria.

“Mi aspettavo l’annunciata querela per diffamazione, che non è mai arrivata – ha replicato su Twitter de Bortoli-. Dopo quasi sette mesi apprendo che l’onorevole Boschi mi farà causa civile per danni. Grazie”.

Rif: https://www.adnkronos.com/soldi/economia/2017/12/05/banca-etruria-cosa-sapere_l5EAOj30jOLvYmZOySKXdJ.html